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Sassari nel passato

Nell’ombra

Abbiamo riassunto nella Prima Parte la storia della città di Sassari, a cominciare dal secolo XIII, pur riportando le congetture di molti scrittori sull’incerta sua origine. Ho già messo in dubbio che Sassari sia la figlia della caduta Torres, come pretendono la maggior parte degli storici. Propendo piuttosto a credere il contrario: che Sassari sia madre dell’attuale Torres, a cui ha dato i nuovi abitanti e la propria lingua, come la propria lingua e gli abitanti ha dato al vicino villaggio di Sorso. E’ indubitabile che Sassari non fu in origine che una colonia mista, or di genovesi ed or di pisani, i quali occuparono quella terra fertile ed amena – forse in quei tempi deserta, o forse abitata da poche famiglie indigene. Le colonie, o flottiglie avventuriere dei genovesi, dei pisani, e più tardi dei corsi, non condussero seco donne né bambini, ma presero certamente moglie in Sardegna – come moglie vi avevano preso i fenici, i cartaginesi, i romani, ed anche i greci… se ci son venuti. Si spiega, dunque, l’inevitabile incrociamento e le razze miste, specialmente lungo i litorali dell’Isola. Nelle vene dei sassaresi scorre forse sangue pisano, genovese, corso e sardo, ma non sangue greco né latino; e questo per fortuna di Sassari, e di me che scrivo. Se mi fossi cacciato nel labirinto ellenico, o romano, Dio sa quando e come ne sarei uscito! – Sassari non ha nulla di comune con Aristeo, con Jolao, con Sardo pater, e peggio ancora con Arborialsote Kalos e Sossonaite Geridon!

Nella penombra

Abbiamo altrove veduto come la città di Sassari deve la sua vita storica alla morte del giudice Barisone, vittima dei complici di Michele Zanche. Sui tempi anteriori è inutile fantasticare. Tuttavia, anche il periodo storico, che vuolsi aperto coll’assassinio del fratello di Adelasia, non è rischiarato che da un debolissimo filo di luce; ond’è che a malapena noi ne abbiamo veduto nella penombra i contorni indecisi. Proprio a bruciapelo, dopo la scomparsa degli ultimi giudici del Logudoro, sono venuti a dirci, che nel 1278 l’arcivescovo Dorgodorio aveva diviso la popolosa Sassari in cinque parrocchie, forse col proposito di abbandonare definitivamente la deserta Torres, per preparare a sé ed ai successori una dimora meno incomoda e più salubre. A questo punto la penombra si rischiara alquanto, ed entriamo con meno incertezze nel cammino della storia sassarese.

La città vecchia

Visitando l’attuale rione di Sant’Apollinare, il lettore può ben farsi un’idea dell’antico villaggio di Sassari. Esso consisteva in diversi piccoli gruppi di misere casette mal costruite, messe là alla rinfusa, senz’ordine, sopra un terreno accidentato, formanti una piazzetta triangolare che ha conservato fino ad oggi il battesimo di Pozzu di bidda, come lo aveva da tempo remotissimo. A cominciare dal secolo XIII, la città era chiusa da una cinta di muraglie con quattro porte di uscita, le quali si aprivano all’alba e si chiudevano all’Ave Maria le porte erano: del Castello, di Gurusele, di Sant’Antonio e Utzeri. La topografia interna non aveva nulla di speciale: un vero labirinto di viuzze anguste irregolari, sporche per la mancanza di canali di spurgo; le quali vie serpeggiavano in tutti i sensi fra gruppi e gruppetti di casette di meschina apparenza, unite spesso con archetti di sostegno, o addossate l’una all’altra, come pecorelle paurose e tremanti per freddo. Da questi meschini caseggiati spuntava una mezza dozzina di chiesette e parecchi oratori, fra i quali primeggiava la parrocchia di S. Nicola, che più tardi doveva elevarsi all’onore di Cattedrale. Gli edifizi più distinti erano allora i due destinati a sede del Consiglio Comunale e a stanza dei rappresentanti l’autorità governativa. Era questa l’antichissima Sassari, che al principio del secolo XIV doveva prendere una fisionomia più spiccata e caratteristica, sia per i bassi e irregolari porticati che fiancheggiavano la via maestra, sia per i ballatoi di legno che adornavano le case signorili – delizia delle donne, che in quei tempi facevano vita casalinga, non uscendo di casa che per andare a messa, od in campagna. Dentro città la popolazione viveva nelle strettoie e respirava a disagio. Questa cinta di pietra non voleva allargarsi; non cedeva a nessuna forza. Come crescevano le famiglie, cosi crescevano in altezza le misere casette, quasi in cerca d’aria e di luce. Guai ai cittadini, se non avessero avuto uno sfogo quotidiano negli orti, vigne ed ameni giardini che circondavano il paese! Guai alle famiglie, se di tanto in tanto una peste provvidenziale non fosse venuta a decimarle! Pareva che la metà della popolazione si affrettasse a morire, per lasciar vivere più comodamente l’altra metà.

