Elenco dei Vicerè dal 1325 al 1720

 

IViceré, o Luogotenenti generali, facevano le veci del Re. Essi erano destinati a rappresentare la persona del Sovrano ai Sudditi lontani. Avevano l’impero delle milizie e genti di guerra, l’amministrazione politica ed economica del Regno, e più di tutto l’Amministrazione giudiziaria, dipendendo da essi le facoltà concedute al Supremo Magistrato dell’Isola, del quale i Viceré furono dichiarati capi. – Il Viceré aveva al fianco solamente un Consultore, ossia Assessore, coll’opinione del quale doveva provvedere alle cose dell’Isola intera. Il Governatore del Logudoro, il quale sotto la podestà del Viceré comandava alla metà del Regno, munito anch’egli di doppia autorità politica e militare, giudicava in grado di appello le cause della sua provincia; esso aveva con sé un solo Assessore, ridotti a due negli ultimi tempi del Governo spagnuolo. Regnando Ferdinando il Cattolico fu creato l’importante ufficio del Reggente la Reale Cancelleria, e fu pure nominato un Avvocato del Fisco. Fu Filippo II che nel 1568 fece cambiar faccia all’Amministrazione Civile creando il Magistrato Supremo della Reale Udienza; » – dopo il quale (scrive il Manno, da cui tolgo questi appunti) i Viceré ebbero un consiglio, gli uffiziali minori un ritegno, i sudditi incerti dei loro dritti un giudizio appagante, i sudditi gravati una via di ricorso».

Elenco dei Regi Rappresentanti che governarono la Sardegna col titolo di Viceré, Luogotenenti generali, od altri titoli, sotto il dominio aragonese e spagnuolo, dal 1325 al 1720.
È un paziente lavoro fatto negli Archivi di Cagliari dai due benemeriti paleografi, padre e figlio Pillito. Il lettore potrà ricorrere a quest’Elenco quando vorrà conoscere sotto quale dei 142 Viceré accaddero i diversi avvenimenti da noi esposti in questo libro.

Sassari Aragonese

  • 1325 Don Francesco Carros Governatore Generale.
  • 1326 Don Filippo di Boyl Governatore Provvisorio.
  • 1326 Don Bernardo di Boxados Governatore Generale.
  • 1328 Don Guglielmo di Cervellon.
  • 1329 Don Bernardo di Boxados (per la seconda volta).
  • 1329 Don Raimondo di Cardona.
  • 1336 Don Raimondo di Rebellas.
  • 1341 Don Guglielmo di Cervellon (seconda volta).
  • 1347 Don Riambaldo di Corbera.
  • 1355 Don Olfo di Procida primo Gov. di Cagliari e Gallura
  • 1361 Don Francesco di S. Clemente.
  • 1361 Don Eximene Perez di Calatayud.
  • 1362 Don Raimondo d’Ampurias e il detto S. Clemente, Reggenti.
  • 1362 Don Alberto Satrillas Governatore e Riformatore.
  • 1364 Berengario di Lanciano Luogotenente del Governo.
  • 1365 II detto Satrillas.
  • 1374-80 Don Giovanni di Mombuì.
  • 1387 Don Eximene Pietro di Arenoso, Governatore Generale.
  • 1391 II suddetto Mombuì.
  • 1197-1398 Don Ruggiero di Moncada.
  • 1398 D. Francesco Gio. di Santa Colomba Luogoten. del Governo.
  • 1406 D. Ugone di Rosanes Gov. e Rif. di Cagliari e Gallura.
  • 1408 D. Marco di Monbuì.
  • 1409 D. Pietro Torrella Luog. e Cap. Generale del regio navilio.
  • 1410 D. Giovanni di Montagnana. ‘
  • 1410 D. Berengario Carroz Rettore e Capitano di Cagliari e Gallura.
  • 1413 D. Luigi Ros Reggente la Governazione.
  • 1413 D. Acarto de Muro Governatore e Riformatore.
  • 1415 II suddetto D. Berengario Carroz Rettore di Cagliari e Gallura e Capitano del Regno di Sardegna e di Corsica.
  • 1417 D. Luigi di Pontos, primo Viceré.
  • 1418 D. Giovanni di Corbera.
  • 1420 D. Rambaldo di Corbera.
  • 1421 D. Bernardo Centelles.
  • 1421 D. Gabriele Olivieri R. Vicario di Cagliari in assenza del Centelles.
  • 1422 II suddetto Centelles.
  • 1434 D. Giacomo di Besora Reggente la Governazione.
  • 1436 D. Luigi di Aragall sino all’ottobre
  • 1436 II suddetto Besora (dall’ottobre).
  • 1437 D. Francesco Erill Viceré, e in sua assenza D. Luigi Aragall come Luogotenente del Viceré.
  • 1440 II suddetto Erill.
  • 1444 II suddetto Aragall.
  • 1444 II suddetto Erill.
  • 1448 D. Nicolò Antonio Demontis Governatore Generale.
  • 1450 D. Galcerando Mercader.
  • 1450 D. Gioffredo di Ortaffa.
  • 1452 D. Giacomo Carroz Luogotenente Generale.
  • 1455 D. Pietro Besala Viceré.
  • 1458 D. Giov. de Flor Presidente, indi Viceré.
  • 1460-61 D. Nicolò Carroz d’Arborea.
  • 1476 D. Dalmazio Carroz Luogotenente del Viceré.
  • 1479 D. Pietro Massa Delicana Reggente Viceré.

