Sassari Piemontese

• Circolo Nazionale

Fin dagli ultimi di Settembre si progettava da molti cittadini l’impianto in Sassari di un Circolo Nazionale liberale, dove si sarebbero spiegati al popolo i diritti ed i doveri verso il Governo Costituzionale. Era una specie di palestra, dove si sarebbe conservato il fuoco sacro della libertà, mantenendo vivo nel petto dei giovani l’amore alla patria. Questa istituzione trovò in sulle prime degli oppositori; e molti – o troppo timidi, o troppo diffidenti – ricusavano apertamente di appartenervi, come notava il giornale La Sardegna. – Vinse però la costanza e l’ardore dei più intelligenti fra i cittadini – e il Circolo sorse. Il 24 ottobre, rispedendo al Presidente del Circolo Nazionale di Cagliari, il Municipio gli partecipava che anche a Sassari si era eretto un Circolo Nazionale, i cui membri, radunatisi il giorno 20 dello stesso mese, avevano nominato per loro presidente l’Avv. Coll. Nicolò Ferraccio, col quale egli poteva mettersi in relazione. Questo Circolo si teneva nel Civico Teatro, ed uno dei più caldi propugnatori era stato Antonico Satta. E siccome costui ebbe gran parte negli avvenimenti che successero in Sassari nella seconda metà del 1848 e nella prima del 1849, tornerò parecchi mesi indietro per presentarlo ai lettori, coi documenti che mi è dato raccogliere dalla storia, e coi brevi cenni che di lui si scrissero.

• Antonico Satta

Fin dal mese di maggio trovavasi a Sassari Antonico Satta, geometra. Arrivato a Portotorres sopra un legno inglese, rientrava in patria dopo molti anni di assenza.
Il Satta era un bell’uomo, vestiva elegantemente con cappello a cilindro, e non deponeva mai i suoi occhialini affumicati. Ne’ suoi modi e nel suo tratto notavasi quella disinvoltura e finezza che si acquistano da un intelligente che ha girato il mondo. Molte voci, e diverse, corsero per il paese sulla sua venuta, sulla sua vita, sulle sue avventure. Chi lo diceva un emissario dell’Inghilterra mandato in Sardegna per mire politiche; altri assicurava che, con gli studi profondi e la lunga pratica nelle grandi capitali, egli fosse diventato un celebre ingegnere poliglotta. Fatto è che il Satta aveva visitato molti paesi d’Europa, ed aveva dimorato molto tempo a Parigi ed a Londra.
La sua parola era facile, calda, affascinante, né tardò a cattivarsi la simpatia di tutti, e specialmente dei più intelligenti del paese. In quel tempo di agitazioni politiche, di nobili aspirazioni, d’odio allo straniero, il Satta dovette prendere più volte la parola per esprimere le sue opinioni, con una facondia ed un sano criterio che valsero ad attirargli la generale ammirazione.
Abbiamo già detto che il Caffè dei fratelli Bossalino, che fiancheggiava il lato sinistro della chiesa di S. Catterina, era il punto di riunione di tutti i liberali d’allora, ed anche di molti popolani che si piacevano raccogliere dai più istruiti tutte le possibili cognizioni riguardanti l’Italia e il nuovo governo. Fu là che il Satta si recava con frequenza; e molte volte, circondato da un numeroso uditorio, leggeva a voce alta gli articoli dei giornali che arrivavano ogni quindicina dal Continente. L’accento caldo, vibrato ch’egli dava alla lettura, nonché il suo modo di cadenzare i periodi, davano, direi così, colorito e vita a quegli articoli riboccanti di entusiasmo patriottico.
Un giorno, mentre gli avventori erano per abbandonare il Caffè, si udì una voce tonante, imperiosa, e allo stesso tempo carezzevole, esclamare nel più puro accento del dialetto sassarese: – Perché ve ne andate ? Rimanete ancora!
Tutti si volsero meravigliati verso il tavolo, presso cui stava il Satta, in piedi. Costui allora, montato sopra uno sgabello, improvvisò un discorso entusiastico sulle questioni del giorno e sul nuovo ordine di cose. Erano concetti alti, idee piene di buon senso, ed espresse con garbo ed eleganza. Quell’arringa suscitò i vivi applausi dell’uditorio; e da quel giorno il Satta, oltre alla lettura dei giornali, non mancò mai d’arringare il pubblico, con una forza ed abilità da degradarne il più esperto degli oratori. Lo si pregava sempre che parlasse, e non se lo faceva ripetere due volte. La sua tribuna era una sedia, uno sgabello, un tavolino. Il popolo ammirava, e plaudiva.
Le sue idee ed i suoi principi erano tali che potevano venir condivisi da qualunque galantuomo; ond’è che gli si facevano attorno i migliori e più liberali del paese, congratulandosi della sua facondia e del suo ingegno.
Quest’uomo cooperò molto per l’impianto del Circolo Nazionale: anzi vi fu chi affermò che all’attività del solo Satta esso si dovesse.
Poco a poco però, i discorsi del Satta divennero più incisivi, più violenti. O che incoraggiato dall’adulazione avesse creduto merito maggiore l’accentuare i discorsi, o che lusingato da stolte ambizioni avesse di mira di tirare a sé la parte meno colta e più numerosa della popolazione, fatto è che trascese. Comparando i nuovi con i vecchi tempi, incolpò del passato questo e quello, e si lasciò tratto tratto scappare delle allusioni molto trasparenti, a proposito della nobiltà, del clero e dei privilegi, gettando insinuazioni su persone rispettabili, troppo conosciute in paese.
I nuovi discorsi posero in diffidenza i più timidi e i troppo prudenti, i quale vedevano nelle teorie del Satta un indirizzo tenebroso; i più coraggiosi invece si strinsero a lui, insieme al popolino troppo facile a lasciarsi trascinare e a correre dietro a chi inveisce contro gli abbienti ed i signori.
Cominciarono qua e là le mormorazioni e le insinuazioni, fatte circolare alla sordina da quelle stesse persone che prima avevano carezzato, esaltato e riverito il tribuno; e i malumori non tardarono a manifestarsi, specialmente nella classe dei nobili e degli ecclesiastici.
Il Satta – inasprito forse dagli attacchi che gli si movevano nell’ombra, e ben spesso da taluni che si mostravano gelosi dell’aura popolare che circondava il tribuno – faceva di tutti vendetta con le prediche che improvvisava in piazza, in mezzo alle turbe plaudenti – prediche ch’erano diventate la sua arma d’attacco e di difesa, temuta da quei pacifici cittadini che non amavano la pubblicità, o che non avevano il coraggio della propria opinione.
Molti dei gregari più fedeli, sentendo le punture del tribuno, si tirarono indietro imprecando al maldicente – perocché le decantate doti di mente e di cuore dei cari amici si cambiano assai spesso in altrettanti vizi e dissesti, non appena gli stessi amici diventano nostri avversari. Altri gregari invece, o per salda convinzione, o per far dispetto a terzi, od anche per vendicarsi di vecchi e nuovi attacchi, si strinsero al geometra tribuno, e fecero seco causa comune, almeno in apparenza.
Perché il lettore sia informato dei giudizi che correvano in paese a proposito del Satta, citerò due scritti; l’uno le Pagine storiche del Cav. Gavino Passino Cugia, pubblicate nel 1877 – pagine, che, mentre rivelano l’ingegno non comune dell’autore (che prese molta parte negli avvenimenti del ‘48 e ‘49 come cittadino e come ufficiale della Guardia nazionale) palesano pure la passione da cui era dominato nello scriverle, essendo esse comparse in una polemica sovranamente partigiana, accesa con i redattori del giornale La Squilla. L’altro scritto è inedito, e appartiene al prof. Giuseppe Torchiani, che volle fare un cenno (in una decina di pagine) delle Vicende di Sassari dal ‘47 al ‘53. Quest’ultimo manoscritto – gentilmente cedutomi dall’autore – non è certo benevolo per il Satta; però bisogna convenire che esso fu dettato con serenità di coscienza, con convinzione onesta, e solamente in omaggio ai principi professati dall’autore.
In difesa del Satta – almeno con la penna – non sorse mai nessuno – tranne il suddetto Cav. Passino nel 1848, in un articolo inserito nella Sardegna: articolo che forse volle dimenticare scrivendo le Pagine storiche del 1877.
Riporterò qua e là, nelle rubriche che seguono, i pareri dei suddetti scrittori sul Satta e sugli avvenimenti del tempo. Voglio (come sempre ho praticato in questo libro) che il lettore conosca sempre il parere degli altri sui personaggi da me presentati, e giudicati con la scorta dei documenti storici ch’ebbi sott’occhio.

