Mentre si riconosceva che la situazione di Sassari non era militare dopo l’invenzione dell’artiglieria a fuoco, desiderarono e domandarono molti, che si togliesse l’antica cerchia, la quale se avea potuto servire nel medioevo era quindi diventata inutile; e mentre si riconosceva l’incomodità e l’angustia delle stanze e il danno della sanità in tenere stivato un popolo numeroso entro un breve ricinto in piccoli edificii e meschine casipole, che potean solo servire per stalle, supplicossi più volte il governo perché consentisse di fabbricare de’ sobborghi.
Ma queste domande non furono esaudite, e non si fece mai ragione a’ supplicanti per causa o dell’interesse municipale, o dell’interesse de’ proprietarii. Se tolgansi le mura, dicevano i municipi, il comune sarà frodato di ciò che devesi per le gabelle, perché potranno clandestinamente introdursi nella città tutti i generi sottoposti a dazio: e tuttavolta sapevano che le mura e i finanzieri non proibivano il contrabbando. Se si conceda di edificare fuori della città, dicevano i proprietarii, il prezzo delle locazioni diminuirà considerevolmente e noi avremo menomato il reddito che percepiamo. Quindi il municipio non intendendo o rigettando il voto delle classi inferiori della cittadinanza decretava più volte che fossero conservate le mura, e decretava pure che non si potesse fabbricare nessun sobborgo, come fu deliberato in un consiglio del 1607 per le molte ed evidenti ragioni (così dicesi in un ms. del 1087), che si eran proposte da’ proprietarii delle case, tra’ quali i più note voli ed influenti erano i canonici, i frati ecc., e se alcuni del popolo, anche interi corpi di arte, supplicavano il governo, perché, per riguardo alle angustie in cui erano, dovendo con gran disagio, e grave danno della morale e dell’igiene stringersi molte persone e anco gli animali di servigio in piccole camere basse; i padri dela patria interponevano il loro dissentimento, favorendo la causa de’ grandi proprietarii e contrariando quella delle povere famiglie.
I gremi o corpi d’arti che più volte aveano supplicato inutilmente domandarono la mediazione di Carlo Alberto, principe di Carignano, quando nel 1829 visitando l’isola passò in Sassari: e da quel tempo, perché il bisogno del provvedimento sentivasi sempre più urgente, si proseguì la richiesta con una insistenza irrequieta. Essendo andato in Sassari governatore e riformatore della città e del capo il cav. Crotti ebbero i suddetti gremi uno zelantissimo patrono; perché interpellato dal vicerè Montiglio sopra il ricorso da’ medesimi presentato rispondeva: esser verissimo che i fitti delle case basse fossero esorbitanti e fuori d’ogni proporzione fra il capitale e gli interessi, onde pativano danno le classi più numerose della popolazione, agricoltori, ortolani, zappatori, viandanti, carrettieri, acquaroli, facchini, muratori, e quasi tutti gli artigiani, i quali erano forzati ad abitare in spelonche o tane umide e malsane, esposti a tutti i rigori atmosferici sotto il semplice tetto sostenuto da sole canne, che si scopriva ne’ grandi venti e non proibiva la pioggia, quando questa cadeva dirotta: doversi a questi gravi inconvenienti aggiungerne un altro e massimo, quello della immoralità, che si promoveva, perché per la gravezza del prezzo di locazione riunendosi spesso due o tre povere famiglie in una stanza sola, ne seguiva talvolta, come si credeva, una mostruosa mescolanza di talami, e davasi occasione a consuetudini incestuose: esser impossibile di tutelare la salute pubblica, se per disgrazia si apprendesse una contagione alla città, trovandosi ammucchiati in fangose camerette padri e madri, figli e figlie, spesso co’ cani, con l’asino, col cavallo, col majale, o con altra bestia, tra il carbone, gli erbaggi, le frutta, i legumi ed altre provviste, e però depravandosi talmente l’aria, che se il medico dovesse andarvi nel primo mattino per veder qualche ammalato, bisognava esporsi alle più gravi nausee.
Quindi dopo aver lamentato la sorte delle povere famiglie, che dall’interesse de’ proprietarii erano costrette a giacere nel fango e nel marciume, e confutato quelli che pretendevano potersi ampliare le abitazioni elevando a più piani quelle umide fetenti casipole, come se le famiglie agricole potessero abitare in piani superiori e trarvi le bestie di servigio con i loro grossi istromenti, proponeva al Re di autorizzare in Sassari la formazione d’un consiglio di edili, i quali presiedessero alla costruzione degli implorati sobborghi, e invigilassero perché ogni casa avesse due piani, l’inferiore per officina, il superiore per abitazione, e alle sue spalle un cortile con tettoja per le bestie di servigio ecc.