Sassari Spagnola

  • 1479 D. Ximene Perez Viceré.
  • 1484 D. Guglielmo di Peralta, Goveratore provvisorio.
  • 1485 II suddetto Perez.
  • 1487 D. Pietro Fortesa.
  • 1487 D. Inecio Lopez di Mendosa.
  • 1490 D. Alvaro Carillo Vicegerente.
  • 1491 D. Giov. Dusai Luogotenente Generale.
  • 1501 D. Benedetto Gualbes Luogotente dal Dusai.
  • 1502 II suddetto Dusai.
  • 1507 D. Giacomo Amat Presidente delegato dal Dusai.
  • 1508 D. Fernando Giron di Rebollcdo.
  • 1515 D. Angelo di Villanova.
  • 1523 D. Bernardo Simon Luogotenente Generale e Presidente.
  • 1523 II suddetto di Villanova.
  • 1530 Don Martino Cabrerò Luogotenente e Capitano Generale.
  • 1532 D. Giacomo Aragalle D. Francesco de Sena Gambella, Presidenti.
  • 1534 D. Antonio di Cardona Luogotenente e Capitano Generale.
  • 1540 D. Gerolamo Aragall, Presidente.
  • 1545 D. Pietro Vegner, Vescovo di Alghero.
  • 1545 II suddetto Cardona.
  • 1549 D. Gerolamo Aragall, Presidente per la partenza del Cardona.
  • 1551 D. Lorenzo Fernandez di Heredia, Luogotenente e Cap. Gen.
  • 1556 D. Girolamo Aragall, Presidente.
  • 1557 D. Alvaro di Madrigal, Luogotenente e Capitano Generale.
  • 1561 D. Girolamo Aragall, Presidente.
  • 1562 II suddetto D. Alvaro di Madrigal.
  • 1569 D. Girolamo Aragal, Presidente.
  • 1570 D. Giovanni Coloma, Luogotenente e Capitano Generale.
  • 1577 D. Girolamo Aragall, Presidente per la 6a volta.
  • 1578 D. Michele di Moncada, Longotenente e Capitano Generale.
  • 1584 D. Gasparo Vincenzo Novella, Presidente e Capitano Generale.
  • 1586 D. Michele di Moncada.
  • 1591 D. Gastone di Moncada, marchese d’Aytona.
  • 1596 D. Antonio Coloma, Conte d’Elda.
  • 1597 D. Alonso Lasso Sedeno, Presidente e Capitano Generale.
  • 1599 II suddetto Coloma.
  • 1604 D. Giacomo Aragall, Presidente e Capitano Generale.
  • 1604 D. Pietro Sanchez di Catalayud Conte del Real, Luog. e Cap. Gen.
  • 1610 D. Diego d’Aragall, Presidente.
  • 1611 D. Carlo Borja, Duca di Gandia.
  • 1617 D. Alfonso d’Erill.
  • 1623 D. Giovanni Vivas.
  • 1625 D. Diego d’Aragall, Governatore.
  • 1626 D. Pietro Raimondo Fortesa, Presidente.
  • 1626 D. Girolamo Pimentell, marchese di Bajona Governatore.
  • 1631 D. Diego Aragall, Governatore.
  • 1631 D. Gasparo Prieto, Presidente.
  • 1632 II Marchese di Almonazir.
  • 1638 D. Diego d’Aragall, Presidente.
  • 1639 D. Gio. Andrea Doria.
  • 1639 D. Diego d’Aragall, Presidente.
  • 1641 D. Fabrizio Doria, Duca d’Avellano.
  • 1644 D. Diego d’Aragall, Presidente per la 6a volta.
  • 1645 II Duca di Montalto.
  • 1649 D. Bernardino Mattia di Cervellon, Governatore.
  • 1649 Cardinale Teodoro di Trivulzio.
  • 1631 D. Bernardino Mattia di Cervellon.
  • 1651 II Marchese di Campo Reale,
  • 1652 D. Pietro Martino Rubio, Presidente.
  • 1653 II Conte di Lemos.
  • 1656 D. Bernardino Mattia di Cervellon, Presidente.
  • 1658 II Marchese di Castelrodrigo.
  • 1662 D. Pietro Vico, Presidente.
  • 1662 II Principe di Piombino.
  • 1665 D. Bernardino Mattia di Cervellon, Presidente.
  • 1665 II Marchese di Gamarassa
  • 1668 La Reale Udienza, indi il Generale D. Bernardino Mattia di Cervellon per la 5a volta
  • 1668 II Duca di S. Germano.
  • 1673 II Marchese de los Velez.
  • 1675 D. Michele Sisternes de Oblites, Presidente.
  • 1676 II Marchese de las Navas.
  • 1678 D. Melchiorre Sisternes de Oblites, Presid, e Capit. Generale.
  • 1680 II Marchese di Assera e Castanera.
  • 1680 II Conte d’Egmont.
  • 1682 Fra Diego Ventura Fernandez de Angulo, Presidente e Govern. delle armi, e indi Viceré
  • 1683 II Conte di Fuensalida.
  • 1686 D. Giuseppe Delitala e Castelvì, Governatore.
  • 1687 II Duca di Monteleone Principe di Noia.
  • 1690 La Reale Udienza.
  • 1691 II Conte d’Altamira.
  • 1696 II Conte di Montellano.
  • 1700 II Duca di S. Giovanni.
  • 1703 II Conte di Lemos.
  • 1704 II Marchese di Valero e d’Aimonte.
  • 1707 II Marchese di Giamaica.