• Apprezzamenti diversi

Ecco le parole, a proposito del Satta, che si leggono nelle Pagine storiche del Cav. Passino; il quale, nel ‘48, era fra i più liberali, e teneva a circondarsi di un’aura popolare: «Noi pure si ebbe la guerra senza quartiere contro i gridatori di piazza. I quali, sotto mentito nome di progressisti, nascondevano le fisonomie tutte dei repubblicani puro sangue, eccitati a disordini e alla distruzione del governo costituito.
«Erasi posto a capo di costoro un cotale che, vissuto per molto tempo in Inghilterra e in Francia, frammezzo ai fortunati accidenti di una vita precaria, aveva attinti i più radicali principi del socialismo, le arti maligne del cospiratore e la diffìcile abilità del tribuno in grado superlativo. Calmo per natura e di elevata mente, aveva il coraggio dell’azione ed il cuore duramente temprato alla riuscita dei propositi, non calcolato il mezzo. In una parola, rappresentava nell’insieme un misto simpatico del gentiluomo inglese e dello sbracato di Francia: l’uomo, infine, nato fatto per illudere, ingannare e trascinare il popolo alle più dure prove, le quali sono sempre la immediata conseguenza delle risoluzioni sconsigliate e violente.
«Non è a ridire, come il primo segnale fosse energicamente dato dai giornalisti; i quali, trovando potentissimo aiuto nei club, bandirono la crociata alle più distinte riputazioni cittadine.
« La calunnia, l’ingiuria, la contumelia, il sarcasmo, tutto fu posto in opera contro i designati, e la parola eloquente del nuovo ed esperto tribuno, dando corpo alle calcolate imputazioni, trovò nelle concitate turbe della piazza il più potente ausiliario, e la più formidabile arma». Così il Passino.
Il  prof. Torchiani scrive del Satta nel modo seguente:
«…Volgevano a tale stato le cose quando uno di quegli esseri che la Provvidenza destina a sue speciali vedute, dopo di aver errato per molti anni in Italia, in Francia ed in Inghilterra, siccome avventuriero piucché geometra, reduce in patria toccava le spiagge della Sardegna, ed in Sassari, sua terra natia, ponea sua stanza.
«Costui, ammaestrato nelle grandi città alle grandi rivoluzioni, fornito di mente adatta a vasti disegni, ma rovinosi – perché con animo turbolento tutti santificava i mezzi onde raggiungere lo scopo accrebbe la discordia, 1’animosità, la vendetta, predicando pubblicamente che le berrette dovevano sormontare i cappelli.
«L’apertura d’un Circolo centrale, cui doveano corrispondere altri minori, che un’apposita propaganda cercava stabilire nei vari punti dell’Isola, fu il primo passo da lui tentato. Il colore del programma n’era tale, che nel principio anche i più amici non dubitarono d’associarvisi; e se a questo fine avesse mirato, era potentissimo mezzo a proporre quanto alla felicità del paese poteva contribuire. Non tardarono però a svilupparsi i germi, non già di una libertà moderata che tutte le forze dirige a vero vantaggio sociale, ma di sfrenata e frenetica piena di mire egoistiche e funeste.
«Idee di socialismo, di comunismo, e forse ancor di repubblica, furono dall’ignoranza accolte, dalla malvagità commendate, e con la violenza incarnate. Quella gente però che le accoglieva in tal modo era una frazione del popolo che in ogni terra traligna; e se qualche individuo di buon nome vi fu avvolto, a cecità d’intelletto, anziché a corruzione d’animo gli venne attribuito. Tali prìncipi non potevano non trovare un numero grandissimo di oppositori, massime fra i dotti, che ne intravvedevano chiaramente le tristi conseguenze; onde videsi presto assotigliato il numero de’ suoi partigiani.
«Un ostacolo ancor più potente alle sue mire sinistre egli trovava nella voce di uno fra i migliori magistrati, che, fornito d’ingegno distinto e di lumi estesi, di facondia non comune e d’ardente amore pel pubblico bene, non ristava dal combatterlo nella opinione, ove offrivasi il destro, senza degradarne la propria dignità, e senza trascorrere i limiti di una libertà ben intesa, che chiede in appoggio dell’opinione la legge…».
Il Torchiani allude al Tola; e per onore della verità devo qui dichiarare che altri giudizi ben diversi furono pronunciati sul nostro storico Sassarese, a proposito di questi fatti. Il prof. Sulis, dettando la biografia del Tola, lasciò scritto che il risorgimento politico del 1848 lo avea fatto lieto, ma non intieramente fidente nella durata del moto nazionale.
«Dovette persuadersi – egli scrive – che le buone intenzioni non bastano se le si lasciano usufruttare dagli intriganti che solo pensano alle proprie ambizioni; e che nelle convulse agitazioni d’improvvisi Tribuni, 1’ostinarsi ad emularle, col pretesto di salvare l’ordine nella città, è grosso errore, che può nel calore delle sfrenate passioni precipitare in colpe, la cui responsabilità ricade in gran parte su chi non seppe valutarle e prevenirle».
Come il lettore vede, tanto il Torchiani nel giudicare il Satta, quanto il Sulis nel giudicare il Tola sono stati troppo severi. La verità è una sola, e l’abbiamo detta altra volta: che in preda alle passioni che ci agitano, tardiamo a persuaderci che non esistono virtuosi esenti da vizi, come non esistono viziosi che non vantino qualche virtù. Il difficile sta nel giudicarli pienamente; perocché ognuno li studia dal lato che più gli torna meglio, in rapporto sempre con le proprie opinioni, i propri interessi, e le proprie passioni.

• Accusa e difesa

Il Satta continuava sempre nei suoi discorsi, e molti di coloro che si credevano attaccati con insinuazioni, non mancarono di lamentarsene. L’Intendente generale, anch’egli, mostravasi impensierito di queste prediche chiamate sediziose, né viveva tranquillo nel suo Palazzo, sebbene il Satta fosse stato un giorno costretto a scolparsi pubblicamente, respingendo sdegnoso le accuse che gli movevano i nemici.
La mattina del 4 ottobre, l’Intendente si decise a chiamare nel suo gabinetto il Maggiore della Guardia Nazionale del Battaglione di Ponente, e fece a lui delle serie rimostranze. Il Maggiore alla sua volta nella stessa mattina riunì in Caserma tutti gli Ufficiali, e chiese loro per parte dell’Intendente perché non erano stati presenti ai discorsi di Antonico Satta.
Lasciamo la parola al giornale La Sardegna, il quale, dopo aver riferito del colloquio tra l’Intendente e il Maggiore della Guardia Nazionale, scrive:
«Ci piace ora riferire la risposta del Cav. Gavino Passino.
«La Milizia Nazionale è fatta per garantire i diritti della patria e del cittadino… Noi non ebbimo ancora favorevole circostanza per trovarci presenti ai discorsi popolari del Satta; ma, sì dalla discolpa pubblicata dallo stesso, che da relazione fattacene da molte persone, ci è forza rilevare che il Satta fu calunniato, o malamente inteso. Ché se gli si volesse rimproverare un poco d’improntitudine e soverchio zelo, ricordino che tutti i mali nostri sono troppo radicati, perché abbisogni forza e prontezza a svellerli. E noi, i quali oggi non riconosciamo spirito rivoluzionario nei discorsi del Satta, saremo domani i primi a richiamarlo sulla vera via, ove intendesse eccitare il popolo alla rivolta».
Dalla suddetta dichiara del Passino nel 1848, alle Pagine storiche del 1877 vi è troppa differenza; onde ripetiamo, che i nostri giudizi sono ben sovente esagerati, tanto nel bene, quanto nel male!

• Dimostrazione

Le diverse accuse mosse al Satta per i suoi discorsi, suscitarono lo sdegno popolare. La mattina del 6 ottobre il Municipio raccomandò al Maggiore del Battaglione di Levante di tener pronta in Caserma una forza competente, per qualunque occasione. Lo stesso giorno l’Intendente ordinava un rinforzo straordinario di Cacciatori Franchi e Cavalleggeri in vari punti della Città. I due Maggiori della Guardia Nazionale, accompagnati dagli Ufficiali, si recarono risentiti da lui per chiedere ragione della rigorosa misura.
Alla sera vi fu dimostrazione; ed io la riporto dal giornale La Sardegna.
«Ieri notte (6) alle ore 8 e mezza, una moltitudine di persone recossi all’abitazione del concittadino Antonio Satta, e vi fece eseguire una brillante serenata, salutandolo a ripresa con evviva e grande entusiasmo. Fattosi al balcone ringraziò tutti; e fra le altre cose disse: …Voi mi sapeste calunniato, e tosto mostraste di non credere più ai vili e di amare solo e conoscere il vero. In segno del mio gradimento vi esorto, o cittadini, a voler in ogni operazione mantenere l’ordine e la legalità, e vieppù stringervi al nostro prode, amatissimo Sovrano…».
«La moltitudine lo volle indi con sé; e con evviva frequentissimi a lui, all’Italia, a Carlo Alberto, traversarono con ceri e con musica le contrade della città. Alle ore 10 lo restituivano in sua casa, ed egli nuovamente ringraziò i concittadini, pregandoli ad attuare la Guardia Nazionale, a concorrere a sostenere il cadente giornale, ed a formare un Circolo Nazionale, tanto necessario ed utile».

