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Lavorare la terra

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Zappatori

Questi coloni sono così nominati, perché lavorano quasi sempre con la zappa nella coltura degli oliveti, de’ giardini e delle vigne.

Formano una classe numerosissima, quanta vuolsi dalla grande estensione che si coltiva.

Vedesi in molti di essi non poca intelligenza del mestiere, e se abbiano buona volontà lavorano con gran profitto di chi li paga; ma è raro di trovar siffatta volontà, frequentissimo di incontrarsi in tali che fan poco e oprano di mala fede, mostrandosi invidi de’ proprietari maggiori, e prossimi alle opinioni de’ comunisti , sebbene nulla sappiano delle teorie attuali de’ proletari francesi.

Ho detto che lavoran poco, e infatti le ore del lavoro non sono forse più di sei. Movono tardi per andare a’ poderi, e abbiam notato che alcuni di questi sono lontani fino di quattro o più miglia.

Necessariamente dunque vorranno riposarsi per riprender lena, e si riposano sebbene la via non li abbia stancati. Il lavoro patisce poi frequenti intermittenze, perché interrompesi da tre o quattro pause.

Non maneggian forse per due ore la zappa, e posano per fa lu smurgiu (per sdigiunare), poi un’altra volta pa esci a bi (per escire a bevere), quindi nel mezzodì una terza volta pa esci a gustà (per escire a desinare ), e finalmente una quarta volta nell’ore pomeridiane, e sono siffatte sospensioni lunghe di venti o trenta minuti, molto maggiore quella del mezzodì perché si protrae da alcuni quasi alle due pomeridiane.

Intendesi bene che dovendo rientrare in città prima della notte devon cessare dall’opera molto prima del tramonto; e v’è questo costume che cessino in quell’ora, nella quale sanno che i frati conventuari di S. Maria di Betlem soglion suonare a vespro (a giumpelta com’essi dicono per dir compieta), e non si ingannano mai dell’ora giusta, perché la conoscono dal luogo del sole.

Ho parlato della mala fede di alcuni, e questa non si può negare. Pagati per le ore consuete di lavoro, quelli che abbian vicino il loro predietto ne impiegano alcune nella cultura del medesimo, e se temono che il proprietario se ne accorga, allora zappano un tratto e lascian intatto l’altro, sul quale spargesi la terra che smovean nella parte lavorata; il che essi dicono far de’ cocchi.

Andando al lavoro portano tutti una bisaccietta con entrovi il pane, la fiaschetta e qualche companatico, e con la zappa sull’omero, seguiti da un cagnuolino.

Ritornando portano un fascetto di legna, che prendono senza alcun permesso, e pretendono quasi per diritto.

Siccome in tempo che le giornate sono lunghe rientrano in città, quando resta una o più ore di sole; però mentre devono aspettare che in casa si prepari la cena vanno ai soliti punti di ritrovo: quelli della parrocchia di S. Nicola in Pian di Castello presso la chiesa di S. Domenico, o a Porta Nuova, e così gli altri a Porta Uceri, a Porta S. Antonio e a Porta Macello.

Qui fumano e chiacchierano e in certi giorni si concertano sopra i prezzi, che domanderanno da’ proprietaria che fissano dopo aver considerato la maggiore o minor urgenza delle operazioni agrarie, e che dovranno assolutamente pagare i padroni de’ predi, perché tutti domandano lo stesso senza rabbatterne un centesimo.

Per questo ed altro ha tentato più volte il governo di ridurli alla ragione, massime in tempo che amministrava il duca del Monferrato. Ma furon senza effetto i suoi pregoni, perché gli indocili continuarono sempre nella loro via , come continua tuttora, parendo incapaci d’intendere il ragiouamento delle persone savie, se queste parlino contro il loro interesse.

I patti co’ proprietarii si fanno nel giovedì sera, e subito devesi anticipare la chiddada, cioè la paga di tutta la settimana (chidda); altrimenti si va nel predio di quell’altro, che abbia subito fatto lo sborso.

