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Muraglie, Torri, Porte

Muraglie

Nel secolo XII la città di Sassari era aperta, e non aveva che un solo Castello, di cui si fa cenno in qualche carta antica. Probabilmente questo Castello occupava l’area nella quale più tardi fu costrutto quello degli aragonesi.

Cresciuta la popolazione, si pensò subito nel secolo susseguente a fortificare la città, cingendola di muraglie, e più tardi di torri per difenderla dagli assalti dei nemici.

È certissimo che le fortificazioni sono state iniziate dai pisani, e continuate sotto i genovesi per cura dei Consoli del comune; ed infatti un capitolo degli Statuti sassaresi del 1294 obbligava i cittadini a pagare una data (somma) per l’innalzamento delle mura, nonché un diritto di pedaggio da pagarsi dai forestieri per lo stesso scopo. Ogni podestà (che durava in carica un anno) doveva far costrurre con pietra e calce un grado di pietra alto 26 palmi, oltre l’antipetto di quattro palmi.

Lungo la cinta erano diversi stemmi e se ne osservano ancora parecchi, quasi di fronte alla chiesa della Trinità.

Restauri delle mura

Continuò sotto gli aragonesi e gli spagnuoli l’innalzamento e la gelosa conservazione di queste mura, ed io spigolerò alcune notiziette in proposito.

In una carta del 1339 si permette al Municipio d’imporre nuovi dazi alla popolazione, destinandoli a favore dell’opera delle fortificazioni – e ciò a istanza dell’ambasciatore di Sassari. Questo proverebbe che la città, e non il Governo, pensò sempre a innalzare e mantenere le muraglie.

In altra carta del 1526 io leggo: che un quarto della multa di 200 ducati, inflitta ai consiglieri che mancavano al giuramento – nonché una parte dei 50 ducati posti a carico dei tesorieri che duplicavano nei loro bilanci le partite di uscita – dovevano applicarsi alla fabbrica delle muraglie ed all’opera de Santa Maria del Poble ossia della Cattedrale.

La città, nel 1552, provvide alla riparazione delle muraglie, dietro le minacce di guerra di Filippo II, e nel 1597 fu dato ordine di restaurare e fortificare maggiormente le mura a spese delle regie Finanze, essendo esse dominate da tre punti alti, cioè da San Sebastiano, dai Cappuccini e da Baddimanna.

Nel 1624 e 1625 (e così nel 1678) il Sindaco di Sassari fa notare in Parlamento lo stato rovinoso delle mura, a danno delle regie Finanze e del Comune, a causa degli sfrosi, facilitati dalle molte breccie aperte dai malandrini. Si deliberò che le spese di restauro fossero a carico del Governo fino a mille ducati, concorrendo la città per un terzo. Anche nel 1636 si dichiarò che le muraglie di Sassari erano facilmente scalabili, a causa dei mucchi d’immondezza che vi erano addossati.

Alla fine del secolo XVII le muraglie erano in pessimo stato. In una lettera del Municipio al suo Sindaco in Madrid, nell’Aprile del 1694, leggesi: las morallas estan de forma, que toda est puerta (volendo dire che tutto era porta, ed ognuno poteva sfrosare). Anche sotto il dominio tedesco si pensò a restaurare le rovinose muraglie, come rilevasi da molte spese fatte nel 1712.

Nel Dicembre del 1729 i consiglieri si rivolgono al Viceré lamentando le molte breccie delle muraglie, per le quali entravano ed uscivano i malandrini, che commettevano molti delitti, furti, y otras insolencias. Il Viceré rispose che doveva restaurarle la città e non il Governo, e citava la iscrizione di una lapide, di cui parleremo altrove.

Diversi restauri si fecero nel 1785 col preventivo di Ls. 488. Il Governatore scrisse nell’Aprile, che S. M. il Re voleva concorrere nelle spese, in unione alla città, ai conventi, ed ai privati che godevano il benefizio delle muraglie, per l’appoggio che davano alle cose di loro proprietà.

