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Sassari villaggio

Dopo i disparati pareri dei diversi autori sull’origine di Sassari, ci viene spontaneamente sulle labbra la solita domanda:

– Ma in fin dei conti, siamo noi Romani, siamo Tarati, siamo Cananei, o siamo Tartari?

Forse gli uni e gli altri, o, se vi torna meglio, né gli uni né gli altri. Fra tutte le induzioni più o meno favolose, Romani o Tartari, razza pura o razza mista, figli legittimi o di padre ignoto, il fatto storico è uno solo: – Sassari nacque villaggio, e si adagiò umilmente sopra la polvere di un’antica generazione spenta. Forse, come la Fenice, rinacque dalle stesse sue ceneri, e nella prima metà del secolo XIII saltò improvvisamente sulla terra in abito di libera cittadina, non appena Michele Zanche piombò nell’Inferno coll’abito di Barattiere!

Sassari dunque non è città che vanta un polveroso blasone, né cercò mai di riparare oziosa all’ombra di antichi e nobili antenati. Tanto meglio per lei! – essa camminò coi nuovi tempi e colle idee moderne, e ciò sarebbe un felice preludio. Sempre per virtù propria, da umile stato, cercò di farsi strada coll’indipendenza del suo carattere – unico pregio, che pure in mezzo ai suoi molli difetti, potè sempre vantare con orgoglio. È questa la sua gloria maggiore. Se ben poco i diversi Governi che la dominarono concedettero a lei – è altresì vero, che ben poco ella chiese ai suoi dominatori. Le principali sue istituzioni le costarono non lievi sagrifizi – ma può vantare, che solo alle antiche virtù cittadine ed all’amor patrio dei suoi figli deve quel po’ di lustro e di benessere che oggi gode.

Non anticipiamo però gli avvenimenti. Limitiamoci per ora a constatare che Sassari nacque, o rinacque villaggio. Il suo stemma non ha simboli d’imprese guerresche, quantunque d’armigera abbia sempre avuto il vanto. Nel suo blasone sono due torri e due cavalli; le prime servono a ricordarle che è figlia di Torres; i secondi, che sotto il Podestà Cavallino de Honestis si resse a libero Comune, governandosi con proprie leggi. – Quel blasone gli fa onore: esso comprende i due sentimenti che devono distinguere un popolo civile: la fierezza del suo carattere indipendente, e la gratitudine ai suoi antichi padri.

Torniamo ora a Sassari villaggio. Ricordare un umile passato, quando la fortuna ci sorride, torna a nostra gloria – come sarebbe bassezza e viltà vergognarci della povertà della nostra culla. Lasciamo agli uomini certe piccolezze – le città non devono averle, perocché sopravvivono agli uomini!


È tempo, però, di ricostituire l’antico nostro villaggio nel suo stato primitivo. 

Nell’area stessa dove oggi è S. Nicolò, immaginate una chiesetta di modesta apparenza; alle spalle ed al fianco di questa chiesetta, dove oggi è la via Turritana, l’Episcopio e la Corte di San Giovanni, immaginate un gran bosco di elci e di ginepri che si stende verso Piazza Castello e il Molino a vento, per terminare in un’infinità di terre incolte; da quella chiesa venendo giù giù, verso il nord-ovest, dove presentemente trovasi quel laberinto di casette per la maggior parte basse che formano le irregolarissime vie delle Isabelline, Scala Mala, Campu de Ferru, Corte di Baglia, Carrugeddu, Corte di Cogno, ecc. immaginate dieci o dodici gruppi di case disposte quasi nello stesso ordine in cui le troviamo oggidì, piegando verso l’attuale Campu di Carra e terminando nelle viuzze anguste e tortuose denominate oggi dei Fichi d’India, dei Condotti e del Moscatello; – tra le chiese di Sant’Elisabetta e Sant’Apollinare supponete una specie di largo irregolare con un pozzo in mezzo – e voi avrete il villaggio di Tàtari fra il sesto e l’ottavo secolo dell’Era Cristiana.

