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Vigneti, frutteti, agrumi

Vigneti a Sassari

I vigneti di Sassari sono più antichi della città. Quando Torres era in fiore e Sassari non esisteva, è probabile che molti proprietari turritani, e gli stessi Giudici, avessero in quella località qualche tenimento coltivato a viti.

Nel 1290 esisteva nei dintorni di Sassari un numero così considerevole di viti, che infatti in un articolo degli Statuti della città si proibiva di pastinare vigne, salvo che non si volessero sostituire i tralci vecchi o innestare l’uva detta tigia, dalla quale si faceva vino.

Risulta da quelle leggi che le viti venivano allora assicurate a paloni, come oggi in Toscana e nel Napoletano, ed è probabile che un tal sistema fosse stato introdotto dai pisani, ai quali Sassari fu soggetta, verso la metà del secolo XIII. Ma oggidì la vite è abbandonata a se stessa, senza sostegni di sorta.

I vigneti furono in ogni tempo accuratamente coltivati dai sassaresi, che per questo ebbero lodi dal P. Gemelli.

Il P. Napoli nel 1814 dice che le vigne di Sassari si estendevano «da scala di Giocca per ogni intorno per due, tre e fin quattro miglia di distanza, comprese quelle di Taniga, tutte intersecate di uliveti, orti, giardini di agrumi e frutta». In una supplica del Municipio al Viceré, del 7 Settembre 1824, si fa menzione della grandissima estensione delle vigne.

Leggo in una relazione che nel 1647 le cavallette danneggiarono gran numero di vigne nel territorio di Sassari. Un’ordinazione del 28 Maggio 1699 proibisce a chicchessia di entrare in una vigna a prender acqua, prima di aver domandato a voce alta, la licenza stando fuori del cancello.

Le regioni più favorevoli alle viti – secondo quanto scrive l’Angius nel 1848 – erano: Serra Secca, Barca, Bunari, Scala di Ciogga, Chighizzu, Mascari, Landrigga, Pilodiana, Bancali, la Diribba, S. Quirico, Gabaru, Costa paloni, Segasidda, Taniga ed altre.

Sovratutto però, avevano rinomanza nel suddetto anno i vigneti di Serra Secca e di Taniga, sebbene fossero allora già diminuiti per essere cresciuti gli olivi che vi erano stati piantati.

Le qualità delle uve coltivate sono molte, ma prevalgono le nere. Don Andrea Manca dell’Arca, autore di un pregevole lavoro sull’agricoltura in Sardegna (pubblicato a Napoli nel 1780), ne cita ben 37 specie, cioè 21 bianche, 14 nere e 2 di color rossastro.

L’Angius ne indica non meno di 25 varietà, con nomi speciali, fra le quali l’uva di S. Pietro, l’uva bella, la  panzalè, la trigia, la razzola, la cuccussedda, la currudda e la barriatorgia.

Quest’ultima fu riconosciuta identica a quella con la quale si fa lo champagne e per accertarlo dicesi siasi fatto un esperimento dall’abate Derosas, secondo le indicazioni avute da un francese sul metodo da seguire. Trovo menzione della barriatorgia e muscatella nel 1670.

Molte malattie danneggiarono disgraziatamente le uve di Sassari.

Nel 1852 se ne manifestò una, per cui il Municipio suggerì ai proprietari un metodo curativo per arrestarne la diffusione. La crittogama e la peronospera hanno in questi ultimi anni recato molto danno alle viti, ma nessuna malattia fu così fatale come quella causata dalla filossera, comparsa nel 1883 e rapidamente propagatasi nelle campagne di Sassari. Per molti anni la produzione del vino fu scarsissima, ma oggi le vigne cominciano a rifiorire, dopo l’innesto delle viti americane, adottato in larga scala da tutti i proprietari.

Il vino

Sassari produsse sempre una grande quantità di vino, che insieme all’olio, formò la sua ricchezza principale.

Nella Convenzione del 1294 tra la città di Sassari e la Repubblica di Genova è espresso, che senza il beneplacito dei sassaresi non si potesse importare in città vino di Genova o forestiere (di Terraferma, o di territorio sardo) per venderlo e trafficarlo. Chi ne introduceva pagava una multa di tre lire per ogni carico, oltre la perdita del vino, del recipiente ed anche del bue, cavallo od asino che lo trasportavano. Si eccettuava quello contenuto in fiaschi.

Un articolo degli Statuti prescriveva che il vino al minuto non si potesse vendere che a pinta giusta (un litro scarso) ed al prezzo non maggiore di 4 denari per pinta (meno di 4 centesimi).

Spigolerò, al solito, alcune notiziette sul vino, tolte in massima parte dall’Archivio Comunale di Sassari.