• La Giunta comunale

Pare che in quel tempo di torbidi gli Assessori comunali non fossero troppo zelanti né solleciti nel recarsi al Palazzo civico. Il 19 ottobre il Sindaco invitava con lettera i Consiglieri Don G. Alivesi, Don G. B. Martinez, Avv. Coll. Ferracciu, Cav. Ferra, Cav. Berlinguer, Prof. Sulis e Prof. Pittalis perché intervenissero alle sedute giornaliere, vedendosi costretto nelle difficoltà dei presenti tempi e nelle maggiori esigenze delle cose municipali, a servirsi dei membri del Consiglio Generale, per i tanti assenti delle Congreghe ordinarie.  

• Discorso Tola

Fin dal 29 settembre D. Pasquale Tola partecipava al Municipio la sua nomina a Presidente dell’Università, e il Municipio gli rispondeva il 6 di ottobre, facendogli un mondo di complimenti. Per il 4 di novembre, alle ore 3 e mezza di sera, era annunziato un discorso che lo stesso Tola doveva leggere nell’Aula dell’Università, per solennizzare con la solenne apertura dell’Accademia anche l’onomastico di S. M. Carlo Alberto.
Per preghiera di Don Pasquale Tola, il Municipio invitò i due Maggiori della Guardia Nazionale, perché ordinassero una guardia di onore, comandata da un ufficiale; in fondo, però, ciò si voleva per misure di sicurezza; essendosi sparse voci di una dimostrazione ostile all’oratore. – Né s’ingannavano. Tolgo dal manoscritto del Torchiani:
«Creato Presidente agli studi accademici per sovrana munificenza, il Tola inauguravane l’apertura con un discorso pieno di erudizione e dottrina; ma prima di entrare nell’Aula della R. Università, ebbe a sostenere gli attacchi dell’opposto partito. Grida sediziose, con minaccia di morte, uscivano dal labbro di alcuni che, per pubblica fama, erano di delitto capaci. Egli però sostenne cotale attacco con l’intrepidezza di un uomo che sa mantenere la calma di una retta coscienza; onde, letto il discorso fra il plauso generale, fu, quasi in segno di trionfo, accompagnato a casa, fra le acclamazioni della detta Assemblea.
Ciò doveva essere spina al cuore del turbolento rivale, sicché, per troncare dal bel nascere questa pianta novella, si diede a spargere, per mezzo de’ suoi, più manifeste minacce, con apparato d’uomini in arme, sperando che il terrore potesse quello che non poteva la parola. Dall’altra parte però, una famiglia temuta per frequenti delitti, composta di quattro o cinque individui, credendo farsi merito sposando la causa dei grandi, spontanea ed intrepida contrappesava le minacce dei primi, guardandosi l’un l’altro cagnesco, quasi scherani di due potenti fazioni, che se nella opinione solo esistevano, in loro si appalesavano nei fatti, dai quali la mente e l’animo rifuggiva di quelli stessi che imprendevano a difendere. – Un colpo di pistola, sparato, sebbene senza effetto, contro un capitano dei Cavalleggieri, verso l’imbrunire, nella piazza più frequentata, ne fu il segnale. Da ciò sempre più forte s’impegnava la lotta, e per evitare ogni funesta collisione, tutte le autorità convenivano doversi arrestare colui che n’era causa primaria…».
Gli scherani a cui accenna il Torchiani erano i seguenti: – per il Satta militavano i Careddu della Nurra e i Maccioccu – per il Tola i Saba. In poche parole, si era ritornati agli antichi tempi dei Bravi nel pieno secolo XIX, quando appunto la face della libertà risplendeva alle porte di Sassari, per annunziare l’alba dei nuovi tempi!

• Il Governatore

Nel 12 ottobre, il Municipio, rispondendo al Governatore, (che in data del 4 gli annunziava la cessazione della sua carica e la sua partenza per il continente) «si pregia annoverarlo fra i benemeriti e distinti cittadini e fra i più diletti figli di questa patria». È questa l’ultima lettera scritta dal Municipio all’ultimo dei Governatori, e porta la firma dei sindaci Conte d’Ittiri e Prof. Achenza.

• Gli agricoltori

In seduta del 9 novembre il Consiglio deliberò di prendere in considerazione la domanda di moltissimi agricoltori che chiedevano la pronta distribuzione dei grani esistenti nei magazzini del Monte Granatico, e più un prestito in danaro dalla casa civica, per poter promuovere la seminagione. Quantunque versasse nelle strettezze, il Municipio credette conveniente, per riguardo alle sterili annate, di accordare il prestito, limitandolo a sole L. 5.000.

• Scandalo in Teatro

Il Satta continuava le sue arringhe in pubblico. «Predicando la libertà di cui egli era l’antitesi, e la uguaglianza cui offendeva co’ suoi atti tiranni, ritemprava i conquistati agli odi ed all’ire cittadine». Così scrisse il Passino; ed egli ricorda, che un giorno, presiedendo il Satta un club popolare nel Teatro Civico, dedicò il discorso ai tre sassaresi Michele e Luigi Abozzi e Cav. Stefano Usai, attaccandoli virulentemente con calunnie. La moltitudine frenetica applaudiva. Informato l’Usai delle mossegli accuse, si recò al Teatro, e tentò una discolpa in pubblico; gli astanti però lo cuoprirono delle insolenze più ributtanti, lo minacciarono, e tentarono irrompere nel palcoscenico per accopparlo. La Guardia Nazionale, per fortuna, trasse l’Usai dal luogo della tempesta, salvò l’onore della giornata, e chiese ed ottenne dall’autorità politica la definitiva chiusura del pericoloso club, principio e causa di tante cittadine discordie.
Riporto questo fatto dalle Pagine storiche del Passino, pur dichiarando che non mi è constato da nessun documento. Sarà probabilmente accaduto, non prima, ma dopo il primo arresto del Satta, di cui parleremo nella rubrica seguente.
Quanto alla definitiva chiusura del Circolo Nazionale per ordine dell’autorità politica, di cui parla il Passino, dubito che sia stata ordinata in quel torno di tempo. Il Satta predicava già in Baddimanna nel dicembre del 1848; mentre io trovo che il Municipio, in data del 22 febbraio 1849, scriveva al presidente del Circolo (che non era il Satta) le seguenti parole:
«Quando si aveva in vista l’apertura del Circolo Nazionale, per maggior apparato e decenza, il Consiglio aderiva alla domanda concedendo il Teatro; e ciò per voler concorrere ad incremento del bene e a profitto di quelle generose e libere istituzioni che ci governano. Vide però, dopo qualche tempo, che l’uso diede luogo a qualche inconveniente e a danni che si attribuirono a quelle adunanze; per cui si rivolge alla S. V. perché domandi preventivamente licenza, quando si vuol fare adunanza, indicando l’ora».
Il Circolo, dunque, (presiedendo il Satta) non fu chiuso; o se lo fu, venne riaperto o rinchiuso sott’altro presidente.