Sassari Tedesca

  • 1708 II Conte di Sifuentes, Marchese d’Alconchel.
  • 1710 II Conte di Fuentes
  • 1711 II Conte d’Erill.
  • 1711 II Conte dell’Atalaya.
  • 1717 II Marchese di Rubi.

Sassari Spagnola (per altri tre anni)

  • 1717 (agosto) Il Marchese di Leide Comandante in Capo le truppe d’occupazione
  • 1717 II Marchese di Castelforte, Generale degli Eserciti.
  • 1718 D. Gonzales Chacon Governatore e Capitano Generale.

Pesi e misure

Perché il lettore possa fare un calcolo preciso delle misure e pesi antichi, di cui abbiamo fatto menzione sin qui, e di cui faremo menzione in seguito, esporremo brevemente il rapporto di alcuni di essi colle misure metriche decimali determinati in Cagliari da speciale Commissione di Ingegneri nel 1836 – modificati poi dall’Ispettore Generale dei pesi e misure in Torino, e in seguito legalmente fissati dal Regio Editto 1° Luglio 1844.

Il palmo era pari a metri 0.26 – Il palmo si divideva in quattro quarte. – Dieci palmi formavano una canna.

Lo starello era pari a litri 25.25. Lo starello si divideva in 8 imbuti. Sette starelli formavano un rasiere.

Il barile, pari a Litri 33.63, si componeva d’otto quartare. Un cartutzo era la terza parte d’un litro.

La libra si divideva in 12 oncie, ed equivaleva a grammi 406.

Le suddette misure furono abolite col 1° Gennaio 1846, e tollerate soltanto le antiche denominazioni, ma col nuovo valore metrico, cioè:
Una canna, uguale a 3 metri; – Un palmo, uguale a 25 centimetri; Una quartana, uguale a 5 litri; – Un barile, uguale a 30 litri; –
Motivo per cui, le canne ed i palmi furono accorciate, le quartane ed i litri rimpiccioliti.

Gli Statuti e i Consiglieri del secolo XVII

Termino gli articoli degli Statuti con una buona quanto nuovissima notizia. I nostri Consiglieri, anche preoccupati delle vacue pompe spagnuole, e tanto teneri per le processioni e per la preminenza nei ridicoli cerimoniali, non smisero mai quella fierezza che fu sempre loro natura. Anche in mezzo ai Tedeum ed alle luminarie che ordinavano, ossequienti, in onore e gloria dei Sovrani di Spagna, non dimenticarono mai, in alcun tempo, il loro glorioso passato; quando cioè, retti a Comune, si governavano con proprie leggi, – Or bene, a proposito degli Statuti, i Consiglieri tennero seduta nel 2 Settembre 1634, e deliberarono unanimemente di dare alle stampe gli Statuti di Sassari, perché ogni cittadino potesse conoscerli. Vi ha di più: tre dei Consiglieri si offrirono spontaneamente per concorrere nelle spese di stampa, per poter subito dar mano all’opera.
Eccovi per curiosità la deliberazione:
« Ittem: per tots concordes fonch determinat y conclos en que se hagian de fer estampar los Estatuts dela pte Ciutat, per esser com son a quells escrits en lletra antiga, y por esser molt vella la lletra que casi se pot llegir atal que estampats los puga pendre qui voldra per saber los estatuts de sa Patria, y que per ço, y per que se puga donar principi ala estampa, lo nol. D.r don Gavi liperi Paliachio Conseller en Cap. ajuda ab sixanta reals, lo nob. D.r don Ant. Manca figo ab cent. reals, y lo nob. D.r don Franc. Martines Pilo ab quaranta reals, y que lo transcrivir los dits estatut se en comanda al secret de dta ciutat y que despres se veura y tratara del salarj segon lo treball haura fet.
I nostri antichi padri avevano buone intenzioni, ma pare che sia poi nata qualche contrarietà, per cui i detti Statuti non vennero stampati.
Chi lo sa? Forse il proprietario della Tipografia, aperta in Sassari fin dal 1616, avrà trovata troppo tenue l’offerta fattagli dai Consiglieri di 200 reali.
Tornando sulla questione dell’Angius, non vi pare che la suddetta deliberazione sia una nuova prova che gli Statuti erano già antichissimi, e che non era possibile che quelle pergamene fossero diventate cosi logore nello spazio di poco più di mezzo secolo?