1383 (2 Giugno). – Un’ordinazione fatta da Ugone di Arborea (durante il suo dominio in Sassari) ed inserita negli statuti, obbligava ciascun massaiu de vingia, di pagare per ciascuna cuba (botte) di vino che produceva dal suo podere soldi 10.

1439. – Si delibera che venga tolto il diritto del vino che erasi imposto per riparare la chiesa di S. Maria di Sassari (Indice del 1684).

1513 (Luglio). – Nel supplemento agli Statuti trovansi aggiunti due diritti sul vino: uno di soldi 10 per botte, per quello proveniente dal proprio vigneto; l’altro di un quarto di danaro per pinta, sulla vendita al minuto, dal quale doveva prelevarsi il primo diritto di soldi 10.

Gli ecclesiastici erano esenti per il solo vino che serviva alla chiesa.

1534 (1° Agosto). – Qualunque cittadino o forestiero che introduce malvasia o altro vino in città per venderlo, paghi 18 danari per ogni carico, eccetto quelli che lo porteranno dalle loro vigne al temps de sa cullita (raccolta).

(11 Novembre). – Si proibisce di vendere il vino nuovo prima della festa di S. Martino.

1556. – Nel Consolato di quest’anno venne deliberato, che prima di mettere in vendita il vino si dovesse portarlo ai Giurati perché ne assegnassero il prezzo. E pare che quest’obbligo sia stato continuato per quasi tre secoli.

1639 (6 Novembre). – Il Municipio stabilisce i prezzi del vino: per la malvasia Ls. 33 la botte; per il vino blanch y canonat Ls. 18.

1687 (26 Novembre). – I prezzi dei vini di quest’anno subirono qualche variazione: la malvasia a Ls. 16 la botte (cuba); vino passado (passito) Ls.15; ordinario bianco Ls. 10; aceto Ls. 10. (Ciascuna cuba era composta di 11 cargas (carichi) ed ogni carico di 66 pintas).

1699 (6 Agosto). – Lamento della città contro le R. Finanze per i diritti di soldi 10 per botte sull’acquavite che si esporta da Portotorres. Dicesi che nel presente tempo (com es notorio) non si ha alcun utile dal vino ,e perciò se ne fa acquavite per supplire alle spese, e perché i proprietari non si vedano costretti a distruggere le vigne. Da alcuni anni il vino della città non ha prezzo, o lo ha così basso (dos sueldos el quartel) che i proprietari non ne ricavano benefizio, ed han deciso di ridurlo ad acquavite. Si supplica che non si faccia loro pagare la nuova tassa, imposta dal R. Erario, cioè di 10 scudi per quintal.

In altra lettera del 12 si parla invece di 10 scudi cada quintal.

1711.- In quest’anno il vino buono si vendeva a 4 cagliaresi la pinta; nel 1713 a 3 cagliaresi.

Nel 1720 (Novembre) la città ribassa i prezzi del vino alla metà; il bianco, o canonat, ordinario a una lira e 2 soldi il carico; e ogni cuba di 11 carichi Ls. 13.2.

1776. – Il Gemelli (più volte citato) scrive che «in questo anno si sarebbe potuta vendere maggior copia di vino in Sassari, se non vi ostasse la legge municipale e il privilegio della città che vieta introdurre in essa vino dei villaggi o di altri paesi». Egli nota inoltre che il vino che si faceva dal Moristello non era inferiore al Nebiolo del Piemonte, e cita il medico sassarese Dott. Giacomo Aragonez che ne aveva fatto felicemente una prova.

1781 (Novembre). – Il Comune delibera che il mosto si venda a Ls. 3.10 soldi ogni carica di 66 pinte. Nel Maggio stante la scarsezza del vino, non potendosi più vendere l’acquavite a 14 cagliaresi la libbra (!) i venditori si rivolgono alla città per aumentarne il prezzo. Si porta a tre soldi la libbra.

1815 (Novembre). – Il Municipio fissa il prezzo del mosto da Ls.7e mezzo a Ls. 8 e soldi 2 la carica, e al minuto a 15 e fino a 17 cagliaresi la pinta. Nel 1820 il prezzo del mosto era da 11 cagliaresi a due soldi la pinta.

1824 (7 Settembre). – Trovo con questa data una supplica del Municipio al Viceré, dove si espone che «i sassaresi hanno portato al massimo incremento l’Agricoltura, preferendo la piantagione degli oliveti e delle vigne a qualunque altra speculazione, in modo sorprendente per la grandissima estensione, massime delle vigne.

