Premi "Invio" per passare al contenuto

1712

Il solito impiccato… e il suo boia. – «Lunedì, 29 Febbraio, anno bisestile 1712, alle 11 di mattina fu portato a impiccare (l’Usai doveva dire a rimpiccare!) Tomaso Concudu, di Chiaramonti… e questa volta morì. Il Governatore, per timore o sospetto di tumulto, aveva fatto preparare le cose alla segreta. Al Concudu furono cambiati gli abiti; era vestito con un abito bianco e con una barriolda sulla quale era cucita una croce rossa, all’uso di Spagna, (lo che non si era ancor visto).

«Egli fu condotto fino al luogo del supplizio; e quantunque gli si fosse accorciata la corda sottile, pure fu impiccato colla corda grossa. Non mancava che il solo spazio di tre dita a toccar terra; perché quello scaltro di Bartolomeo, il boia, anche questa volta gli aveva lasciato il laccio molto largo.

«Tutti i soldati, formando il quadrato, stavano intorno alle forche del Carmine, ed avevano ricevuto l’ordine di uccidere il condannato, se per accidente si rompevano un’altra volta le corde.

«E i boia in questa esecuzione erano due – uno, il detto Bartolomeo; e l’altro Nicola, il quale stava di dietro. Erano stati ambedue tolti momentaneamente dal carcere, dove stavano.

«Terminata la funzione, e appena Bartolomeo ebbe finito il suo compito, si fecero innanzi gli sbirri, afferrarono quello scaltro, lo fecero spogliare e lo adagiarono sopra un asino che era stato preparato senza che alcuno lo sapesse. Affidata allora la correggia nelle mani di Nicola, suo discepolo, a suono di trombetta, questi cominciò a frustarlo fieramente, sul davanti del piede della forca.

«Portarono quindi insieme Bortolomeo e il cadavere di Concudu fino al cammino che incrocia in Pozzo di arena; di là, il primo fu portato a seppellire in San Sebastiano; – il secondo fu fatto passare in Porta Nuova, poi gli fecero attraversare tutta la Piazza fino a Porta Sant’Antonio e di là, salendo per Carrera Longa, fu riportato in Carcere. E durante il tragitto fu sempre frustato fieramente dal suo discepolo Nicola, per castigo della trampa (inganno) che si diceva fatta da lui, quando la prima volta fece rompere le corde colle quali doveva impiccare il detto Concudu; trampa che suscitò tante controversie, scomuniche, conferenze, bisbigli, ecc., ecc..

Povero Bartolomeo! E’ proprio il caso di dire, che andò al Carmine vecchio per suonare…e restò suonato!

Feste per l’Imperatore. – «Domenica, 3 Aprile, ebbero principio le feste per l’incoronazione d’Imperatore del nostro re Carlo III. Queste feste durarono tre giorni. La mattina della domenica si cantò il Te Deum e la Messa solenne; il sermone fu recitato dal P. Emanuele Manca. Alla sera si fece la cavalcata fino a San Pietro. La notte vi furono fuochi artificiali e luminarie. Nel Palazzo di Città si eseguirono artificios de polvera. La guardia fu fatta dai cittadini perché i soldati erano comandati di ronda. L’ultima notte fu acceso un moro (?) di polvera, mentre nelle notti precedenti abbiamo avuto tre ruote e buladores (razzi e fuochi d’artifizio)».

La sacra scrittura. – «In questa stessa domenica (3 Aprile) doveva cominciare la nuova pratica per la spiegazione della Sacra Scrittura, la quale d’allora in poi doveva aver luogo ogni giorno festivo. Fu fatta invece l’indomani, lunedì, dal reverendo P. Gavino Lecca, provinciale dei Gesuiti, nella chiesa di Gesù Maria. Prima di partire per Cagliari egli introdusse in tutto il Regno questa nuova pratica di spiegare la Sacra Scrittura, come si usa in tutte le parti del mondo. II P. Lecca cominciò collo spiegare In principio creavit Deus celum et terram; e incaricò il P. Emanuele Manca per surrogarlo in questa pratica, la quale fu fatta sempre all’italiana, cioè, seduti in seggio, sul pulpito (?)».

Esecuzione. – «L’11 Aprile fu impiccato Gavino… di Padria, pastore, per avere ucciso Giuseppe Usai. La testa del giustiziato fu portata nel villaggio di Padria».