Ancora degli Statuti

Abbiamo diffusamente parlato degli Statuti della Repubblica di Sassari nel capitolo riguardante “Sassari Genovese”. Vi ritorniamo ora, solo per combattere un parere dell’Angius, e per presentare ai lettori un nuovo documento, da me rinvenuto dopo la pubblicazione della Sassari Comune. Se mi trattenni sui nostri antichi Codici, più che nol consentisse l’indole del mio libro, fu solo, e perché tutto quanto riguarda quei preziosi documenti ridonda ad onore del nostro paese, e perché le notizie su quell’epoca date dagli Storici sono scarsissime.
Come abbiamo brevemente accennato all’anno 1565, il Re Filippo II, a petizione dello Stamento militare (strana petizione di sardi!) decretò in data 22 Giugno, che gli antichi Statuti coi quali si reggevano fin dai secoli XIII e XIV i Comuni di Bosa ed Iglesias, scritti in lingua pisana ossia catalana, nonché quelli di Sassari scritti in lingua genovese ossia italiana, fossero tutti tradotti in lingua catalana, ossia sarda (?!); e ciò, per quant se veu no convé ni es just que lleys del reyne stiguen en llengua strana. E nello stesso Decreto si ordinava, che gli statuti in lingua italiana fossero aboliti in modo, che non lasciassero di esse nemmeno la memoria (… talment que no reste memoria de aquells).
E ciò prova che Filippo II aveva un vero odio per l’Italia. Lo stesso re, poco tempo prima, aveva anche proibito, ai giovani, di potersi recare, per ragioni di studio, nelle Università italiane.
« Questo documento – scrive l’Angius, con riserva – prova che il Codice sassarese, pubblicato dal cav.Pasquale Tola, sia piuttosto la traduzione dei primitivi Statuti, fatta dietro la suddetta legge nel secolo XVI. L’indicazione poi che i medesimi fossero ancora conservati in lingua genovese sotto il governo di Don Alvaro de Madrigal, può forse accertarci, che era questa la compilazione pubblicata nel 1316; la quale non fu il primo Codice di Statuto che ebbe Sassari, e forse neppure il secondo; perché un’altra compilazione fecesi senza dubbio, quando quel comune fece aderenza con Pisa; e innanzi di quest’epoca par vero che Sassari ebbe uno Statuto suo proprio, che fu quello antichissimo della città di Torri, di cui essa fu parte, e poscia ereditò tutti i diritti – »
Non saprei per vero dirvi a quali Statuti di Sassari, scritti in lingua genovese o italiana, alluda il Decreto di Filippo II. Bisognerebbe credere che a quel tempo esistessero ancora in Sassari gli Statuti pisani antichissimi, che andarono forse dispersi; oppure che sia stato un errore degli Stamenti quello d’indicare i nostri Codici della Repubblica scritti in lingua italiana. D’altronde ho già detto, che il Tola, nel 1840, trovò e lesse nel nostro Archivio Comunale alcuni quaderni (oggi dispersi) di una traduzione dei Codici, in ispagnuolo; la quale potrebbe essere stata fatta in obbedienza del regio Decreto – Quanto a me, pur dichiarandomi incompetente nella materia, vi metterò innanzi le ragioni per cui credo fermamente originali i nostri Statuti.

1. Basta gettare un’occhiata su quel Codice per convincerci che è opera del Secolo XIV. I caratteri gotici dell’epoca, la pergamena logora dal tempo e dal continuo uso, la precisione meravigliosa delle lettere, da scambiarsi colla stampa, tutto ci conduce a credere che non sia una copia posteriore – Perché, d’altra parte, scrivere con tanta esattezza e con caratteri così strani un Codice che doveva servire per uso quotidiano dell’Ufficio Comunale?

2. Incollata nell’interno della coperta è una striscia di carta con un’osservazione in lingua spagnuola, postavi verso la prima metà del secolo XVII; nella quale è detto, che fu fatta a parte una copia di quel Codice per renderlo più leggibile, essendo esso logoro, scritto in lletra antiqua, e con un latino antiquissimo, che adesso non si pronuncia più. »

3. Nell’articolo terzo del Codice è detto, che gli Statuti dovevano farsi in due originali; uno in lingua sarda, da servire per il Comune, e l’altro in lingua latina da conservarsi presso una persona ragguardevole del paese. Come spiegare ciò? Se per il Decreto di Filippo II si dovette fare quest’esemplare in sardo, come dar ragione dell’esemplare latino che è identico al sardo, per antichità, per caratteri, per precisione e per accuratezza? Un ammanuense non ha potuto impiegare meno di un anno per scrivere quei Codici.

4. Come dar poi ragione delle cancellature? L’articolo 15 dice, che gli uomini di Sassari devono giurare ubbidienza al Podestà, o chi per esso, e devono mantenere l’onore, il buon stato e la grandezza del Comune di Genova. Ora, sulla parola Genova, in tutto il Codice, è stata sempre passata una riga, probabilmente da persona poco amica dei genovesi, nota il Tola, ma a torto; perché, se lo stesso Codice doveva pur servire per gli Aragonesi, era evidente che la parola Genova non aveva più che farvi. Così pur notasi nell’introduzione al Codice, dove furono raschiate le parole Comunis Janue, le quali si leggono sotto alle parole Cesareae Potestatis, che vi furono sostituite. E il Tola qui osserva: « – in tal rispetto l’imperizia dell’adulteratore andò congiunta all’adulazione» – In altro luogo fu raschiata con un temperino la parola Comunis, per scrivervi sopra Civitatis; quasiché (nota nuovamente il Tola) fosse più onorevole per Sassari l’essere Città aragonese o spagnuola, che terra libera reggentesi a Comune – « E il nostro storico ha sempre torto, perché trovo giustissimo, che leggendosi dagli spagnuoli un articolo del Codice in giudizio, si parlasse del Re d’Aragona e non del Comune di Genova. Ora, domando io: – se il nostro Codice fosse una traduzione, perché prendersi la briga di scrivere prima le parole Genova, Civitatis ecc, per poi cancellarle accuratamente scrivendovi sopra Cesareae Potestatis, Civitatis od altro?