«Ciò fecero perché lusingati da un guadagno qualificato colla espressa proibizione di giammai introdursi nella città vino che non fosse nato né vendemmiato nei propri territori, in vista dell’amplissimo Privilegio accordato dal Re d’Aragona fin dal 1323. I cittadini esaurirono le loro forze e le loro sostanze per formare un patrimonio; ma da alcuni anni non hanno alcun compenso da questa produzione, per le frequenti, per non dir quotidiane introduzioni di vini esteri e nostrali… I proprietari saranno costretti ad abbandonare totalmente le vigne…». Insomma si scrissero due fitte pagine di considerazioni, supplicando infine, che, senza venir impedita la circolazione interna, venga concesso di stabilire un diritto a favore dell’ Azienda Civica per tutto il vino, spirito ed acquavite che d’allora in avanti s’introdurrebbe dall’interno e cioè: una lira e 4 soldi la carica – Ls. 2.10 per cinquanta libbre di acquavite, e L. 3 per cinquanta libbre di spirito.

1825. – Per sostituire il soppresso spillatico della Regina Maria Teresa, s’impone il Dazio sul vino che s’introduce in città.

Erano spille di altro genere, ma sempre spille!

1833. – Il Municipio supplica il Re per la franchigia del vino, stante il suo vilissimo prezzo e lo stato misero del paese. «I proprietari di vigne e oliveti (si scrive) sono ridotti a peggior condizioni degli operai giornalieri». Il vino si è venduto persino a 4 cagliaresi la pinta. L’olio e il vino che si mandano a Genova vengono per lo più commutati in tante manifatture.

1840 (Novembre). – Il Municipio stabilisce il prezzo del vin mosto da 8 a 10 denari la pinta. Nel 1842 da 7 a 8 cagliaresi.

1848. – Scrive l’Angius in quest’anno: «Il prodotto delle vigne di Sassari sopravanza (anche negli anni di mediocre fertilità) la consumazione; ma perché è quasi nulla la esportazione, devesi vendere a vilissimo prezzo dai proprietari, i quali si curano poco di migliorare i metodi. Non è raro il caso che, in annate di abbondanza, tanto si avvilisca il prezzo del vino, che i poveri proprietari si vedano costretti a lasciare invendemmiate le vigne».

Dopo il 1848 i prezzi del vino gradatamente salirono, ed oggi il prodotto è abbastanza rimunerativo, quantunque l’importazione dall’interno dell’Isola e dal continente sia considerevole.

Alberi fruttiferi

Scrisse il Gemelli che i Cartaginesi, secondo Polibio, s’invaghirono della Sardegna, perché ricca di alberi fruttiferi, alla cui coltivazione si dedicavano; ma in seguito, dietro la resistenza dei sardi, proibirono loro, sotto pena di morte, di dedicarsi all’agricoltura: tutto ciò però non è credibile (e forse è calunnia dei greci).

Nei Codici della Repubblica sassarese non si parla che di vigne, orti e terre aratorie. Gli alberi vi sono raramente menzionati: ed essi infatti si piantavano attorno alle vigne come chiusura oppure qua e là, più per consuetudine che per trarne lucro. L’arboricoltura prese incremento nel secolo XVII, contemporaneamente alla maggior cura data agli olivi con gli innesti. Anche nel secolo precedente il Fara esalta i boschetti di ogni specie di frutta che vantava Sassari.

Con circolare Viceregia del 27 Novembre 1778 si prescrive l’innesto di alberi fruttiferi.

Le piante da frutto sono sparse dovunque nelle vigne e negli oliveti di Sassari. Ben rari sono i terreni piantati esclusivamente a frutteti.

L’albero fruttifero a cui in Sassari bisogna dare il primato è quello delle mele in genere, e delle mele appie in ispecie.

In altre parti dell’isola possono allignare diverse specie di meli e dar buoni frutti (dice l’Angius) ma in nessuna il melappio darà frutti così belli, olezzanti e soavi, come nelle regioni di Sassari. Le più comuni fra le molte varietà di mele sono la mela rosa, la campanedda, la nana, la pizzonina, la piberia; e in seguito quelle che maturano in autunno, come la mela camosa, la medalina, la melapera, la mela d’inverno, la sonajola. Il Manca dell’Arca, fin dal 1780, ne enumera altre varietà aggiungendo anche quelle di: mela di Santu Joanne, di S. Giorgio, l’appiona o agiazzada. In una denunzia ai Barracelli del 1670 trovo che erano comunissime la mela Piberia, la mela di Dama, la Napolitana, la Romana, la mela del Paradì e quella farinata bianca o ruja.