Disciplina militare. – «Il 26 Aprile l’Ufficiale Comandante tolse i soldati che erano di guardia nel Palazzo del Governo perché si erano picchiati fra di loro».

Nuove monete. – «In questo tempo, sotto il Viceré Conte d’Erill, si coniarono le nuove monete cagliaresi pequinittos; da ogni seidanari (circa cinque centesimi) si facevano cinque cagliaresi, per lo meno. Questa fabbricazione si fece senza rumore, né Pregoni».

Nuovi Consiglieri. – «Nel 15 Maggio vi fu l’estrazione dei Consiglieri annuali, e furono: Don Gavino Deliperi Manunta (per aver rinunziato a questa carica Don Gavino Navarro) – Don Gavino Ignazio Escano – Giuseppe Escarpato – Giuseppe de Aquena Alivesi – e Agostino de Branca – Clavario dell’ordinario, Nicolò Pinna Espano – Clavario della Frumentaria Giov. Battista Asuni- Officiale della Nurra, Don Michele Sarvoni – Castellano di Portotorres, Don Salvatore Sotgiu – e Mostassen, Don Pietro Michele Pilos.

Piccole disgrazie. – «Il 4 Giugno, Fra Francesco Maria (mentre si faceva la funzione di rinchiudere la Madonna delle Grazie nella chiesa di San Pietro) si ferì alla faccia accendendo un mortaretto».

Temporali e preghiere. – «Durante tutto il mese di Giugno vi furono forti temporali. Il giorno 9, in San Nicola, si fecero le Rogazioni per tre giorni consecutivi. Vi intervennero tutti i religiosi e le confraternite. Si recò in giro il Santo Cristo; la Confraternita di San Gavino portò i tre SS. Martiri Turritani; – quella di Sant’Andrea, il loro Santo; – i Serviti, la Vergine dei Dolori; – i frati di S. Maria, Sant’Antonio di Padova; – quelli di San Paolo, San Ramon e San Domenico; – la Confraternita di San Sebastiano, il loro Santo. Si andò rogando, dalla chiesa di Sant’Appolinare fino a San Sisto; e la domenica, 11, si diè principio dai Gesuiti, alle Missioni, per chiedere a Dio perdono dei peccati; – essi portarono la statua di San Giuseppe».

Queste Missioni durarono otto giorni con buonissimo tempo, come nota l’Usai. Avverto il lettore che di queste processioni ve ne sono molte nel Diario, ed anche particolareggiate; io non ne riporto che alcune, perché il lettore possa farsi un’idea delle preoccupazioni del popolo in quei tempi!

Un marito che prende moglie. – «Il 20 Giugno, lunedì, verso sera, impiccarono Salvatore Figoni, mugnaio, e Giovanna Maria Santone Soggia, di Osilo, vecchia di circa sessant’anni. Li condussero fino al patibolo a colpi di frusta».

Eccovi presso a poco la storia. Era una famiglia composta di una vecchia madre che aveva due figli – uno maschio ed una femmina. Quest’ultima faceva all’amore con un uomo ammogliato; il quale, forse, aveva promesso di farla sua, quando verrebbe alleggerito del peso della moglie vivente. La vecchia madre allora, per rendere felice sua figlia, si unì al marito-amante, e, di comune accordo, tolsero dal mondo la infelice moglie, per poter effettuare il conveniente matrimonio. Pare anche, che tanto la giovine sposa, quanto il di lei fratello, non fossero affatto estranei a questa uccisione – o almeno che ne conoscessero i colpevoli. Continuo ora la descrizione del supplizio:

«… Fu prima impiccata la vecchia; ed essendo caduta dal patibolo, perché si erano spezzate le corde, il carnefice corse subito a lei e le spiccò il capo dal busto, come prescriveva la sentenza per i due colpevoli. Dopo la vecchia venne la volta di Salvatore Figoni, che fu impiccato. A questo punto si fece avvicinare la giovine Antonina (che era stata presente), perché baciasse il piede della forca. Questa donna – scrisse l’Usai – vide pendente dal patibolo il cadavere del suo adultero amante – e, steso a terra, quello della sua vecchia madre col capo diviso dal busto. Il figlio della vecchia (forse perché il meno colpevole) era stato condannato alla galera.