• Arresto del Satta

«Le sconsigliate e desolanti dottrine con tanta audacia predicate – scrive il Passino – lasciavano prevedere il pericolo di mali peggiori; poiché l’indisciplinatezza, ingigantendo oltre misura, minacciava di rendersi irrefrenabile e pericolosa. Fu perciò spiccato mandato di cattura contro l’insolente agitatore, al quale fu intimato l’arresto dagli agenti della pubblica forza, mentre con la usitata ed inesauribile loquela tratteneva gli astanti nel Caffè del Corso».
Prima di esporre al lettore le vere ragioni dell’arresto del Satta, devo far notare che il Municipio era informato in precedenza del mandato di cattura, perché il 16 di novembre esso scriveva ai due maggiori della Guardia Nazionale, dicendo loro, che da rapporti ufficiali aveva rilevato che in quella sera potevasi turbare la pubblica tranquillità da qualche malintenzionato; onde pregavasi raddoppiasse la sorveglianza, il numero dei militi, e quello dei posti di Guardia loro affidati. Dirò dunque brevemente, che il Satta venne arrestato al Caffè Azuni mentre arringava i suoi compagni; che fu condotto al Castello, dove lo si fece montare sopra un cavallo per essere tradotto in Alghero e rinchiuso in quelle carceri; che sparsasi la nuova dell’arresto e del divisamento di condurlo in Alghero, migliaia di popolani armati occuparono il passo nelle circostanti campagne per liberarlo; che altri si spinsero come onda verso Piazza Castello, dove 300 soldati (tutta la Guarnigione d’allora!) e due pezzi d’artiglieria puntati verso il Corso non poterono frenare né trattenere la calca; che il colpo partito da un’arma avrebbe potuto operare un vero massacro di carne umana; che il Sindaco e la Guardia Nazionale non riuscirono a sedare l’ammutinamento; che la folla si recò dall’Intendente per chiedere la revoca dell’arresto, e che il Satta fu tolto di carcere, accompagnato a casa con battimani, e fatto affacciare alla finestra, dalla quale rivolse a’ suoi liberatori calde parole di ringraziamento.
Questo grave fatto, che gli uni dicevano implicasse quasi la demolizione del prestigio governativo; e gli altri che violasse un articolo dello Statuto fondamentale del Regno, fu portato a conoscenza delle Camere legislative dallo stesso Antonico Satta.
Prima di pregare il lettore a seguirmi alla Camera (dove apprenderemo come, quando, perché fu arrestato il famoso tribuno sassarese) accennerò ad un episodio, che potrebbe considerarsi come nota comica d’una drammatica giornata.

• Un Tedeum borghese

Appena il Satta fu tolto di carcere, montò i gradini della chiesa di S. Catterina accompagnato dai suoi liberatori; e là, all’aria aperta, rivolto agli astanti, levando le braccia al cielo con la gravità d’un profeta del vecchio testamento, intuonò a voce alta il Tedeum, a cui risposero in coro i suoi fedeli, con i debiti accordi musicali. Figurarsi l’impressione che fece quella prece in musica, sul pubblico spettatore che ingombrava la sottostante piazzetta! – Che cosa intese fare il Satta? Non si sa ancora. Forse voleva far dispetto all’Arcivescovo, usurpandogli le attribuzioni; forse era una satira; forse un eccesso di fede istantanea; forse – ed è il più probabile – voleva mostrare ch’era un fervente cristiano, ma non un cattolico.

• Alla Camera

Siamo alla Camera Subalpina; è la tornata del 29 novembre 1848, e la presiede Vincenzo Gioberti.
Cottin (segretario) legge: – Antonio Satta di Sassari rappresenta che, dietro ad un suo discorso fatto nel Circolo Nazionale, egli venne ad istanza degli ufficiali del Corpo Franco improvvisamente arrestato da un numero di soldati cavalleggieri, incatenato barbaramente, legato sopra un cavallo per trasportarlo a confine; poi, per ordine del maggiore comandante i cavalleggieri, consegnato al Corpo Franco, che chiedeva la sua morte. – Egli domanda, che la Camera, prese le debite informazioni, se riconosce il ricorrente innocente, richiegga l’immediata demissione dei giudici e capi della forza armata.
Sulis. (Deputato di Sassari): Domando che si dichiari d’urgenza la petizione. Le cose narrate sono così importanti, e così fortemente commossero tutta la città di Sassari, la quale per civiltà di costumi, per popolazione e per molti altri riguardi è una delle più cospicue della Sardegna, che io mancherei al mio dovere di Deputato se non ne informassi la Camera. Udite.
Nella sera del 14 novembre, nel Circolo Nazionale di Sassari, un cittadino per nome Antonio Satta faceva la proposta di dover chiedere al Governo del Re 1′ allontanamento da Sassari del battaglione dei Cacciatori Franchi, il quale dal 1832 vi tiene una guarnigione che non ha mai ottenuta la simpatia del paese; il che agevolmente si comprenderà, ove riflettasi che, per essere quello un corpo di punizione militare, io lo credo più adatto ad accrescere la colonia inglese del Van-Diemen, composta di condannati, che a fiancheggiare di sua presenza l’ordine pubblico in una città italiana. (Segni di approvazione).
Le parole della proposta furono acerbe, né io le approvo; però furono male interpretate dagli uffiziali del battaglione, i quali furono sempre a Sassari onorati, ed amati, perché i vizi della loro soldatesca non furono mai a loro comuni. Il fatto sta che gli ufficiali ricorsero all’uditorato di guerra, il quale ordinò l’arresto personale di quell’individuo.
L’arresto fu praticato nella sera dei 17 nel Caffè Azuni, con imponente apparato militare; il prigioniero fu di là condotto alla caserma dei cavalleggieri, i quale aggiunsero alle manette i legami delle funi per tenerlo saldo, e Dio sa a quale viaggio fosse dannato. Dicesi che dovesse condursi ad Alghero.
In questo mentre il pubblico conducevasi al palazzo del Municipio, ove era un pelottone di civici comandato da un ufficiale, il quale, cedendo alle istanze del popolo, mandò i suoi tamburini a battere la generala per la città. Come è facile congetturare, l’ira popolare era al colmo, perché l’ingiuria fatta ad un cittadino arrestato illegalmente era ingiuria per tutti; epperò la prima idea di questo popolo fu la legalità. Infatti chiese all’Intendente che, usando di sua autorità, riprendesse il prigioniero.
I cavalleggieri, vedendo ad ogni istante crescere il moto popolare, non osarono condurre fuori di città il Satta, e, non so ben dire se con maligno disegno o stolto consiglio, lo rimisero ai cacciatori franchi, i quali, chiamandolo loro nemico e non badando che codesto nemico era non solo inerme, ma incatenato, gli appuntarono contro le baionette gridando: A morte! A morte!
Nel mentre, l’Intendente ricusava di adoperarsi a favore del captivo, e si riduceva alle sale del Municipio, ov’erano convenuti il Sindaco ed alcuni capitani della civica.
Il popolo intanto marciava verso la caserma ed andava ingrossandosi di numero nel cammino, gridando: Viva la Costituzione ! Abbasso i prepotenti! Di già rompeva alla zuffa, che di grandi sventure doveva esser principio; di già gli ufficiali della Guardia Nazionale male riuscivano a persuadere i militi ed il popolo a qualche indugio ancora; di già si apprestavano le armi, quando in buon punto 1’uditore di guerra mandava un suo ordine scritto ai soldati perché cedessero il prigioniero.
Fu accolto dal popolo con festose grida, e ciascheduno, quietamente, spontaneamente, tornò a casa e ripose le armi.
Permettete qui, o signori, ch’io lamenti la condotta tenuta da alcune autorità, e lodi questo popolo che cessava dalle armi e dagli sdegni allorché cessava l’offesa fattasi allo Statuto… Risulta dunque: 1° che nel 17 novembre fu pubblicamente violato a Sassari 1’art. 24 dello Statuto, giacché fu arrestato un cittadino senza mandato giudiziario di autorità competente; 2° che l’uditore di guerra usò contro un borghese di un potere che solo gli competeva verso i militari; 3° che il battaglione dei cacciatori franchi deve abbandonare la guarnigione di Sassari, se pur vuolsi impedire la collisione, che temo dover succedere da un momento all’altro fra soldati e cittadini. Epperciò interpello il Ministro dell’Interno, acciò mi dica quando intenda provvedere all’armamento della Guardia Nazionale in Sardegna.
Il Ministro dell’interno, Pinelli, osserva che le ingiurie pronunciate dal Satta erano tali da costituirlo reo, poiché egli chiamò il corpo intiero dei cacciatori franchi una feccia di malandrini, di ladri, di sciagurati; e crede che nessun corpo deve lasciarsi così vilipendere; dice che il modo di arrestare è quello che si pratica dappertutto; non potendo per le diffìcili comunicazioni tradurlo sui carri o in vettura, si usa nell’isola di porlo ammanettato sopra un cavallo, legandovelo anzi sopra; dice che si presentò al Satta una forza imponente poiché egli aveva suscitato in Sassari varie sedizioni, cosicché moltissimi rapporti contro di lui esistono per tumulti mossi contro individui di Sassari, ed anzi vi sarebbe stata ragione per sottoporlo a processo criminale se non si fosse voluta usare la massima tolleranza; che appena il Ministero ebbe la relazione del fatto (e fu solo ieri 28) diede disposizioni perché si provvedesse nel miglior modo alla sicurezza della città di Sassari; che questa si trovava da alcun tempo senza Intendente perché il signor Cristoforo Mameli ha ricusato andarvi, e la carica importante veniva retta da un impiegato giubilato, il conte Lostia. Ieri venne firmato il decreto della nuova nomina, e l’Intendente Generale partirà per Sassari l’8 del venturo dicembre, giorno in cui parte il vapore per Portotorres».