5. Quinta, ultima, e la più convincente delle ragioni è, a mio credere, la lingua. Ho letto molti e molti libri del Comune del secolo XVI, scritti in sardo; orbene, è da notarsi che passa una grandissima differenza fra le due lingue. Il sardo degli Statuti, scritto nel 1300, è puro, elegante, e contiene molto più latino; quello invece del secolo XVI è ricco di parole spagnuole, già passate nell’uso dopo tre secoli di dominio.

Non è dunque evidente che, se nel 1565 si fossero tradotti i nostri Statuti italiani in sardo, questo sardo dovesse somigliare a quello che allora si scriveva ? – Negli Statuti, per esempio, voi leggete sempre cavallos, tridicu, bigna, bocare (cavallo, grano, vigna, cavare) mentre in tutte le carte di quel tempo avete caddos, trigu, binza e bogare.
E così di altre molte e molte parole che qui taccio per non tediare maggiormente il lettore.

La lingua italiana sotto gli spagnoli

Aproposito di lingua italiana, devo dire che non mancano qua e là, nei libri del Comune del Secolo XV e XVI, delle lettere scritte in questa lingua. Queste lettere appartengono quasi tutte ai Guardiani dei Conventi ed ai commercianti. Ciò prova, che quasi tutti i frati ci vennero dall’Italia, e che il commercio genovese ha sempre avuto la supremazia nella nostra piazza.
Per chiudere con un po’ di amenità questi articoli, voglio far conoscere ai lettori come si scriveva la lingua italiana in Sassari nel 1414 e nel 1649.
II sassarese Gavino Marongio (Gaini de Marongio), in fine di alcuni commenti ad una raccolta di poesie di soggetto storico, da lui fatta (si trattava dunque di un letterato!) scriveva così, nel 1414:
« …Tute cheste cossi o iscritto yo secondo lo sentimento de li supra scritti soneti e canzoni de li diti poeti secomo presenti a tute cossi de le dite guerre, e aitre cossi che se feceno eciam secondo le storie e carte che videri potere chiaramente cho fato in la dita citate de Sassari… ecc. »
Questa lettera pare scritta in dialetto sassarese italianizzato; e siccome tutto è utile a questo mondo, anche gli spropositi, così questo scritto potrebbe servire per dimostrare all’Angius, che la lingua sassarese non è nata dopo la peste del 1477 e 1528 per i Corsi venuti a ripopolare la nostra città deserta, ma si parlava già nel 1414, come si parlava al tempo della repubblica, nel 1300.
Sentiamo ora un frate, (fra Dionisio de Ocieri, Guardiano dei cappuccini) che scrive ai consiglieri della Città:
« – Il Signor Giovani Francesco Garoffolo Poticario in questa illustrisima cita ce ha fatto la carità compitamene in provederci di midicine per li nostri infermi, sole la cita darli 25 lire di paga suplico alle ill. e magnif. Signorie VV. darli sodisfazioni che è finito l’ano a 15 di magio 1649 et cossi neli faccio la presente fede hogi a 15 magio 1649 il signori guarde le signorie VV. con lo aumento delli divini doni.
Ed ora al negoziante, direttore di una fonderia di Genova, che scrive ai Consiglieri di Sassari nel 22 Maggio 1649.
« Li mando col bregontino del patron Gio Agostino Favoletti il falcone di metallo fatto fare dal comand. di VV.SS. p. quale come vederano dall’alligato si è speso L. 653. 3… havero a caro che mi diano novi occasioni di servilli che sempre in tutto oservero li loro comandi con ogni prontella con che bacio a VV.SS. le mani »
E con ciò metto punto a questi articoli, dei quali si potrebbe dire con ragione, che hanno la Lingua troppo lunga!