Il Crotti proseguiva con zelo questa pratica, e per migliorare l’aria della città proponeva di abbattere in alcuni punti le muraglie, come era dimostrato necessario dalla memoria del viceprotomedico professor Sacchero: e all’invito del V. Re indicava quei punti, dove la demolizione pareva più urgente.
Datasi nella fine del 1834 dagli stessi Gremi una novella supplica per il permesso di poter fabbricare fuori della città le loro officine con magazzini e abitazioni, ei la mandava al ministro caldamente raccomandata; e perché non provvedeasi dal ministro in nessun modo ripeteva le istanze al vicerè nell’1 settembre del 1835 rassegnandogli un’altra supplica di tutti i corpi delle arti, nella quale rinnovavano la petizione non tanto per aver i vantaggi desiderati, quanto per sottrarsi al pericolo imminente del morbo contagioso, che mieteva le terre aggiacenti all’isola.
Finalmente apparve la necessità di diradare la ridondante popolazione con la formazione d’un sobborgo, e si provvide per la istituzione d’un consiglio di edili per dirigere i nuovi fabbricati fuori della città, acciò si eseguissero nelle regole dell’arte nel rispetto non solo della loro salubrità, ma anche della simmetria e regolarità delle nuove contrade.
Così in forza delle gravissime minaccie dell’imperversante cholera si ottenne un provvedimento necessario, e l’assenso ad una domanda giustissima tante volte proposta invano, e invano pure appoggiata da’ consoli, quando entrarono nell’amministrazione uomini più ragionevoli, e benevoli del popolo, perché i proprietarii delle case sempre trovavano modo di render vane quelle suppliche, e raccomandazioni ripetendo le solite ragioni, e quest’altra che era pericolo di disordini in quelli che abitassero fuori; che i predi rustici sarebbero depredati, ecc. ecc., tacendo sempre la vera ragione, cioè il detrimento del loro interesse, che era molto superiore al 5, talvolta maggiore del 12!!!
Si cominciò in fine la costruzione de’ sobborghi e la demolizione delle mura.
È già disfatta quella parte che stendevasi tra porta Uceri e porta s. Antonio, dove veramente più importava di favorire la ventilazione, e si è edificata sulla sponda dello stradone una linea di case.
Tra porta Uceri e porta Nuova si è aperta un’uscita, in vicinanza al seminario, con uno stradone verso s. Pietro. Un’altra apertura si è fatta in capo alla via turritana. Si è fabbricato pure quasi per tutta la linea delle mura, che sono tra porta Macello, e s. Antonio, e si è costrutto dall’altra parte sulla sponda della valle di Rosello un gran corpo di case.
A questi nuovi fabbricati si aggiungano i caseggiati lunghesso lo stradone di s. Sebastiano, dove si cominciò un porticato ad una parte ed all’altra, pur cui diventerà la più bella contrada.
Il caseggiato da porta Nuova verso s. Agostino alla destra dello stradone con case basse, disegnate tutte in pari modo sino allo stabilimento Fogu.
Il caseggiato che da porta Uceri si dirige verso le fonti delle Concie ad ambe parti dello stradone con case basso di bel disegno.
Quindi l’altro gruppo di case, ordinate paralellamente allo stradone, che move da porta castello a Pozzo di rena, dove si vedono molte case a due o tre piani, ben costrutte e di buon disegno.
Tra i diversi opificii che si formarono in convenienti ed ampi locali fuor della cinta dobbiamo notare lo stabilimento già cominciato dei bagni; lo stabilimento Porcellana, che ha attiguo un fondo per un gelseto, mercè del quale si è già iniziata l’educazione dei bachi; lo stabilimento Lombardi, dove è una distilleria con una saponiera e un giardino elegante, cinto dalle predette casette; lo stabilimento Ardisson per lavatoi e saponiere, e per la fabbrica degli olii d’olivo e di lino; il consimile stabilimento del cavaliere Fresco in s. Orsola; lo stabilimento Frazioli per distilleria, e i due più antichi summenzionati, quello dei fratelli Fogu nello stradone di s. Pietro, e quello di D. Michele Delitala per lavatojo, saponiera e fabbrica d’olio nella regione di Molafà.
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ToggleCostruzione
Restano tuttora dentro l’antica circoscrizione delle mura molti vecchi edificii, e se ne veggono parecchi di quell’architettura, che dicesi gotica, con finestre ornate di trafori, sostenuti da colonnette, nella stessa strada principale; alcune delle quali già riformate nella parte superiore lascian vedere nell’inferiore gli archi dell’antico porticato; nè sono molti anni, che nel fianco sinistro della stessa strada, un po’ sotto la traversale della via di s. Chiara, appariva un antico palazzo di solidissima struttura, a disegno per quei tempi elegante, che credevasi antico chiostro di monache, e che più probabilmente era stato abitazione di qualche famiglia primaria del paese.