Quella povera chiesetta, destinata più tardi all’onore di Cattedrale Turritana, si chiamava allora Nostra Donna del Popolo, oppure la Madonna del Bosco, e si trovava precisamente all’estremità, e nel punto più alto del villaggio. Era 1’unica parrocchia dei nostri antichi padri, i quali forse, alla domenica, si radunavano nel piazzale di quel povero tempio per ascoltare le prediche del Pievano e per parlarvi di raccolto e di decime.

Il gruppo di casette era forse tal quale lo vediamo oggi, meno quelle abitazioni elevate all’onore di un secondo piano, le quali però non hanno mai saputo mascherare l’umiltà dei loro natali, quantunque con alterna vicenda siano passati sui loro tetti più che dodici secoli. – Le vie sono le stesse: scoscese, anguste, tortuose, ed hanno conservato tutta la fisonomia villereccia, anche dopo che furono appianate coi ciottoli. Noi possiamo anche oggidì passeggiare per quelle vie, colla piena illusione di vivere nell’ottavo o decimo secolo dopo Cristo!

Cari Sassaresi, bisogna esser giusti! Vi sono laggiù certi  laberinti e certe catapecchie che strappano dai nostri occhi la più fitta benda del municipalismo; ed è un gran bene; perché colla benda sugli occhi si correrebbe il pericolo di rompersi l’osso del collo!

La piazzetta irregolare, più sopra nominata, è precisamente la stessa che oggi noi vi troviamo, ed ha conservato lo stesso nome di battesimo: Pozzu di Villa. La differenza è una sola – il pozzo non c’è più; al suo posto, oggi, hanno collocato una fontanella di bronzo con quattro rubinetti – frutto dell’acquedotto testé inaugurato a Sassari. Dippiù, in un angolo di quel largo, vedesi un fanale a gas. Curiosa antitesi! – la civiltà moderna nei tenebrosi laberinti del passato!

In mezzo a quella piazzetta era anticamente un pozzo che rispondeva ai bisogni dell’intiera popolazione; una larga e copiosa vena d’acqua limpidissima vi scorreva al fondo, passando per la stretta delle Concie e gettandosi nelle campagne. Quella piazzetta era il convegno delle forosette e dei rozzi paesani, i quali vi facevano all’amore. Gli amori al pozzo sono antichissimi; potete chiedere informazioni a Giacobbe o al suo mezzano Eliezer che conchiuse il matrimonio di Rebecca col suo padrone, mostrando alla bella sposa due orecchini e due braccialetti d’oro del complessivo valore di undici sicli. E qui ci avviciniamo ai famosi Cananei del Padre Bresciani!

La superba Piazza Navona a Roma, e la Piazza del Duomo a Milano non hanno oggi l’importanza che aveva nel decimo secolo questo Pozzu di Villa, dove forse abitava il Sindaco e la forza armata del Comune. Forse colà era il gran palazzo a pian terreno del tartaro Arborialsote Kalos, Duce delle sue cinquantasei famiglie, destinate a creare Tatari, la Nurra, Romagna e Fluminaria.

L’antico Castello di Sassari (Castrum Saxi) di cui è cenno nelle Carte Camaldolesi, e di cui già parlammo, molto probabilmente esisteva a un trecento metri dal villaggio, nello stesso sito dove otto secoli dopo fu edificato il Castello Aragonese, distrutto negli scorsi anni per dar posto alla nuova Caserma.

Di questo Castello (fabbricato un po’ più tardi, nel principio del secolo XI) non si trova alcun particolare nella Storia; è probabile però che fosse uno dei soliti Castelli dell’epoca – della stessa forza di quello di Osilo, venduto all’asta pubblica nel 1863 sulla base di cento lire. Poco elegante e poco comodo, ma sufficiente per ricoverare i regoli Turritani quando venivano a Sassari nelle stagioni estive per sfuggire le intemperie, la noia, e i Saraceni che infestavano le spiagge di Torres.