Il prezzo che domandano nelle annate sterili è molto moderato, nelle annate abbondanti esagerato.

Il medio suol essere di ll. 1, 25 per giornata.

Abbiamo già accennato in parte il carattere di questa numerosa classe del popolo di Sassari; ora a più larga nozione soggiungiamo che in generale i zappatori sassaresi sono persone di spiriti alteri e di genio indipendente, e persuasi dalla naturale eguaglianza. In siffatta convinzione non sanno soffrire la superbia di nessuno, nè pure di persone principali, e son soliti rispondere a chi rammenta loro l’umiltà della propria condizione: Siam tutti figli d’Adamo, o figli di Dio!

In altri rispetti sono gente buona, tranquilla, religiosa economa. Si trova nel ceto de’ zappatori l’ingegno dell’improvvisazione, frequente la facezia, e pensatori giudiziosi, i quali godono di  grandissime autorità e ne’ colloqui sono ascoltati con rispetto, e facilmente obbediti, se dieno qualche consiglio.

Tra quelli che hanno fama di poeti estemporanei si nominano i Zanfarini, i quali, quasi per eredità, ottengono la facoltà della facile versificazione in rima, come asseriscono persone ben informate.

Poche volte essi si levarono, ma non primi, a sedizione, eccetto nel 1623, quando insieme con gli ortolani ed i mugnai, si rivoltarono contro il municipio e allora il movimento cominciava dentro la cattedrale con gravissimo scandalo per causa de’ banchi de’ loro operai. Nelle altre sommosse, se queste non furono, o per mancanza di pane in tempi di carestia, o per offesa al proprio interesse come nel 1642, quando si ribassò la moneta de vellore, ebbero sempre impulso da altri. Nell’ultimo, quando furon cacciati i gesuiti, si fece lor credere, che quei religiosi avessero impedito il Re di mandar loro de’ grani.

I zappatori sono grandi mangiatori di pane e patiscono molto se la raccolta sia scarsa. In anni di gran carestia come nel 1812 e 16 ne morirono molti. Mancando loro il pane sembra che manchi tutto e non sanno supplire con altri cibi nutritivi. Han molto gusto per i prodotti ortensi, ma detestano comunemente le patate, e sebbene le sappiano graditissime nelle mense delle famiglie agiate, essi continuano non pertanto a crederle fatte da Dio per i poveri.

Il numero delle famiglie di questi coloni giornalieri si può computare di circa due mila.

Si può calcolare che per tre quarti sieno proprietarie possedendo per lo meno un piccolo chiuso (lu ciosu), dove coltivano alberi e viti e qualche specie ortense. Altri poderi non sono lavorati con più diligenza e fruttificano meglio.

Siccome, secondo si è detto, sono essi economi, però alcuni hanno potuto da’ loro risparmi e con studiosa cultura formarsi notevoli tenute, e avere un reddito, che non hanno molti signori. Ve n’ha forse quattro o cinque che possedono un capitate dalle cento alle centocinquanta mila lire tra predi urbani e rustici.

I zappatori benestanti non vanno più alla giornata , ma fanno gli arrendatari di poderi, cioè comprano gli olivi, e gli altri frutti pendenti. I medesimi sono chiamati come pratici nelle perizie.

Potatori

Tra’ zappatori i più intelligenti e pratici formano una classe distinta per la speciale operazione agraria, che si esercita da essi e consiste nella potazione delle viti, degli olivi, degli altri alberi, e negli innesti: per la qual fatica hanno la paga fissa di ll. 4, 50 per giornata. Se non in estremo bisogno non lavorano con la zappa, lasciando il potatojo.

Giardini

I più periti tra’ potatori sono posti alla cultura de’ giardini, e già se ne trovano non pochi, che meritano lode in questi lavori. Un poco di istruzione gli perfezionerebbe.