Dagli indizi che qua e là appariscono in diversi punti della metà superiore della via maggiore, da s. Catterina al palazzo del municipio, questa almeno nella notata parte era fiancheggiata da un porticato, e da botteghe di merci.
Su questi portici troviamo due documenti, uno del 1554, quando dai consoli della città fu ordinato che i medesimi fossero chiusi; l’altro del 1580, quando fu rinnovato lo stesso comando, e si murarono tutti ad eccezione di quelli che avea il palazzo civico. Non si sa per quale causa si togliesse al pubblico ed ai negozianti la comodità dei medesimi: ma deve essere stata tale, che bene scusasse la grave deliberazione. Forse i malfattori e i vagabondi vi si ricoveravano e mettevano in agguato per sorprendere i nemici, o per assassinare le persone, nelle tenebre della notte.
Le abitazioni della città si distinguevano in palazzi, palazzotti e case terrene. Di veri palazzi isolati non trovasene che un solo, quello del duca di Vallombrosa, edifizio di architettura moderna, di bell’aspetto e di comodi compartimenti; gli altri sono case grandi, e alcune anche belle e comode, ma non certamente palazzi.
Si dicono palazzotti le case minori a due o tre piani, e di queste è un gran numero, se pure non si comprendano in cotest’ordine le più piccole di un sol piano superiore o di due, ma pochissimo ampie, in molte delle quali non sono aperte, che una o due sole finestre.
Le case terrene furono in altri tempi in grandissimo numero, il quale poi andò diminuendo, perché restando fermo il divieto di fabbricare fuori delle mura, e nell’aumento della popolazione abbisognandosi di abitazioni, molte di queste furono accresciute d’un piano superiore, o formate in palazzotti, cioè quelle che erano sufficientemente ampie per poter formarvi una stanza capace: e se finalmente nell’imminente pericolo del cholera e nella memoria delle stragi immense, che subì Sassari nelle pestilenze dei secoli passati, il rispetto della pubblica sanità e il timore della mortalità non avesse preponderato al rispetto dell’interesse dei proprietari delle case, che sempre fecero opposizione alle domande del popolo, e ad altre meschine ragioni, anche queste restanti casipole, molte delle quali si misurano in lungo e largo con dieci passi in circa, sarebbero diventate palazzotti.
Forse nei soli conventi, nei monasteri e nell’indicato palazzo del duca, e in rari punti presso la cerchia delle mura aveasi qualche cortiletto e giardino; nelle altre parti le case erano addossate le une alle altre o alle muraglie, e appena aveano qualche spiraglio per la luce.
La costruzione delle casipole era ordinariamente fatta con argilla, e la calcina non si adoperava che per l’intonaco. Se si elevavano si adoperava pure l’argilla. Con poche centinaja di lire potevasi levare a palazzotto una casetta, e il proprietario si formava un reddito del 10 e più per cento!!
La muratura antica era in generale assai debole, e troppo caduca; quindi fu la necessità di quegli archi, che cavalcavano le strade, gittati da una ad altra casa opposta per sostenersi con mutua resistenza.
Gli edificii più notevoli, che restano de’ tempi passati, sono il collegio di s. Giuseppe, dov’è l’università, il collegio di Gesù Maria, la cattedrale, il convento e la chiesa dei carmeliti, il palazzo del Duca in Carramanna.
Tra questi non può aver luogo l’antico palazzo della governazione, dove abitava il governatore della città e del Logudoro, e avea la sua segreteria, e dove adunavasi il magistrato; perché non è meglio che un gruppo di diverse case e aggiunte fatte senza rapporto a un primitivo disegno.
Gli edificii moderni, che meritino menzione, sono il suaccennato palazzo del duca, la casa del comune, il palazzo di s. Saturnino, le tre case del marchese S. Sebastiano, la casa di D. Simone Manca, il nuovo seminario, la casa Quirolo, e molte altre.
Le fabbriche nuove fuor delle mura sono formate più solide, regolari, simmetriche, grandi e comode, e tutte hanno dietro un cortile. Tra queste fabbriche è molto notevole il nuovo spedale tra porta castello e s. Sebastiano, di bel disegno consimile a quello di s. Luigi in Torino, che poco manca per essere adoperato. Potrà forse contenere da 3 a 400 letti.
Pulizia
In altri tempi era questa molto negletta, principalmente nelle parti meno frequentate, le quali aveano pure l’incomodo di essere mal selciate. Finalmente si riconobbe il nocumento di tanta sporcizia, il viziamento dell’aria per le esalazioni di tanta corruzione, il danno della sanità pubblica, e si rimediò per sollecitudine del marchese Bovi e del cav. Crotti, essendosi aperti dei canali per scaricarvi tutte le materie immonde, lastricate meglio le strade, mondati i siti più sporchi, e vietato di gittar in prossimità alla città il rifiuto delle case ed il letame; onde si rese la città più pulita e l’aria fu di molto purificata.