«… E avendo la Confraternita portato i due cadaveri al Carmine di fuori per dar loro sepoltura, li lasciarono sotto la forca; e di là li ritirarono i Religiosi. Essendo ciò venuto a conoscenza del Governatore, ordinò che prima del calar del sole si trasportassero i due cadaveri nella chiesa di Santa Catterina, dove furono seppelliti (cosa non ancora vista in Sassari) – Le due teste furono mandate a conservarsi nel villaggio di Sennori».

Risulta dunque, che nel Carmine Vecchio era sempre un patibolo in permanenza, e che i due rei furono giustiziati in qualche altro punto della città.

La morte di uno studente. – «Sabato, 2 Luglio, alle ore 6 di sera, Nicola Festoni, pastore di cavalle, uccise Paolo Maria Serra, studente filosofo, giovane savio e buon cristiano. Gli fu data una fucilata che lo colse alla gola, e morì subito. E la causa di questo omicidio non fu che una pietra lanciata ad una cavalla per farla scartare dalla strada di San Pietro, dove il povero ragazzo passava, di ritorno dalla chiesa, dopo aver assistito alla Salve ed alle Litanie della Vergine delle Grazie, di cui era molto devoto. Fu un caso assai lagrimevole che impressionò tutto il paese. La disgrazia accadde nell’angolo del muro della vigna del signor Arciprete. Il ragazzo si trovava in compagnia di Ambrogio Ulgueri, del figlio di Giovanni Antonio Pirotu e di un altro studente filosofo fiorentino. Fu seppellito nella chiesa di Sant’Agostino».

Riparazioni. – «Il 22 Agosto si diè principio al riadattamento della casa per il Conte di Bonorva. Fu ultimato il lunedì, 5 Settembre».

Dare e avere. – «Oggi, 31 Agosto, ho venduto il mio cavallo nero ad Antonio Lebio, per lire sarde 40; e il 3 Settembre ne comprai uno castagno, di tre anni, dal sarto Giovanni Saba, per 25 lire».

Bravo Usai! Ci hai guadagnato 15 lire!

La serva. – «Il 4 Settembre presi a servizio, nella mia casa, Giovanna Maria Pinna. Non vi rimase, che pochi giorni».

Povero Usai; – Dio sa in che mani tu eri capitato! E Dio sa in quali critiche capiterò io, dando ai lettori, dopo 170 anni, le notizie della tua serva e del tuo cavallo!

Voce di popolo, voce di Dio. – «Verso la metà di Novembre si vociferava che ben presto sarebbe venuta l’armata di Sicilia, per impossessarsi della Sardegna in nome del re Filippo».

Questua di cavalli. -«Il 7 Dicembre furono presi da Sassari dodici cavalli, scelti fra i migliori posseduti da diverse persone, fra le quali qualche povero viandante. Essi servivano al Re; cioè, per formare un corpo di Dragoni di Cagliari. Se ne presero anche molti dai diversi villaggi dell’Isola; e tutti colla promessa che si sarebbero pagati – però non si sa! (?!). I cavalli di Sassari furono condotti a Cagliari da mio cognato Francesco Capitta, il quale partì lo stesso giorno, lunedì, alle 12, mentre pioveva. E in Sassari vi era molto risentimento e pianto per parte dei padroni dei cavalli…».

Alla data del 25, stesso mese, l’Usai nota: «Oggi tornò mio cognato da Cagliari; ma senza il danaro dei cavalli!».

Ecco, per esempio, un modo industrioso ed economico per formare una cavalleria! Lo consiglio al nostro Governo.

Nomina. – «Il 7 Dicembre entrò in Sassari Don Michele Cugia, come assessore criminale della Regia Governazione, nominato dal Viceré in surrogazione del defunto Don Francesco Quesada».

Conti di cassa. – «Oggi, 8 Dicembre, ho dato a comare Maria Pinna due scudi in acconto dei dieci che mi ha prestato. Glie ne devo dare altri nove».

Uno scudo d’interesse? – Attenzione, signor Usai, colle comari usuraie!

Nuovi cantori. – «In quest’anno si introdusse nella chiesa di San Sisto l’uso di cantarsi la Salve e los Gaudes, dai cantori della cattedrale, nell’ottava della Concezione. Prima invece si cantavano dai sacerdoti certi versi antichi, e in modo tale, che movevano più a riso, che a divozione».