La lingua, la peste… e Angius

Il Padre Angius, a proposito dell’origine del dialetto Sassarese, scrive: « – La popolazione di Sassari nel 1612, per le carestie, le epidemie ed altre sciagure, era già ridotta a tanto, che non si poterono numerare dal visitatore Carrillo più di 2.800 anime. In tal vacuità si chiamarono forestieri; e questi di giorno in giorno accorrendo sopra gli antichi coloni, avvenne che vi cessasse l’uso della lingua nazionale che era la sarda, e cominciasse a parlarsi un altro e tal dialetto che manifesta corsi i novelli popolatori – »
Questa asserzione del P. Angius è proprio senza alcun fondamento, e fu spiatellata lì per lì, tanto per dare un giudizio assoluto, originale.
In risposta all’Angius mi basterebbe citare le parole del Pillito figlio, quando fa notare, che il sommo nostro storico Manno colse un grosso granchio nel prendere la parola castigliana vezinos per abitanti, mentre invece non significa che fuochi, o famiglie. Risulta dunque in primo luogo, che le famose 2.800 anime del Carrillo non sono altro che 2.800 famiglie, le quali, calcolando in media 5 individui per caduna, sommano a 14.000 anime, a cui unendo i 150 fuochi degli Ecclesiastici, possiamo dedurne che Sassari in quel tempo aveva una popolazione di circa 15.000 abitanti. Ora – mi perdoni l’Angius – né il numero di 15, né quello di 10, né quello di 3 mila abitanti è tale da far dimenticare ad un paese la propria lingua!! Quanto poi al bisogno di importare abitanti dall’estero per ripopolare la città, non trovo alcuna traccia nei libri dell’epoca, esistenti nell’Archivio Comunale; e la determinazione di far venire i Corsi per prestarci la lingua parrà molto strana, ove si consideri che tra i sassaresi ed i Corsi vi fu in ogni tempo molta ruggine – D’altra parte io credo che le diverse pesti che afflissero la città di Sassari nel 1348, 1404, 1477, 1520, 1580 e 1652 non abbiano mai distrutto oltre la metà della popolazione.
Fino ai primi del Secolo XVII, in Sassari si scriveva sempre in sardo od in latino, e lo spagnuolo è rarissimo. I verbali delle sedute del Consiglio, i contratti d’appalto ecc. si cominciarono a scrivere in castigliano verso il 1610. La lingua sarda era pregiatissima in Sassari, perché quella che meglio si prestava alla letteratura ed allo scrivere.
Le classi più elevate e gentili della cittadinanza sassarese usarono invariabilmente nel conversare domestico il sardo logudorese, e si poneva grandissimo studio a parlarlo esattamente; adoperandosi in tal guisa – nota il Tola – con nobile e lodevole conato a salvare l’unica nazionalità rimasta nell’isola – la nazionalità della lingua! – »
La lingua sarda, quale si scriveva in Sassari al tempo della Repubblica, si continuò ad usare sotto la Spagna, nelle scritture private per altri tre secoli, e si tardò a soffocarla oltre il tempo prefisso. Dico tempo prefisso, perché quando sottentra un nuovo dominio straniero, si ha bisogno per lo meno di una nuova generazione per mettere in uso la lingua. E infatti, dopo l’acquisto della Sardegna fatto dal Governo Piemontese, non fu che verso il 1770, dopo un mezzo secolo, che si cominciò a scrivere qualche lettera e qualche verbale delle Sedute in lingua italiana.