***

In altra tornata della Camera – quella del 23 dicembre 1848, presieduta dal V. Presidente Generale Durando – si parla nuovamente dell’arresto di Antonico Satta e della petizione del Circolo politico di Sassari per il cambio della Guarnigione.
Siotto Pintor (deputato) Appoggia la petizione per il cambio della Guarnigione dei Cacciatori franchi. Dice che è un corpo che non ismentì in alcun tempo i costumi; risse, disordini, tumulti – ecco compiuta la sua biografia. Racconta due fatti recenti: 1’uno avvenuto a Sassari, dove due o tre soldati del Corpo di Guardia (notate!) facendosi l’un l’altro dei propri omeri scala, trovarono acconcio e agevole modo di introdursi nel primo piano di un palazzo attiguo al Corpo di Guardia, per rubare; furono presi, interrogati, giudicati, e mandati direttamente in galera. L’altro fatto accadde a Cagliari nel passato giugno; molti Cacciatori franchi andando in cerca di donne, e scambiando le partite, insultarono con parole sconce ed oscene signorine modeste. La popolazione insorse, e gridò vendetta!
Sulis si unisce a Siotto Pintor per il cambio.
De-Castro dice, che il passaggio dei soldati del Corpo franco è ritenuto nei paesi quasi come quello di un’orda di briganti e peggio, e che i capi di famiglia sono costretti a cacciarli dalle loro case.
Siotto Pintor, destando l’ilarità nella Camera, esclama: se i Cacciatori franchi sono un’utilità, è giusto che ne partecipino i nostri fratelli del continente; se sono un danno si devono rimuovere dalla Sardegna.

• Parrocchia di San Sisto

Il 24 novembre viene invitatala Guardia Nazionale per la cerimonia della Consagrazione della chiesa di S. Sisto. Il Municipio scrive, essere necessario tener aperta, durante la notte, la chiesa dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento, all’uopo di ufficiarvi, giusta il rito cattolico, per indi il giorno seguente divenire alla consagrazione di S. Sisto. L’Arcivescovo si rivolge al Municipio chiedendo una guardia per maggior pompa e buon ordine.

• Commissione cagliaritana

Mentre in Torino il Parlamento si occupava dei torbidi suscitati da Antonico Satta, in Sassari accadevano nuove cose. Lascio la parola al Passino:
«La gravità dell’avvenuto disordine provocò la delegazione di un giudice della Corte d’Appello di Cagliari per la istruzione del processo; ma, ciò saputo, le ire accrebbero, il complotto di resistenza fu stabilito; ed il giorno del temuto arrivo, una moltitudine, più forsennata che rea, investì la strada centrale, risoluta di respingere l’importuno, e non voluto ospite; il quale, avvertito da benevoli, potè sfuggire al primo impeto dei faziosi, introducendosi in città due ore avanti l’ora supposta. Gli sciagurati lo seppero, e sul far della notte tentarono penetrare nell’albergo ove era alloggiato, per quanto non vi riuscissero, causa la resistenza energica oppostavi dalla Guardia Nazionale. Riuscito vano quel primo assalto, la presidenza del Circolo intimava immediatamente la riunione per le ore 8 del mattino seguente. Prima ed unica deliberazione fu quella di invitare il presidente della Reale Governazione a riunire la camera di consiglio, dichiarandosi in permanenza. Il Presidente accondiscese, e dopo lo scambio di parlamentari per venti ore continuato, nulla concludendo e sempre richiedendo la dichiarazione della incompetenza della Corte di Cagliari nella giurisdizione del capo settentrionale, alle ore 4 dopo la mezzanotte un messaggio arrivò portatore del documento richiesto, col quale ammettevasi il diritto a procedere nel nuovo giudice arrivato, e raccomandavasi la moderazione e la tranquillità. Male accolto quel messaggio in principio, fu rispettato poi, e 1’assemblea si sciolse, convinta dalle persuasioni di onestà e non sospetta persona».
Sta infatti, che il Circolo Nazionale l’8 di dicembre indirizzava una memoria al Municipio, colla quale si chiedeva che i Commissari mandati a Sassari dal Consiglio d’Appello di Cagliari, per assumere informazioni sui fatti del 17 novembre, si astenessero dall’ingerirsi in tale missione, o la sospendessero istantaneamente se principiata, per non credersi legale né conveniente un tal procedimento – Il Consiglio comunale si riunisce in seduta straordinaria il 9 dicembre, trova giuste le ragioni esposte dal Circolo, e scrive il 12 al magistrato d’Appello di Cagliari per informarlo che la Commissione inviata era male accolta in paese, chela loro missione invece di apportare la quiete e la tranquillità sarebbe tornata poco gradevole, e che la questione era stata portata alla Camera.

• In Baddimanna

Il Satta, abbandonato il Teatro Civico, si recava sempre nel prato comunale di Baddimanna, e seguìto ed attorniato da’ suoi aderenti e da molto popolino continuava le calde arringhe all’aria aperta; e maggiormente irritato per la guerra che gli si faceva e per le calunnie che sul suo conto si spargevano, attaccava senza misericordia tutti gli avversari, ed in modo più duro i preti ed i nobili.
«E nel mentre al fresco piccante dell’aure vespertine – scrive il Passino, sempre con acrimonia – s’inneggiava all’immoralità ed all’anarchia, si congiurava nelle più tarde ore della notte entro una camera così detta di morte, alla distruzione del Governo costituito ed alla cacciata degli impiegati di oltremare, incessantemente proclamati i veri e soli nemici della Sardegna. In quella camera, con beffarda ironia, sulla corona di spine di un Cristo foscamente rischiarato da due lumi semispenti posti sovra un tavolo coperto a nero, si diferiva il giuramento, a tutela del voluto ed imposto segreto, e si discutevano e deliberavano i disegni, i quali più tardi avrebbero gettato il paese nella più profonda costernazione, se la canaglia moderata rappresentata dalla Guardia Nazionale non avesse reagito a tempo».
Non so quanto siavi di vero in questi fatti; posso solamente affermare che una grandissima parte dei componenti la Guardia Nazionale era in quei tempi col Satta, tanto di quelli appartenenti all’ufficialità quanto di quelli appartenenti alla bassa forza. Abbiamo già visto il Municipio ed il Circolo Nazionale schierarsi dalla parte del Satta, e confessare l’ingiustizia e l’illegalità del suo arresto. Ciò almeno sino a questo punto della storia; più tardi le cose variarono, come vedremo in seguito.
E l’anno 1848 si chiuse con agitazioni e turbolenze. Avendo S. M. autorizzato di riunire in Legione i due battaglioni della Guardia Nazionale, il 29 dicembre si fece conoscere il risultato della Rosa per l’elezione del Capo Legione. I candidati furono dieci, cioè: Vincenzo Apostoli – Cossu Prof. Francesco – Cugia Don Diego – Ferracciu Prof. Nicolò –  Grondona Don Luigi – Manca Don Simone – Passino Don Gavino – Porcellana Francesco – Suzzarello Don Gio. Maria e Umana Prof. Gioachino. Il prescelto fu Don Simone Manca.

• 1849. Un po’ di storia

Riepilogo dei fatti dal 1° gennaio a tutto marzo 1849.
Il 22 gennaio ebbero luogo le elezioni, e il 1° febbraio s’inaugurò la seconda legislatura del Parlamento Subalpino, presieduta dal Gioberti.
Il 9 febbraio fu proclamata la Repubblica a Roma, e il 18 a Firenze. Il papa protestò per la prima, il 14.
Il 2 marzo, sollecitato dai veneziani assediati, dagli emigrati lombardi e da tutti i liberali d’Italia, Carlo Alberto si accinge nuovamente all’opera; dichiara cessata la tregua, e bandisce per la seconda volta la guerra all’Austria. Rafforzato l’esercito, e non prevalsi i consigli della prudenza, le truppe passano il Ticino sotto il comando del polacco Czarnowski, scelto dal re. Questo generale straniero non aveva la piena fiducia dell’esercito, ond’è che un certo scoramento invase l’animo dei soldati.      
Una stella malefica spuntava per gli italiani. Bisognò ripassare il Mincio, per arrestare il nemico che irrompeva nei nostri territori, poiché ad esso avevano schiuso il passaggio l’ignoranza, la disubbidienza o il tradimento del generale Ramorino. I prodigi di valore compiuti dai nostri non poterono scongiurare la catastrofe: il 23 marzo fu una data fatale che segnò la tremenda sconfitta di Novara, la quale fece svanire tutte le speranze concepite dagli italiani. Fra le tenebre, la pioggia, la fame, il disordine, le fucilate, 1′ esercito piemontese, dopo aver combattuto con alterna vicenda, dalle 11 di mattina sino all’imbrunire, entrò disfatto ed alla rinfusa in Novara. Le vie erano gremite di cadaveri, di feriti – un vero orrore!
Carlo Alberto, che invano aveva cercato la morte correndo da un punto all’altro del campo di battaglia, in preda ad una smania febbrile, alle otto di sera aveva chiesto un armistizio all’insolente vincitore; e per rendere meno esose le condizioni che avrebbe imposto al suo popolo, abdicò il potere nelle mani del suo primogenito Vittorio Emanuele.
In quella stessa notte il giovine principe, tutto polveroso, pallido, addolorato, si recò al quartiere generale degli austriaci, e si presentò a Radetzky; respinse con sdegno la condizione di togliere ai suoi soldati la bandiera tricolore, e sottoscrisse l’armistizio. La mattina seguente anche i preliminari della pace erano firmati, coll’onere di settanta milioni che il vinto doveva sborsare al vincitore per il risarcimento della prima guerra dell’Indipendenza.
Ritorniamo ai fatti di Sassari, cominciando dal primo del ’49.