La vita dei nostri nonni

Eppure, in quei bugigattoli, abitava nel secolo XV una popolazione fiera, saggia, patriottica, che teneva alla gloria degli avi; una popolazione che sfidava qualunque pericolo, insofferente di ogni servitù; sempre pronta ad insorgere quando si credeva lesa nel proprio diritto e pronta ugualmente a menar le mani quando la s’invitava a prendere le armi per assalire la rocca di qualche prepotente di casa Doria. I padri della patria, cosi fieri e tenaci della dignità del proprio paese, erano parimenti smaniosi di mettere le parrucche e di vestire le rosse toghe di damasco, per accompagnare i Candelieri alla chiesa di S. Maria, o per recarsi con pompa magna alla basilica di Portotorres, col santissimo scopo di cenare lautamente a spese del Comune ed a gloria dei beatissimi Martiri Turritani. Dentro quel guscio di noce, cerchiato di muraglie, ferveva la vita cittadina sassarese. Ma, qual era questa vita? – Anzitutto la smania delle gite in campagna nel Maggio e nell’Ottobre, al  tempo del raccolto; ogni domenica le passeggiate fuori di porta, in cerca di fresco o di sole; ogni tanto le processioni in onore di tutti i santi del calendario; due tratti di corda ad un ladruncolo nello spigolo della casa comunale; le bastonate ad un malvivente dinanzi alle carceri di San Leonardo; i fuochi di artifizio sul colle dei Cappuccini; la corsa dei cavalli in piazza parecchie volte l’anno; un po’ di rogo nella Carra Grande per ordine dell’Inquisizione, in nome di Dio; le staffilate a sangue sui banchi delle scuole, in nome della scienza; gli spettacoli della forca e lo squartamento dei cadaveri, in nome del Re. La voce dei bronzi teneva desti i cittadini: – la campana di Città che suonava il ritiro; la campana delle chiese che chiamava i devoti alle sacre funzioni; il campanone del castello, che annunziava l’agonia di un condannato a morte. Ed in mezzo a questa vita paurosa e ricca di emozioni, non mancavano mai le gòbbule taglienti, le mascherate allusive, le burlette spiritose – poiché su tutto e su tutti predominò sempre nella popolazione sassarese quella nota satirica ed umoristica, che è nella sua indole e nel suo carattere.

L’uomo e l’architettura

Fu detto che lo stile è l’uomo; e questo stile deve intendersi per l’architettura, la quale ci rivela il carattere dei diversi tempi. I severi costumi dei cittadini sassaresi, durante il periodo del regime libero (tra il secolo XIII ed il XIV) rispondevano allo stile di quell’epoca: all’architettura pisana, caratteristica per la sobrietà, semplicità ed eleganza della linea e della ornamentazione. E così si mantenne, con poche varianti, nei due secoli successivi. Ma col secolo XVII le pure linee dello stile pisano cedettero il posto allo stile di un rinascimento barocco, gonfio, pesante. E questo stile rispecchiò fedelmente il carattere dell’uomo di quei tempi. I tozzi capitelli, le sovraccariche facciate delle chiese, le targhette a cartoccio, le decorazioni complicate, rispondevano alle smisurate parrucche, alle pompose toghe rabescate, alle guarnizioni di pizzo, alle trine d’oro, agli sbuffi, ai fiocchi, ai merletti, alle fibbie, ai ciondoli e a simili cianfrusaglie. La pompa delle forme esteriori, i cerimoniali stucchevoli, le pose plastiche, le mosse leziose, mascheravano la povertà dello spirito e la miseria della sostanza. Tutto era etichetta, artifizio, teatralità. Teatralità nelle sedute del Consiglio Comunale; teatralità nella rappresentazione del Discendimento in chiesa; teatralità nelle processioni religiose; teatralità nel preparare lo spettacolo della forca. Il Santo Ufficio e il Regio Magistrato regnavano col terrore dell’apparato scenico, il quale impressionava profondamente le masse bigotte ed ignoranti. L’architettura rispecchiava fedelmente gli uomini! Il Governo di Casa Savoia seguì in Sardegna, per lungo tempo, le orme del Governo spagnuolo e ciò fino a Carlo Felice, il primo re Sabaudo che si decise a smettere la parrucca. E fu appunto sotto il regno di costui (verso il 1825) che l’architettura degli edifizi sassaresi entrò in una fase più geniale, per perfezionarsi in seguito, quando la marsina e l’abito a coda di rondine annunziarono al mondo il principio di una nuova civiltà. Ed anche questa civiltà ha forse descritto la sua parabola colla nuova Italia per dar luogo a quello stile Liberty, che rappresenta l’uomo odierno in tutte le sue manifestazioni. Gli edifizi, come l’uomo, hanno cambiato carattere!