Fede di sudditi

Lo abbiamo detto: – la città di Sassari nel 1720, vestendosi a festa e illuminando le sue case, cantò il Tedeum per acclamare il nuovo re Vittorio Amedeo II di Savoia; e gettandosi ai suoi piedi, gli proferse quella innata fedeltà, vecchia come il suo Castello che non c’è più!
Però – siamo giusti – diceva essa la verità, o mentiva? Essa mentiva allora, come sempre aveva mentito. Diffidente per lunga esperienza – ipocrita per necessità, e bugiarda per forza, Sassari aveva finito per comprendere che per lei non vi era più nulla a sperare, ma tutto a temere dalla continua volubilità dei politici eventi. Il popolo sardo non poteva più essere un popolo fiero e dignitoso; era lo schiavo oppresso, deriso, a cui non rimaneva che menar per il naso i suoi infiniti dominatori, diversi per indole, per umore, e per lingua. Ad ogni frustata doveva rispondere con un ringraziamento al padrone e con una lode al suo carnefice.
Il Governo però era tranquillo e soddisfatto della sua umile ancella, perché i suoi ufficiali, pagati a dieci, a quaranta o a sessanta scudi al mese, scrivevano al Re che l’Isola era fedelissima e docile come un agnello.
Esaminiamo però la fedeltà della città di Sassari durante i dodici anni che precedettero il dominio della Real Casa di Savoia.
Nel 1708, appena pervenne la nuova che Carlo III co’ suoi tedeschi era per arrivare in Sardegna, i Consiglieri di Sassari – a nome di tutta la Città – assicurarono Filippo II che non avrebbero mai tollerato quell’abborrito dominio, ma avrebbero saputo respingere con tutte le loro forze l’infame oppressore.
Fatto è che l’infame oppressore la vinse; e i tedeschi entrarono in Sassari. E allora i Consiglieri ordinarono feste, illuminarie, fuochi, razzi, tedeum, passeggiate di gala della nobiltà sassarese a cavallo, e professioni di fede per la Cesarea Maestà dell’Imperatore Carlo III – e tutto in nome della città di Sassari.
Pochi anni dopo si ha la notizia che l’armata spagnuola, con Filippo V, pensa di ricuperare la Sardegna – E i Consiglieri, in data del 30 Luglio 1717, scrivono al Viceré una lunghissima lettera – sempre in nome della Città di Sassari – dicendogli, che non dubiti dei fedeli vassalli e gelosi vigilatori del paese; che sarebbe un insulto dubitare di essi e della loro innata fedeltà e costanza (?); che il loro amore e zelo pel reale servizio di S.M. Cesarea (Dios le garde!) li teneva acalorados a disporsi alla difesa della città, ed ubbidienza al nostro Sovrano Imperatore e Re Nostro Sovrano, per il quale abbiamo sacrificato la nostra azienda, la nostra vita e il nostro sangue; che abbiamo subito fortificato questa piazza per la notizia avuta dell’armamento del nemico, ecc, ecc. Curioso invero! – si dava alla Spagna il titolo di nemica nostra, in lingua spagnuola!!
E il 5 Agosto il Viceré Rubì scriveva ai Sassaresi, che sperava molto nel loro geloso affetto e nella loro fedeltà; che lodava la loro penetrazione, avendo essi fatto ritirare tutte le donne e i bambini in tutta fretta (a toda prisa) in tempo così intemperioso, che Dios nos assista!
E i Sassaresi, di rimando, scrivono di nuovo l’11 Agosto, assicurando la loro vita, le sostanze ed il sangue per l’Imperatore, in vista del pericolo d’invasione.
Trascorre un mese. Filippo V scalza Carlo III – e gli Spagnuoli rientrano in Sassari. E allora i Consiglieri – sempre in nome della città – scrivono al Governatore ed al Viceré; al primo, in data del 24 Settembre, dicono: che questa città aveva acclamato il Reale Nome del Cattolico Monarca Don Filippo V (che Dios garde!) col maggior giubilo ed alegria corrispondente al loro obbligo e vassallaggio; e che in attestato di contentezza (!?) gli mandavano una Deputazione composta dal Canonico Don Gavino Mura, Don Gavino Nurra, e Gio. Battista Paduano. E al Viceré scrivono in data del 26: – « Deponiamo ai piedi di S.E. come il 24 corrente, il Civico Magistrato, Capitolo, Titolati, Nobili, persone Civili, Gremi ecc, ecc. senza strepiti né levamento d’armi, ma solo con animo volonteroso e cuore ardente, abbiamo acclamato con toda solennidad y goso indesible il Reale nome del nostro Soberano Monarca y re Senor  Don Filippo, que Dios garde!; e perciò meritare (!) la Città la continuazione dei suoi Privilegi, concessi dai Serenissimi Re d’Aragona, di gloriosa memoria, Suoi Progenitori; sperando che Egli dispenserà con Reale prodigalità a’ suoi amati Vassalli molte altre mercedi e grazie !
E taccio lo immenso giubilo e alegria per la felice notizia della possessione del Regno, contenuta nella lettera successiva del 6 ottobre, diretta al Viceré dai Consiglieri – sempre in nome dei Sassaresi.
E passarono altri tre anni – Filippo V non aveva ancora avuto il tempo di riscaldare il trono sardo su cui si era assiso, quando un Congresso Europeo gli toglie la Sardegna e la regala, come un gingillo, a Vittorio Amedeo di Savoia. I Consiglieri di Sassari, però, non si sgomentano; e in data del 9 agosto 1720 scrivono pieni di giubilo; che avendo la Divina Magistade degnato concedere il dominio di questo Regno di Sardegna al nostro Re Don Amadeo, (Dios le garde!), celebra le feste e le dimostrazioni acostumbrados, ed ordina che si canti il Tedeum ecc, ecc; e qui proteste di fedeltà e d’amore sviscerato, come se Amadeo fosse stato il loro fratello di latte; – e tutto nel semplice nome della città, que Dios garde! (postochè Dio doveva guardare tutte queste cose, e tacere!)
Ed ora andate a fidarvi della fedeltà dei sudditi, e dei Consiglieri che parlano in nome dei cittadini!