• Un passo indietro

Dal giorno della concessione delle Riforme nei primi di novembre del 1847, sino alla dichiarazione di guerra all’Austria, la gioia in Sassari era stata generale – tutti sorsero come un sol uomo a salutare l’era novella. Furono quattro mesi di un entusiasmo, che parola umana non potrà descrivere; le proteste d’amore e di fratellanza volavano di labbro in labbro – e tutti veramente sentivano d’essere italiani, d’essere fratelli.
La cacciata dei Cappelloni, nel febbraio del ‘48, – o, per dirla con certi infervorati, lo sfregio fatto ai santi figli di Gesù – cominciò a indisporre molti di quelli ch’erano stati educali alla loro scuola; tanto più che i Santi rugiadosi, quando vedevano il popolo correre per le vie festeggiando le riforme, esclamavano con accento di compunzione: «- ridete ed esultate, o figliuoli: domani piangerete! – ».
Nel maggio del ‘48 pervenne la notizia che il papa aveva rotta ogni alleanza, deplorando vivamente la guerra impegnata dall’Italia contro l’Austria. Questa notizia sgomentò i bigotti, e diede pretesto ai più timidi di fare un altro passo indietro, o di bilanciarsi fra il sì e il no, come il marchese Colombi. Cominciarono i dubbi, i tentennamenti; e i clericali approfittarono di questi se e di questi ma per soffiare nelle anime, annunziando imminente la collera di Dio.
La rotta di Custoza, nel luglio, giunse in tempo per convalidare le predizioni dei lugubri profeti. Mentre però costoro cominciavano a cambiar registro, e a tirarsi indietro direttamente, o per scorciatoie; i liberali, più infervorati che mai, si facevano avanti con maggior coraggio, e bandivano la crociata contro i retrogradi, stigmatizzando apertamente la condotta del papa che aveva tradito la patria. Da ciò la causa principale della discordia e del cozzo tra due schiere diverse che militavano sotto due distinti vessilli. Entrambe trascesero – come accade ed accadrà, semprecchè le passioni, accecando il nostro intelletto e il nostro cuore, non ci faranno vedere al di là dell’io e degli interessi personali.
Ciò valga per la parte degli intelligenti; quanto a coloro che appartenevano al così detto popolino (compresi i bravi d’ogni specie) si erano schierati o con questi o con quelli – a seconda le simpatie, gli interessi e le aderenze. Essi non facevano che guardarsi in cagnesco come due mute di cani ringhiosi, aspettando un cenno, un’occasione, un pretesto per mettersi le mani addosso, nella sicurezza che i rispettivi padroni avrebbero pensato alla loro immunità, nel caso che la giustizia se ne fosse immischiata.
Non tutto il popolo, d’altra parte, comprendeva il genere di libertà che gli si dava; si aveva un’idea molto confusa delle parole riforme e costituzione, il cui significato, e peggio ancora il benefizio, non afferravano. Guardando ad occhio e croce, non vedevano corrispondere al chiasso che se n’era fatto i risultati della nuova libertà concessa. Dio sa che cosa credevano ottenere dalla costituzione, dai tre deputati spediti a Torino, e da quelle bandiere che con frequenza salivano e scendevano per il Corso!
Nei primi di dicembre un’altra notizia turbò od accese gli animi dei due eserciti combattenti a Sassari: la proclamazione della repubblica a Roma e la fuga del papa a Gaeta, dove il Borbone gli aveva dato un sicuro asilo. Si colse allora l’occasione dai liberali per sfogare l’odio e le ire contro il papato ed il clero. Strana coincidenza! – Un anno prima, nello stesso mese, quasi nello stesso giorno, all’annunzio delle concesse riforme si gridava per le vie: Viva Pio IX, Viva il sacro italiano! – E questo grido, nel novembre del ‘48, si era cambiato in quello di: – Abbasso il papa austriaco!
E Antonico Satta, l’instancabile tribuno del popolo, aveva colta l’occasione per farne oggetto di predica nell’aperto campo di Baddimanna, dove sempre lo seguivano i suoi correligionari e gran turba di popolo. Né basta; prendendo argomento dal passato, rinfocolava nelle masse gli antichi odi contro ai piemontesi, e le gare fratricide tra sassaresi e cagliaritani.

• 1849. Le strenne

Negli ultimi di dicembre del 1848 uno strano manifesto vedevasi affisso al pubblico in diverse cantonate della città. In esso era scritto che, chi desiderava ricevere le strenne per il capo d’anno, doveva recarsi sul pomeriggio dell’indomani allo stabilimento Ardisson, fuori Porta S Antonio. L’avviso era sottoscritto da Antonico Satta. Qui lascio la parola al Passino, e gli apprezzamenti al lettore.
«…Come ognuno può di leggieri immaginare, il concorso fu numerosissimo, sia per la stranezza dell’invito, sia ancora perché la turba numerosa dei proseliti accorreva sempre attorno all’agitatore famelica di novità. Ei non mancò, ed assiso sopra un carro, tribuna d’occasione, salutò la folla, che lo colmò di applausi. E nel mentre ciascuno attendeva con ansia febbrile la comparsa delle strenne promesse, rizzandosi in piedi, e con voce sonora, così prese a dire: «Vi ho chiamati per presentarvi un gingillo, e questo gingillo è il prete. Sì, o signori, il prete! Illusi da costui, voi lo riverite; voi, sarei per dire, lo adorate come un Dio, e non vi avvedete che incensate al vostro più accanito nemico; nemico di voi, delle vostre mogli, dei figli vostri, egli vi governa dal confessionale, e dicendovi che il matrimonio è un sacramento, non vi benedice se non lo rimunerate; predica la carità, e quando qualcuno di voi chiude gli occhi alla vita, lo lascia imputridire nella propria casa niegandogli sepoltura, se mai la povera famiglia non trovisi in grado di soddisfarlo della mercede stabilita per l’accompagnamento del cadavere all’ultima dimora; non ubbidite che al prete, e non vi avvedete che egli speculizza turpemente sulla vostra vita, più turpemente sulla vostra morte. Credete a me, emancipatevi dal prete, ché il prete è fatale: fatale alla vostra esistenza, fatale al vostro talamo ed all’onor vostro!».
 « Tre lunghissime ore passarono, e furono tre lunghissime ore di accuse e d’invettive lanciate contro i sacerdoti; furono tre ore impiegate a provocare la tempesta, che, aumentando per gradi, quanto più potenti presentavansi le cause, fieramente imperversò; ed imperversò maggiormente, quando, fatto accorto che l’uditorio componevasi a quella attitudine indignata e minacciosa che rappresentava la conseguenza immediata delle udite suggestioni, indicò come causa prima dei disordini del clero il degnissimo e zelantissimo Arcivescovo Varesini. E dopo averlo indicato come il continentale più avverso alla Sardegna, poiché, a suo dire, trasportava in Alessandria di Piemonte i redditi dell’Arcivescovado, invitò l’orda canagliesca (!) a seguirlo… ».