Da una pratica dello stesso anno rilevo, che si fecero riparazioni sotto la direzione del cav. Magliona, nei tratti di muraglia da Porta Rosello fino a Porta S. Antonio; di là a Porta di Utzeri e a Porta Nuova; ed in ultimo a Porta Castello. Questo ci dice, che la cinta di muraglie prospiciente il fosso della Noce era già atterrata nel 1785; ma esisteva certamente nel 1549, perché in quest’anno il Municipio concesse a un privato un tratto di terra nel Corral, tra il Bastione e la Vall del Castello (fosso della Noce).

Demolizione delle mura

Fin da quando, coll’introduzione delle artiglierie, si riconobbe che la posizione di Sassari non era militare, i cittadini supplicarono le Autorità perché venisse atterrata la cinta delle muraglie, entro cui soffocavano.

Ma ai continui reclami non si diede mai ascolto – tanto per la opposizione del Municipio che temeva gli sfrosi a suo danno, quanto per quella dei nobili e delle corporazioni religiose, che temevano un ribasso nei fitti delle case di loro proprietà. Risulta anzi, da una deliberazione del 1607, che il Municipio aveva più volte decretato la conservazione delle muraglie.

E cosi si continuò ad implorare per oltre due secoli: fino al 1829, anno in cui Carlo Alberto visitò Sassari.

Nel 1844, essendo crollata una parte delle muraglie nella discesa di Porta Nuova, il Consiglio comunale, in seduta del 7 Novembre, deliberò di aprire una via di comunicazione tra la città e le Appendici; tale apertura è chiamata dal popolo Porta Maccao, però non vi è stata mai porta.

Il piano regolatore del 1837 aveva facilitato i progetti. Seguirono altre aperture nelle muraglie di Porta Castello, ed a capo delle vie Turritana e Torre tonda, le quali non avevano un’uscita sullo stradone; altra breccia in Torre tonda fu deliberata nel Gennaio 1853 ed Aprile 1856; altra verso il Carmelo nel 1863 altre di fronte al Gazogeno ed alla Stazione ferroviaria; altra verso la Trinità, e giù giù, a levante, verso Porta S. Antonio. Insomma, si squarciarono da ogni parte i fianchi delle muraglie, affinché la popolazione respirasse meglio e fosse più libera nell’entrare ed uscire dalla vecchia città.

Il Baluardo

Introdotte le artiglierie nel principio del secolo XVI, si sentì il bisogno di modificare e adattare le muraglie e le torri all’uso dei cannoni, sebbene ritenuti di pochissima utilità.

I Consoli di Sassari si affrettarono a munire le mura di artiglierie, non appena appresero che in Cagliari e in Alghero si erano restaurati i bastioni e le muraglie, col nuovo sistema di difesa.

Nel castello di Sassari si decretarono i lavori fin dal 1503. Dietro la mozione del sindaco di Sassari, fatta al Parlamento del 1545, si era dato principio in quest’anno al restauro delle muraglie e si hanno note di spese per calce e rena somministrate per il nuovo baluardo, costrutto per ordine dei consiglieri.

Per imminente pericolo di guerra da parte dei nemici di Filippo II, negli anni dal 1552 al 1555, il Municipio provvide alla difesa della città e ordinò molte riparazioni alle muraglie ed al nuovo Baluardo, o bastione. In tale circostanza si scavò un profondo fosso intorno alla città escludendo la parte verso nord-est, essendovi la vallata della Noce, la quale fino ad oggi ha conservato il nome militare di fosso. Per far fronte alle spese di queste opere venne imposto un soldo di gabella per ogni libra di mercanzia che s’introduceva dall’estero. Dalla spesa totale, tolto il suddetto diritto, sopravanzarono Ls. 2911,che vennero ripartite fra i cittadini.

Nel 1555 si fece il disegno di un’altra fortificazione per la difesa della torre di Porta Macello e si armò di alcuni cannoni il Baluardo. La torre era allacciata ad una cortina, la quale si prolungava fin quasi al Castello: precisamente nella parte in cui oggi non esiste alcuna traccia di muraglia, tranne un breve tratto incorporato nella casa del marchese San Sebastiano (oggi di Maurizio Pintus).

Torri

Le muraglie di Sassari, di tratto in tratto, erano intercalate da torri quadrate. L’Angius ci dice, che, non comprese le cinque torri del Castello, le torri intorno alla città non erano meno di trentasei: dunque in complesso una quarantina.