Ripetiamo ancora una volta, che Sassari non deve vergognarsi della sua umile origine, se è vero che nacque villaggio. La nostra cattedrale di San Nicola, per esempio, non ha mai voluto dimenticare il suo passato. Anche oggidì, il quadro della Vergine del Popolo, o del Bosco, occupa il posto d’onore sull’altare maggiore, a dispetto del titolare, e le si fa ogni anno un Triduo solenne.

E a questo proposito riporto un’altra tradizione ancora viva nei nostri vecchi.

Dicesi che la festa di Nostra Donna del Popolo o del Bosco, la quale si faceva fin da tempi remotissimi, fu per parecchi anni sospesa per volere degli Spagnoli; i quali non potevano tollerare l’attributo del popolo che si dava a quella Santa – non saprei invero dirvi per qual ragione o capriccio! – Un vecchio beneficiato della Cattedrale, cui stava a cuore la sospensione della pia consuetudine, volendo che si riprendesse la festa di questa Madonna, immaginò uno stratagemma. Una mattina annunziò al suo gregge, che la Vergine del Bosco gli era apparsa in sogno fra le nuvole, e con voce mesta, mal celando il suo risentimento, gli aveva parlato così: « – Perché non mi si fa più la festa? – io sono risentita di questa vostra ingratitudine, e per il vostro meglio vi consiglio a fare, ciò che avete fatto per lo passato». La popolazione tutta, fortemente impressionata da questo sogno miracoloso, si alzò a rumore, e mormorò contro i dominatori scomunicati; e gli Spagnoli allora, fortemente impauriti, non so se dalle minacce terrestri o da quelle celesti, rimisero in vigore l’antica usanza – e la festa fu ripresa. Questa tradizione non ha senso comune; potrebbe però darsi, che nel suo lungo cammino essa abbia subìto diverse alterazioni, le quali, intaccando l’essenza, hanno per noi mascherato qualche curiosa verità. Ecco da che lo desumo:

Gli storici tutti ci dicono, che il primo titolo della nostra Cattedrale fu Nostra Donna del Popolo.

L’arcivescovo Dorgodorio nel 1278, stabilendo le cinque parrocchie, crea Cattedrale l’antica pievania di San Nicola (plebem Sancii Nicolai); ciò che vorrebbe significare che questo titolo lo aveva già prima.

Nei codici della Repubblica di Sassari del 1316, e in altri documenti posteriori, si parla sempre di San Nicola.

In un frammento di Congregazione sinodale del 1301 riportato dal Tola nel suo Codice Diplomatico si parla dei Beneficiati della chiesa cattedrale di S. Marie in populo; e il Tola, in una nota apposta a questo documento, dice che l’attuale San Nicolò appellavasi anticamente e fino ai primi del secolo XVI (?) Santa Maria del Popolo, come gli risulta da molti atti pubblici; anzi afferma, che lesse egli stesso un testamento in data 2 Gennaio 1526, dove si dà questo antico titolo alla Chiesa Primaziale Turritana.

Ora io, 68 anni dopo la data del Tola, trovo negli Archivi del Comune in un libro degli Appalti dei Dazi, (dal 1363 al 1611), scritto in lingua sarda, due atti in cui alla nostra Chiesa cattedrale si dà il titolo di Sancta Maria dessu pobulu – 1’uno sul dazio della farina colla data 14 Aprile 1567, – l’altro sul dazio della mercanzia in data del 15 Aprile 1594.

Che vuol dire tutto ciò? – Parrebbe dunque, che nell’origine, la nostra chiesa si chiamasse Nostra Donna del Popolo, e più tardi prendesse il nome San Nicolò di Bari – per riprendere poi l’antico titolo della Santa del Popolo, e una seconda volta quello del Santo di Bari, che sino ad oggi ha conservato.

Questo turno di servizio tra la Madonna e San Nicola mi sembra un po’ strano: – ci dev’essere sotto qualche storiella che potrebbe avere rapporto colla suddetta tradizione. Ci studi sopra il lettore; in quanto a me, dichiaro di non capirne una maledetta, e me ne lavo le mani!