Vengono poi un’infinità di specie di pere, anch’esse squisitissime e tali (come lo stesso Angius nota) che possono stare tra le più pregiate della Riviera di Genova e di altre parti d’Italia. Le qualità più comuni sono: lu piringinu, la camugina, la pera di S. Elisabetta, la bottirra, la muntò, la saina, la rulpa, la bergamotta, la pera spadona, la carabedda, la brutta e bona, e preziosissíma la ponzeveroni.

Il Manca dell’Arca ne menziona nientemeno che 54 varietà e oltre le suddette quelle meno note di: S. Maria, di Santu Giaggu, di lu Duca, di Antoni Solinas e la genovese. Nel 1670 trovo comunemente la camoscina, la pera franzesa, la mindongua, il pirastru mele e trovo pure la pruna mallorquina.

Si hanno anche un’infinita varietà di ciliegie, di pesche, di susine, di albicocche e di altre frutta squisite.

I fichi di Sassari sono di svariatissime qualità e di gusto squisito.

Meritano speciale menzione la muntaliona, la macca, la buttada, la palma, la matalona, la genovesa, la martinicca, la burdasciotta, la morena e quella di dui vii (due volte l’anno) il cui nome dal popolo fu corrotto in quello di dui dì (due giorni).

A Sassari si confeziona una grande quantità di fichi secchi, ma molto inferiori per bontà a quelli di Bosa.

La quantità delle frutta che Sassari produce è rilevantissima, ma pare che così non fosse nel secolo XVIII, poiché il P. Gemelli così scriveva nel 1776: «Di frutta scarseggia persino Sassari, sebbene il suo territorio in ragione di piante fruttifere sia forse il più abbondante della Sardegna».

Il prof. Cusmano scrive nel 1906: «La frutticoltura può dirsi poco conosciuta nell’Isola, se si fa eccezione dei dintorni di Sassari, Milis, Aritzo e altri pochi paesi. Nella città di Cagliari le frutta arrivano in gran parte da Palermo».

Agrumi

La città di Sassari ha numerose fonti e ruscelletti nei suoi dintorni, epperciò il suo territorio è ricco di giardini di agrumi, in cui crescono rigogliosi gli aranci e i limoni. Ma l’epoca in cui queste piante vennero introdotte nell’Isola è difficile indicarla. Il Manno, ci fa sapere che vennero dall’oriente in Sardegna verso il 400; cinque secoli prima che Sassari nascesse. Il Fara, nel 1580, menziona i boschetti di aranci, di cedri e di limoni che trovansi nei dintorni di Sassari. Il Manca dell’Arca, sempre nel 1780, scrive: «Sono sì belli gli agrumi che molti scrittori che visitarono l’Isola, han dubitato fosse di questa specie il frutto proibito ad Adamo nel Paradiso terrestre»; e menziona 15 specie di arance, limoni, lime, fra le quali le arance di Genova, della Cina, i limoni di S. Girolamo, le lime di Maiorca e di Valenza e asserisce che molte specie ci pervennero dalla Spagna. Quanto ai cedri, egli dice, che se ne conosceva allora una sola specie in Sardegna, forse ad Oristano. Trovo nel 1670 menzionati in carte diverse molti agrumi, limoni, aranzu de Genovaaranzu dulche e aranzu agrudulche, nonché molti quidros (cedri).

Il Lamarmora, parlando dei giardini di agrumi, nota che in quelli di Sassari non vengono a buona maturità, e che perciò vi si fa molto consumo di arance di Milis.

L’Angius gli fa notare che in certi siti maturano benissimo e se è vero che «le arance di Milis sono fra le più squisite dell’Isola, è pur vero che i milesi ben sovente le comprano dai giardini di Sassari, per venderli ai sassaresi come provenienti dalle pianure di Oristano».

Anticamente i giardini di Sassari erano meglio coltivati, specialmente nei tenimenti dei nobili signori.

L’Angius scrive, che i più vantati nel 1848 erano i giardini dei Casabianca, dei Quesada e del Marchese di S. Saturnino in Logulentu; quelli dei Marchesi della Planargia e di Sedilo e dei Manca in Rizzeddu; e in seguito quello del Duca dell’Asinara nella regione di S. Pietro, e quello dei fratelli Lombardi lodato sopra tutti. Il P. Bresciani fece una splendida descrizione dei giardini dell’avv. Casabianca in Logulentu.

Tutti gli scrittori, sì antichi che moderni, sardi o stranieri, favorevoli o contrari alla Sardegna, parlando di Sassari non fanno che vantare la bellezza dei suoi giardini, ricchi di fiori, di aranci e di limoni. Il Vico, sopra tutti, li esalta esageratamente e paragona nientemeno i giardini di Sassari al paradiso che abbiamo perduto!