Nel 1848 se ne contavano ben trentadue. Erano già scomparse le cinque che esistevano tra Porta Macello ed il Castello e prima, o dopo di esse, le due incorporate nell’edifizio dell’Università e del monastero delle Isabelline, nonché quella che venne atterrata per erigervi il convento dei Domenicani, oggi Orfanotrofio. Si scoprirono più tardi i ruderi di diverse torri, quando si atterrò il nuovo Baluardo. Il Vico scrisse (nel 1639) che le torri di Sassari erano meno antiche delle muraglie, perché costruite dai cittadini poco prima che la città passasse sotto gli aragonesi – come lo dimostravano alcuni stemmi ivi scolpiti. Ciò vorrebbe dire, che le torri vennero costrutte fra il 1295 e il 1325, nel tempo in cui Sassari era alleata coi genovesi.

Lo stesso autore ci parla della torre Doria, che esisteva al suo tempo. Anche nel 1790, in una lettera dei Padri Claustrali, trovo menzione della torre dicta de Micer Branca, en las morallas, parroquia de San Apolinar, la qual torre minacciava ruyna. Questo battesimo pare si fosse corrotto col tempo, perché in una carta del 1626 leggo: torre de ms Abranco (!).

Verso il 1835 (quando le videro Lamarmora ed Angius) in diverse torri si vedevano, ancora parecchi stemmi, più o meno ben conservati. In uno si notava l’aquila (scudo dei Doria); in altro l’albero (emblema di Arborea); ond’è che l’Angius le credette appartenenti a Brancaleone Doria, quando verso il 1390 invase la città. Noto che nelle carte antiche, e nell’atto del 1386 tra il re Don Giovanni ed Eleonora di Arborea, il marito di costei è sempre chiamato Micer Branca.

Le torri erano tutte quadrate, meno una (chiamata Turondola) che era rotonda, antichissima e i cui avanzi si conservano tuttora.

Il Municipio concedeva con facilità le torri a privati cittadini. Trovo menzione nel 1502 e nel 1608, di due di esse cedute, l’una in vicinanza di Porta Rosello, l’altra a poca distanza da Porta S. Antonio.

Tutte le torri pare avessero in antico un nome di battesimo. Una di esse, nel 1518, era chiamata Artachia.

Porte della città

La cinta pentagonale delle muraglie, fino alla metà del secolo XVII, aveva quattro sole porte di uscita. Esse fronteggiavano quasi i quattro punti cardinali; erano in origine munite di saracinesche e in seguito di battenti in legno, che si aprivano all’alba e si chiudevano dopo l’Ave Maria. Suonata la campana del ritiro, nessuno poteva più entrare in città; dormiva fuori.

Il custode (el portero), come udiva la campana di città, gridava per tre volte ad alta voce: – Chi resta, resta! – e chiudeva subito i due battenti. Dopo questa chiusura, eravi un’oretta di tolleranza per i soliti riguardi alle persone distinte, o a qualche contadino di ben nota moralità.

Nel 1294 ciascuna delle quattro porte aveva due serrature: una delle chiavi veniva custodita dal Podestà – l’altra da una buona persona di Sassari. Il guardiano (portorargiu) era incaricato di guardare dalla grata chi entrava. Nei secoli posteriori le chiavi erano tenute dal portero, il quale aveva l’alloggio nella vicina Casilla, proprietà del Municipio (1689).

Ma queste quattro porte, fin da tempo antico, erano quasi sempre in pessimo stato, e richiedevano continue riparazioni – come rilevo da carte del 1545, 1636, 1780. Con decreto del 20 Aprile 1526 il Viceré ordinava ai guardiani delle porte della città di far pagare una multa, ed arrestare tutti quelli che entravano od uscivano dalla città da sota les portes, quando queste erano chiuse. Possiamo immaginare in che condizione esse si trovavano, se i battenti chiusi lasciavano spazio sufficiente per il passaggio d’una persona!