• L’Arcivescovo

Dopo la proposta dello sfratto di Monsignor Varesini, che fu votata ad unanimità dall’adunanza, venne nominata una commissione rappresentante il Circolo, (?) presieduta dal Satta, la quale doveva recarsi la stessa sera dall’Arcivescovo per annunziargli il congedo. E così accadde. Verso l’imbrunire i tre Commissari, seguiti da molti aderenti, s’incamminarono all’Episcopio, in contegno minaccioso; la folla si fermò sulla via, ed essi salirono a parlamentare coll’Arcivescovo. Dopo avergli baciata la mano, il Satta gli espose lo scopo della loro missione.
Il Varesini, sorpreso della strana e inaspettata visita, e più ancora dallo stranissimo comando, rispose recisamente che non intendeva abbandonare la Sede, senza il voto di tutta la Diocesi. I tre Commissari, per ovviare malcontenti e serie conseguenze, misurando forse tutta la gravità del loro atto, riferirono alla folla dei loro aderenti, che Monsignore sarebbe partito quanto prima.
Sparsasi in paese la voce di questo strano fatto, non pochi furono quelli – e con ragione – che stigmatizzarono quel feroce atto di violenza, che era indegno di un popolo civile. Indignati di questo fatto moltissimi pensarono subito di promuovere una contro-dimostrazione. Quasi tutti i nobili, a cui si unì il clero, diverse autorità e una gran parte di popolo appartenente all’avverso partito, si recarono il giorno seguente (2 Gennaio) all’episcopio, guidati dal loro capo Don Pasquale Tola; il quale, salito sulla loggia interna del Palazzo Arcivescovile, rivolse a voce alta un discorso a Monsignor Varesini che si era presentato all’atrio prospiciente il cortile. Egli rassicurò l’Arcivescovo dell’affetto del suo popolo; lo esortò a non credere che l’aggressione subita partisse dall’intiera cittadinanza; e finì per pregarlo, in nome del suo gregge, di permettere che lo si portasse in processione per le vie della città, volendo con ciò dimostrargli quanto fosse grande l’amore del suo popolo, e quanto vigliacca la condotta di coloro che lo avevano insultato. La folla, che ingombrava il sottostante cortile dell’episcopio, irruppe in una salve di applausi all’Arcivescovo ed all’oratore: –  Viva Monsignor Varesini! L’Arcivescovo si lasciò commuovere dalle persuasioni della folla, e accondiscese ad essere portato in trionfo. Ed anche questo fu un altro grave errore, pari a quello di voler cacciare di seggio il Varesini.

• La processione

Attorniato dai nobili, dal sindaco, da molti consiglieri, egregi cittadini ed ufficiali della Guardia Nazionale, e seguito da un’immensa folla di popolo, Monsignor Varesini uscì dall’Episcopio, e attraversò in processione tutta la via Turritana, la via Arborea, e Piazza Castello, fatto segno in suo passaggio a continue ovazioni. L’orchestra (che per cura del Sindaco era stata chiamata a far parte del corteo) suonava di tanto in tanto scelti pezzi.
Procedendo in bell’ordine, fra i concerti musicali e gli evviva al Pastore, il corteo da Piazza Castello si moveva verso il Corso.
Arrivato sulla piazzetta di S. Catterina, e propriamente dinanzi alla gradinata della chiesa (dove oggi è la statua di Azuni) si udirono ad un tratto strani schiamazzi, voci di minaccia e grida d’imprecazione, che partivano da un’altra folla colà accorsa; e allo stesso tempo si viddero sbucare dal vicolo Bertolinis una cinquantina d’individui, armati di quanto lor cadde sotto mano al momento del precipitato disegno; i quali si gettarono inferociti incontro alla processione, e ne ruppero le fila urlando: Fuori il prelato! Morte al prelato! Non lo vogliamo!
Si può immaginare lo scompiglio, lo spavento, il terrore che gettò negli astanti l’improvvisa comparsa di quella gente armata. Gli ufficiali della Guardia Nazionale, ed altri del seguito, sguainarono le spade, e dopo un lungo pigiarsi, dimenarsi e percuotersi, riuscirono a sperdere i minaccianti; e fu vero miracolo se non successe una di quelle scene di sangue, le cui conseguenze sono tristamente fatali. Il Sindaco, fra gli altri, armavasi di una daga, fattasi cedere da uno dei militi, mentre sua moglie, scarmigliata e piena di spavento al pericolo del marito, era scesa dall’attiguo palazzo, gettando grida di orrore. Molti della processione se l’erano data a gambe alla chetichella per mettersi al sicuro da qualche palla o stoccata; il Prelato impallidì e quasi svenne; e, sorretto dall’Intendente che era accorso dal vicino ufficio per dargli aiuto e conforto, riposò alquanto per rimettersi dallo spavento; e quindi fece ritorno all’Episcopio, accompagnato da molti ufficiali della Guardia Nazionale, con le spade sguainate. Da quell’istante gli fu concessa una compagnia di militi, che lo vegliò notte e giorno.
L’atto villano e feroce del partito di Satta suscitò la pubblica indignazione, e forse fu causa del raffreddamento di molti gregari. Si conobbe d’aver trasceso, e le persone più serie erano ormai stanche di tante scene che facevano di Sassari un centro di pettegolezzi e di disordini, e un covo di sfaccendati e malviventi.
Diffusa per la Diocesi la triste novella, diversi comuni inviarono deputazioni a Sassari per presentare all’Arcivescovo le più sincere condoglianze per i fatti accaduti, e per offrirgli asilo e aiuto d’armi, ove ve ne fosse stato il bisogno. Quanto ai più caldi proseliti del Satta – oltremodo indignati contro il partito avverso che aveva mandato a monte i loro progetti – sfogarono la bizza contro Tola, ritenuto come il promotore della contro-dimostrazione, e lo minacciarono; onde il Tola credette prudenza circondarsi dei famosi bravi, che gli facevano la guardia giorno e notte. Ciò vedendo gli avversari, presero le debite precauzioni richiamando dalla Nurra dei bravissimi, che per temerità potevano stare a petto dei primi.

• Cagliaritani

Nei primi di gennaio furono traslocati a Sassari alcuni impiegati di Cagliari, e vi furono accolti con molta amorevolezza, come si addice a fratelli. Scrive la Gazzetta Popolare: «Caddero fulminati dalla pubblica opinione i pochi che intendevano seminare la discordia fra gli abitatori delle due città sorelle». Questa dimostrazione non era estranea ai discorsi e agli aizzamenti del Satta.

• Consiglio d’appello

Col 3l dicembre del ‘48 erano cessate le attribuzioni e giurisdizione del Magistrato della R. Governazione. –  Il Municipio, in data 23 febbraio, partecipa, che: «Sin dall’erezione e nomina della Sezione d’appello in Sassari, questo pubblico diè segno di esultanza e contentezza per la sanzione di S. M.; e così fu per l’installamento del medesimo col solenne giuramento che ebbe luogo in forma pubblica la mattina d’ieri (22). Il Municipio di Sassari, per l’eccelso dono di questo tribunale, munito di più vasti poteri, prezioso frutto delle generose e libere istituzioni che ci governano, ha determinato di segnarlo, rendendone grazie all’Eterno con un solenne Tedeum nella Cattedrale, con intervento delle autorità ed ordini accademici, in una mattina della prossima settimana».
Come vedesi, il partito aveva trionfato, e il Municipio si era maggiormente avvicinato a Dio ed alla chiesa, come meglio rileveremo dalla rubrica seguente.

• Pioggia

Il Municipio si rivolge all’Arcivescovo con lettera del 24 febbraio, per informarlo che il Gremio degli Agricoltori si era raccomandato al Consiglio civico, esponendo il grave danno che risentiva l’agricoltura per la tanta siccità, ed il bisogno d’ implorare la grazia del Cielo; ond’è che si pregava l’Arcivescovo perché ordinasse la colletta (?) per la pioggia tanto necessaria. Né basta; il 18 marzo il Municipio scrive al Superiore dei PP. Osservanti, pregandolo di conceder loro la statua della Madonna delle Grazie, da esporsi nella Cattedrale per ottenere la desiderata pioggia. Per il che il Consiglio, nella sera del 19, alle ore quattro, in abiti consolari, deliberò recarsi a S. Pietro, per prendere il simulacro col1’intervento del Gremio degli Agricoltori, in compagnia dei frati, che prega intervengano…».
Il 9 aprile vennero dal Municipio invitate tutte le autorità per restituire, con processione generale, il simulacro della Madonna ai frati di S. Pietro.