Appena concesso lo stemma alle città sarde dal governo piemontese (1767) il Municipio deliberò di far dipingere sulle cinque porte di Sassari l’arma della Real Casa di Savoia. Si combinò col pittore lucchese Squaglia, il quale accettò l’impresa per 50 scudi sardi. Si sottoscrisse l’atto il 4 Aprile del 1767; si stabili che la pittura doveva farsi col colore à loglio (sic); che l’arma coll’inquartamento dello stemma di Casa Savoia si sarebbe eseguita a cominciare dalla Porta Castello, poi in quelle di RoselloSant’AntonioPorta Nuova e Porta d’Utzeri, serrandola in cornice. Dubitavo che il lavoro non fosse stato eseguito, ma invece mi consta che il 2 Giugno dello stesso anno venne fatto il pagamento di L. 125 al pittore Antonio Esqualla per aver adempiuto al suo mandato. Certo è però, che traccia alcuna di questi stemmi più non trovasi in nessun documento. Pare che il pittore avesse dipinto all’acqua, e non all’olio!

Nel Luglio del 1840 il Municipio chiese il permesso di lasciar aperte le cinque porte della città per comodo del pubblico, e specialmente per i campagnoli e per i viaggiatori – e ciò per il disposto di un Regio Decreto non posto in esecuzione, il quale aveva provocato i reclami della popolazione. E pare che da quell’anno i cittadini godettero la piena libertà di rientrare in città quando loro piaceva!

Porta Castello

Negli Statuti del 1295 è chiamata Porta Capu de villa – ed era quella aperta verso mezzogiorno, nel braccio del fabbricato, oggi adiacente all’Orfanotrofio. Dopo la erezione del Castello aragonese, nel 1327, prese il nome di Porta di Castello.

Tola, per un momento, credette che siffatta porta mettesse capo alla via Pozzo de villa – ma è un errore, perché a poca distanza era la Porta d’Utzeri. Certo è, che il battesimo di Cabu de villa, dato alla parte superiore della città nel 1294, a noi rivela che l’origine di Sassari in Sant’Apollinare risale ad epoca remotissima.

La porta Castello prese anche nome di Porta San Sebastiano, per la chiesetta che esisteva verso il tenimento Castoldi, a poca distanza dalle attuali Carceri.

Questa porta fu la prima che si demolì, non appena si diè principio alla formazione delle Appendici, fra il 1835 e il 1844.

Porta Sant’Antonio

Era quella che guardava l’attuale stradone di Portotorres. Negli Statuti del 1295 è chiamata de Sanctu Flasiu (S. Biagio) perché conduceva alla chiesetta antichissima di questo nome. Più tardi fu ribattezzata di Sant’Antonio, per la vicina chiesa omonima ricostruita per i frati Serviti.

A questa porta si dava una speciale importanza, forse perché per di là facevano l’entrata solenne tutte le autorità che venivano a visitare la città di Sassari.

Ci dice il Sisco, di aver rilevato da uno strumento del 1540, che in tale anno la porta di S. Antonio era chiamata Porta Regia. E con tal nome la trovo menzionata anche dal Vico nel 1637.

Nell’Agosto del 1613 il Consiglio maggiore deliberò di cambiar posto alla porta di S. Antonio, aprendone un’altra fra le due torri, affinché fosse in prospetto della Piazza (via maestra). Allo stesso tempo decretò di atterrare le case vecchie che fronteggiavano la piazza, pagandone l’importo ai proprietari.

Altra deliberazione di cambiar di posto la porta di S. Antonio fu presa dal Consiglio nel 1617; ma pare che le Autorità superiori abbiano sempre osteggiato la domanda, poiché la vecchia porta rimase colà fino al giorno in cui fu demolita.

Per molto tempo la chiave di questa porta fu affidata al guardiano che abitava nella vicina casetta, e ciò per poter aprire con prontezza i battenti, quando durante la notte un improvviso acquazzone minacciava di allagare tutte le case di quel rione. Negli ultimi del secolo XVIII la chiave fu ritirata dal Governatore, ma gli abitanti protestarono, tanto che nel Settembre del 1781 venne incaricato l’ingegnere Cochis per scongiurare il pericolo di un allagamento.

Quando nell’Aprile 1806 il re Vittorio Emanuele I visitò la città di Sassari, entrò trionfalmente da questa porta. E il 26 Luglio i Consiglieri supplicarono il Sovrano, implorando il permesso di ribattezzare la porta col nome di Porta Regia, a perpetua ricordanza del felicissimo suo ingresso in questa città. Il Re con-cesse la grazia, ma la porta continuò a chiamarsi di Sant’Antonio, anche dopo che fu demolita.

L’atterramento di questa porta e delle casette adiacenti venne deliberato nel Luglio del 1853, poi nel Maggio del 1855 e 1856; ma non ebbe effetto che dieci anni dopo: nel 1866.

Porta d’Utzeri

Questa porta, che conduceva alla chiesetta di S. Anna ed al convento di S. Pietro, è una delle più antiche. Negli Statuti del 1294 è chiamata Porta de Utheri. Lamarmora e Spano credettero ricevesse il battesimo dalle ulceri dei leprosi – poiché anticamente tra la chiesa di S. Elisabetta e quella di S. Maria si trovava un Leprosario (come asserisce il Fara). E’ certo però che volevasi alludere alle Acque della Rogna, non all’ospedale, che veramente trovavasi nelle vicinanze di San Pietro, come dirò a suo tempo. Il Bettinali credette che la porta prendesse il nome di Utheri, perché di là si andava ad una villa o regione chiamata Usari – di cui è menzione anche negli Statuti (Sanctu Petru de Silki de Usari). Questa versione parmi più logica di quella delle ulceri. Anche nel Condaghe di S. Pietro del 1120 si fa menzione di una vigna posta in Utheri, verso l’orto di S. Pietro di Silki.

Sulla porta d’Utzeri, secondo il Vico, era un dipinto ricordante un miracolo avvenuto nel 1481, di cui parlerò nella rubrica seguente.

In una lettera del Dicembre 1739, scritta dai consiglieri al Viceré, trovo una notizia interessante. Per provare che le spese di restauro delle muraglie di Sassari erano a carico del Municipio e non del Governo, il Viceré spediva da Cagliari copia della iscrizione che un tempo esisteva sulla porta chiamata de Oseri. La iscrizione era questa: – Regnante invictissimo et Catholico Rege nostro Carolo Tercio ex munificentia Civium Turritanorum moenia omnia pene (?) directa reaedificata fuerunt anno Domini 1710, temps. Cons. Nob. Don Christhofori Quesada et sociorum. – La porta era stata riedificata sotto il re-gime tedesco, ed il marmo fu certamente tolto quando l’Isola passò di nuovo sotto Filippo V, nel 1717.

La porta d’Utzeri venne demolita nel 1857.

Un miracolo a Porta d’Utzeri

E’ narrato da Fra Gonzaga (Generale dell’ordine dei francescani) e riportato dal Vico nel 1639. Lo riassumo.

Nel 1481 era venuto a Sassari come visitatore dei Minori Conventuali Fra Guglielmo de Speluncato, santo varon, dottor consumade en teologia y cànones, che fu più tardi vescovo di Sagona, in Corsica, sua patria. Una distinta matrona sassarese (di cui si tace il nome) aveva partorito un bambino nero (hiyo negro), e il marito (ch’era bianco), sospettò subito che la moglie avesse avuto relazione con un giovane moro, che teneva al suo servizio. Il consorte montò sulle furie e voleva uccidere la moglie; ma riferito il caso al Padre Speluncato, questi invitò la popolazione ad assistere ad una predica che intendeva fare in Porta d’Utzeri. Ivi fece portare il bambino nero. accompagnato dal padre bianco e dal servo moro. Ciò fatto, il santo varon chiamò a voce alta il neonato, imponendogli che andasse a cercare il suo vero papà fra gli astanti.

Il bambino – che contava un solo mese di vita – si diresse subito con le proprie gambe verso il marito della nobile matrona sassarese, e dopo averlo toccato con le mani, esclamò: è questo il mio papà!

E così la gentildonna fu liberata dal supposto adulterio, di cui il marito ed il pubblico l’accusavano. Essa finì per confessare, che nel tempo della gravidanza aveva pensato allo schiavo nero, non so per qual servizio da eseguire.

«Quel santo uomo (scrive il Vico), in memoria del gran miracolo, fece dipingere sulla Porta de Ussari (sic) la scena del miracolo, ritraendovi sé stesso e i Consiglieri della Città; più vi fece collocare una pietra in cui era scolpito il nome di Gesù; pietra che venne pure apposta sulla Porta di S. Antonio per mayore corroboratione, poiché anche là il santo uomo predicava alle turbe».