• Satta in carcere

Finalmente le autorità, per mettere riparo a disgustose scene che si moltiplicavano con troppa frequenza, pensarono di farla finita, e diedero le più energiche disposizioni per l’arresto del tribuno e di altri sedici fra i più calorosi de’ suoi proseliti; – che in segreto furono presi, e incarcerati nella stessa notte.
Il Satta trovavasi a Portotorres; o perché segretamente avvisato delle intenzioni del Governo, o perché prevedesse il colpo che lo aspettava, si era recato colà, col proposito – a quanto fu detto – di prendere imbarco, e togliersi ad una terra ingrata, dove era andato incontro a tante avversità e a tanti disinganni. Vi ha pure chi assicura, che una spia abbia informato il Governo dell’intenzione del Satta; e da ciò la determinazione di arrestarlo.
Lungo i muri e le siepi che fiancheggiano lo stradone di Portotorres, tra Sassari e San Baingieddu, erano schierati molti militi della Guardia Nazionale, nonché altri cittadini d’ogni ceto del partito avverso, pronti a prestare l’opera loro, ove il Satta fosse riuscito a liberarsi dai soldati. Il Satta però fu preso senza resistenza, ammanettato, e tradotto in carcere dopo avergli fatto attraversare diverse vie della città. Questa volta passò attraverso ad una folla apatica, silenziosa, che lo guardava con fredda curiosità. Fu detto che il Satta girasse gli occhi a dritta ed a sinistra, come aspettando o chiedendo che la folla reagisse per liberarlo; anzi, che avesse detto più volte rivolto ed essa: fratelli, non conoscete più dunque Antonico Satta? – Ma la folla guardò, tacque, e gli volse le spalle; perocché il popolo, volubile ed incostante, abbatte ben di sovente colui, che prima aveva riverito ed esaltato.
Fosse per paura, fosse per stanchezza, fosse per pentimento, fatto è che la città di Sassari, per qualche tempo, godette un po’ di tranquillità; almeno in apparenza, perocché gli odi ed i rancori per quei fatti durarono molto a lungo, seppure non si estinsero. – Il tenente generale Alberto Della Marmora pubblicava il 13 marzo appena giunto a Sassari – un proclama annunziante la sua nomina a R. Commissario straordinario per la Sardegna.

• Sindaco e consiglieri

Fin dal 21 dicembre del 1848 avevano avuto luogo le prime elezioni dei Consiglieri comunali, sotto il nuovo Governo costituzionale. In attesa della nuova nomina, funzionava sempre l’antico sindaco Conte d’Ittiri, nominato fin dal 1846. Coi tempi turbolenti in cui si viveva egli stava molto a disagio, tanto è vero che il 31 di gennaio supplicò d’essere esonerato dalla carica per motivi di salute e di famiglia. Il 23 marzo 1849 si partecipava ai 40 consiglieri che S. M., con Decreto del 6, aveva nominato il Sindaco di Sassari nella persona del Cav. Don Giacomo Deliperi; e che dichiaratasi regolare l’elezione dei Consiglieri con Decreto del 21, si era fissata la mattina del 26 per la congrega, nella quale doveva aver luogo il giuramento dei membri del Consiglio.
E perché il lettore conosca i quaranta primi consiglieri eletti il 21 dicembre sotto la nuova forma di governo, glieli presento tutti, col numero dei voti riportati nelle elezioni: Brusco Sebastiano, voti 261 – D. Alivesi Gianuario, 236 – Manca Don Simone, 234 – Santoni Avv. Serafino, 216 – Ferracciu Avv. Nicolò, 214 – Pisano Marras Prof. G. M., 185 – Frazioli Nicolò, 185 – Quesada Don Francesco, 178 – Ledà Conte d’Ittiri, 175 – Sanna Tolu Avv. Vincenzo, 167 – Deliperi Don Giacomo, 165 – Tavolara Andrea, 144 – Binna Domenico, 141 – Solinas Notaio Francesco,132 – Tanda Avv. Gavino, 129 – Maninchedda Prof. Antonio, 125 – Sotgiu Avv. Giuseppe, 123 – Berlinguer Don Girolamo, 115 – Agnesa Francesco, 115 – Cicu Avv. Antonio, 114 – Branca Segr. Luigi, 113 – Solinas Avv. Ambrogio, 111 – Pasella Avv. Nicolò, 108 – Porcellana Francesco, 104 – Umana Prof. Gioachino, 102 – Cossu Avv. Francesco, 96 – Marongiu Don Diego, 96 – Martinelli Avv. Paolo, 96 – Canu Medico G. L., 94 – Loriga Medico Matteo, 93 – Bottino Avv. Giuseppe Luigi, 92 – Deiala Angelo,92 – Ponzeveroni Filippo, 91 – Cherosu Gio. Maria, 90 – Ceva Ignazio, 89 – Lado D. Pietro, 89 – Rosso Prof. Giuseppe, 88 – Passino Don Gavino, 87 – Guttierrez Prof. Gaetano, 86 – Maffei Simplicio, 85.
Gli eletti a formare la Giunta furono: Manca Don Simone, Alivesi Don Gianuario, Tanda, Frazioli, Sanna Tolu, e Brusco Sebastiano.

• Rotta di Novara

Il 23 di marzo – lo stesso giorno che il Municipio di Sassari partecipava ai Consiglieri la nomina del Sindaco, invitandoli alla prima seduta per il giuramento – cadevano sui campi di Novara tutte le speranze dell’Italia. Carlo Alberto abdicava il giorno stesso a favore di Vittorio Emanuele, il quale sei giorni dopo giurava fedeltà allo Statuto dinanzi al Parlamento.
La città di Sassari ignorava ancora tanta sciagura; anzi – strana fatalità! – il 1° di aprile, otto giorni dopo il disastro, il Municipio partecipava che aveva deliberato un triduo solenne da cantarsi nella cattedrale nei giorni 2, 3 e 4 del mese, per innalzare preci all’altissimo per la conservazione e difesa dell’esercito che combatteva sul campo di battaglia insieme al Re e sua famiglia, e per il buon successo delle armi italiane. Quella lettera si sarebbe detta un’ironia !

• Carlo Alberto

Dopo la tremenda disfatta di Novara, il re aveva ceduto lo scettro ed il trono al suo primogenito Vittorio Emanuele. Il suo primo pensiero fu quello di abbandonare l’Italia – l’Italia che pur tanto egli amava, e sulla quale aveva sfolgorato una stella funesta. Accasciato, pallido, malaticcio, egli sbarcava il 21 di aprile in Oporto, nel Portogallo – esule volontario. Ivi morì, nel 28 di luglio. – La sua salma arrivava a Genova il 4 di ottobre, dopo dodici giorni di viaggio, sul vapore Monzalbano, che rammentava una delle sue prime vittorie: da Genova fu portata a Torino, ed oggi riposa sul colle di Superga.
Quantunque non tutti gli atti di governo di Carlo Alberto andassero esenti da vive censure, pure non puossi negare che questo re apportò immensi benefizi, ed aprì un’èra novella al paese. Gettato fra il nuovo e l’antico, molte contrarietà dovette egli affrontare, e i tentennamenti di cui lo accusarono non erano che il frutto delle lotte che dovette sostenere con la propria coscienza, con i consigli della famiglia e dei ministri, e con l’impaziente ardore degli italiani che gli chiedevano una libertà, la cui concessione sarebbe sembrata a’ suoi Reali Antenati delirio o codardia di re.
Era naturale che il nuovo governo dovesse fare dei malcontenti; e molti ve ne furono. Quantunque si fosse loro dorata la pillola, le classi privilegiate dovevano ricevere un colpo tremendo dalla costituzione, colpo i cui effetti si sarebbero verificati più tardi. Il Martini – che non può essere tacciato di fremente – l’accennò benissimo nel suo compendio della Storia sarda:
«Era immancabile che tutti coloro che venivano colpiti dal mutamento si voltassero contro il governo del re riformatore. E poiché essi, per l’alta condizione sociale, o per l’influenza del sapere, o per le clientele, erano i regolatori della pubblica opinione, non fu meraviglia se si gridasse generalmente la croce alle riforme, e si spingessero le cose a tale da far credere alle moltitudini sedotte che fosse un danno lo sradicamento degli abusi e la creazione di un popolo di fratelli, laddove stava prima una minorità di ricchi e potenti privilegiati a fronte di grandi maggioranze condannate a soffrire ed a tacere».
Dopo aver lodato i concetti del re Carlo Alberto, il Martini si scaglia (ed a ragione) sugli agenti primari del governo in Sardegna.
«Il Ministro Villamarina – egli scrive – in più modi errò, ed il più grande degli errori fu quello di credere che la Sardegna potesse riformarsi civilmente ed a foggie italiane con ordini governativi ed amministrativi locali fatti per 1’antico reggimento. Più che le non ben ponderate opere ministeriali nocquero al suo governo il vero dispotismo, personificato a Cagliari, negli ultimi tempi, nell’ autorità viceregale e nell’onnipotenza segretariesca, non che la fatalità dei continuati cattivi raccolti di cereali, che denudando le piaghe del paese, diedero ai nemici delle riforme nuove armi per attribuirle tutte al governo, come se da esso fossero scaturite le carestie».