Lo stesso Vico afferma, che a’ suoi tempi (1639) la pietra era corrosa dal tempo; tuttavia vi si vedevano ancora le tracce della pittura e del nome di Gesù.

È questo il miracolo, che i lettori giudicheranno come meglio credono.

Porta Rosello

Era pur chiamata di Macello fin dai tempi del Fara (1580), poiché trovavasi in vicinanza del recinto dove si macellavano le bestie. Negli Statuti del 1295 trovasi menzionata col nome di Porta Gurusele, che il Betti-nali credette doversi leggere Gurusello, com’è scritto nell’esemplare latino (che ora sappiamo essere l’originale). Essa guardava tramontana, verso la strada di Sorso.

Nel 1555 questa porta fu munita di nuove fortificazioni, ed eravi un Baluardo, di cui parla anche il Fara: forse costrutto dopo l’assalto dato alla città dai francesi nel Dicembre del 1527.

Il Municipio, nel 1616, deliberò che questa porta si facesse più larga; ma non so dire se l’ordine sia stato eseguito.

Registro un’altra memoria. Nel Marzo del 1799, appena si ebbe la notizia della venuta della famiglia Reale in Sardegna, Don Giovanni Valentino salì sul fortino di Porta Macello per dar fuoco ad un cannone in segno di gioia. O perché Don Giovanni avesse scivolato, o perché il cannone fosse troppo carico, fatto è che l’entusiasta cannoniere perdette l’equilibrio, e precipitò sulla strada ferendosi gravemente alla testa.

Per deliberazione Consigliare del Gennaio 1853 e luglio 1854 la Porta Rosello venne demolita – e di essa non rimangono oggi che i due fianchi. Il battesimo, però, lo ha sempre conservato.

Porta Nuova

Come lo dice il suo battesimo, questa porta fu aperta più tardi – tre o quattro secoli dopo le sue compagne. In seduta del Gennaio 1613 il Consiglio deliberava di aprire una Porta Nuova nella Torre della Munizione, per evitare gli inconvenienti che potevano verificarsi attraversando l’orto di Monsignore per uscire da Porta d’Utzeri.

L’anno seguente – nel Parlamento tenutosi a Cagliari – il Sindaco di Sassari esponeva: – che fra la Porta Castello e quella di Utzeri era tanta la distanza, che la quarta parte della popolazione era obbligata ad attraversare la maggior parte della città per provvedersi di acqua e di commestibili, non essendovi altra uscita; e perciò supplicava si decretasse l’apertura di un’altra porta principale nella Torre della Munizione in vantaggio e comodità dei cittadini e degli studenti che si recavano all’Università.

Il voto del Sindaco fu esaudito, ma non so quando. Il Sisco indica l’anno susseguente 1615. Bisogna però notare, che la Porta Nuova venne aperta per la comodità dei padri Gesuiti, i quali avevano più volte chiesto di aprire un’uscita nel proprio Collegio, verso la campagna (attuale giardino pubblico).

Nel 1852 la torre di Porta Nuova fu destinata a deposito delle polveri, malgrado il Municipio avesse rappresentato al Governo il pericolo che si correva, per la fucina di un fabbro che abitava nelle vicinanze.

L’atterramento della Porta Nuova venne deliberato nel 1874.

Porta non aperta

Nel Marzo del 1625 il Consiglio deliberava di aprire una nuova Porta fra le torri che si trovavano lungo la cortina da Porta S. Antonio a Porta d’Utzeri e ciò per essere troppo distanti l’una dall’altra, specialmente dopo la costruzione del monastero delle Isabelline. Si invocava questa nuova apertura per facilitare l’accesso alla chiesa di S. Maria, e per evitare le scalate che ogni giorno si facevano dalle torri. Risulta da questa deliberazione, che presso il monastero delle Isabelline esisteva un tempo una larga breccia, per comodità degli sfrosatori, dei ladri… e dei pacifici cittadini.

Anche nel 1627 trovo menzione dell’apertura della suddetta nuova porta, da farsi a tutte spese dei vicini; ma è certo che l’opera non fu mai iniziata.