Fede di re

Se si dovesse filosofare sulla volubilità degli umani propositi, sulle promesse dei regnanti, e sulle professioni di fede dei sudditi devoti, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, e confessare addirittura che il mondo è un mare magnum in cui i pesci grandi divorano i piccoli – e i piccoli talvolta divorano i grandi.
Lasciando a parte tutte le promesse non mantenute dai nostri dominatori aragonesi e spagnuoli – i privilegi concessi e poi ritolti – le fedi date con giuramento e poi violate, fermiamoci solo alle espansioni affettuose di Carlo III e di Filippo V, ed al risultato che tenne dietro alle promesse; tolgo il tutto da documenti ufficiali.
Quando nel 1708 si prestò il giuramento di fedeltà al nuovo monarca
Carlo III, il Viceré d’Alconchel, nel suo discorso della Corona, disse: che questo Monarca fu il solo che si degnò ridonare alla Sardegna l’antica libertà, e metterla sotto la sua provvida e soave dominazione.
E non erano ancora trascorsi parecchi mesi, che vedemmo gli effetti di queste belle e larghe promesse. Dall’Imperatore fu ordinato immediatamente il sequestro e la subasta delle robe e possedimenti dei francesi domiciliati nel Regno – la confisca dei feudi e beni posseduti da quanti vollero restar fedeli alla monarchia spagnuola; furono carcerati i partigiani di Filippo V, rimossi dalle cariche tutti gli impiegati in odore di spagnuolismo, e commessi cento altri atti arbitrari e barbari che sarebbe troppo lungo l’enumerare.
Quanto a Sassari, abbiamo veduto di qual genere fosse l’antica libertà ridonata ai cittadini! Non dimenticando d’essere tedesco, il soave Carlo piombò sulla nostra città col bastone alla mano, e dopo aver tolta l’antica e la moderna libertà ai cittadini, la tolse pure ai loro tabacchi, violando così un privilegio che Egli stesso aveva giurato e confermato a Madrid.
Iddio però ebbe pietà di noi, e ad un Re tedesco sottentrò, dopo soli otto anni, il Cristianissimo Filippo di Spagna. E quando il Viceré Conte di Leide, con un patetico discorso, annunziò in Cagliari il nuovo governo del detto Filippo, disse: che questo Monarca ritornava per redimere la Sardegna dall’ingiusta oppressione, e dal tiranno governo austriaco.
E, dopo parecchie settimane, cominciò Egli infatti a sequestrare tutti i beni di quanti erano fuggiti per sottrarsi al nuovo governo o per seguire la causa imperiale; distituì impiegati civili e militari nominati dall’Imperatore, per dare impieghi alle sue creature; permise che i suoi soldati trascendessero in mille modi contro le popolazioni; insomma, questo cristianissimo Re si comportò coi popoli sardi come il peggiore dei Sovrani turchi!
Anche i Monarchi però (come tutti i Medici e come tutti gli Storici) si tagliavano l’un l’altro i panni addosso. – Essi ingannavano i sudditi e i sudditi, alla loro volta, ingannavano i Re, come vedremo nell’articolo “Fede di sudditi”.

Parlamento e imposte

Al re Don Pietro il Cerimonioso (nel 1355) si deve l’istituzione del Parlamento nazionale, perfezionato poi da Alfonso V, nel 1421. – Questo Parlamento (detto Cortes) si componeva di tre ordini: 1° degli Ecclesiastici, cioè Arcivescovi, Vescovi, Abati, priori e procuratori dei Capitoli delle Chiese cattedrali; – 2° dei Nobili, nei quali si comprendevano i Signori dei feudi, che rappresentavano pure i comuni sottoposti, e la bassa nobiltà; – 3° della Borghesia composta dei deputati delle sette città, cioè Cagliari, Sassari, Alghero, Iglesias, Bosa, Oristano e Castellaragonese –  Ognuno di questi ordini, separatamente riuniti, ebbe il nome di Stamento: e quindi i tre Stamenti: Ecclesiastico, Militare (ossia della nobiltà) e Reale (ossia della città) – Questi Stamenti non erano una vera rappresentanza di popolo, ma sibbene quella di tre distinte classi di cittadini, in cui – scrive il Martini – erano personificati nel medio-evo i tre elementi dominatori, in un col monarchico, cioè: il clericale – il feudale – ed il municipale.
Quando era aperto il Parlamento, questi Stamenti o Stati si dicevano Bracci della Curia, o delle Corti, ed avevano un capo o presidente che dicevasi Prima voce, perché primo parlava nelle conferenze.
Prima voce dello Stamento Ecclesiastico era l’Arcivescovo di Cagliari, in sua qualità di primate;
Prima voce dello Stamento Militare era il Barone di titolo superiore e più antico;
Prima voce dello Stamento Reale era il Sindaco del Castel Reale di Cagliari, per essere questa città la primaria del Regno, e la sede del superior Governo.
Scopo di questi Parlamenti, che si convocavano ogni dieci anni, era quello di promuovere la confidenza tra il re e la nazione, far conoscere gli abusi che si verificavano nel reggimento civile e politico per applicarne i rimedi. Nelle Corti si discutevano le necessità dei popoli, si proponevano leggi, si votavano tributi, e si domandavano grazie.
E i parlamenti per molto tempo corrisposero ai fini che s’erano proposti – Poco dopo, però, le cose presero un altro aspetto. « – Nacquero le ambizioni particolari – scrive il Tola – e dalle ambizioni gli abusi che corruppero le antiche forme e atterrarono le solide basi del bene nazionale. Privilegi ed esenzioni chiedeva lo Stamento ecclesiastico, che dei soli Vescovi e dignitari si componeva; privilegi edesenzioni lo Stamento militare, composto dei feudatari e dei nobili; privilegi ed esenzioni lo Stamento realeche dei soli sindaci della città si componeva. Chi, però, rappresentava in quelle Corti le altre popolazioni dell’Isola, ch’erano, tranne le città, la totalità degli abitanti della Sardegna? Chi esponeva i bisogni loro per soddisfarli? Chi le oppressioni per alleviarle? I Baroni erano quelli che i comuni dipendenti dalla giurisdizione loro rappresentavano; essi erano i padri, i protettori, i tutori delle ragioni dei popoli sottoposti alla feudale autorità; essi per i vassalli parlavano, votavano, si obbligavano »
« Nei parlamenti sardi molte utili istituzioni si sancirono, ma è altresì vero che molte cose fecero male. Le cattive colle buone si alternarono, e quelle talvolta a queste sopravanzarono. I tributi, o donativi, erano temporari, ma sempre si rinnovavano: questi erano gli ordinari. Gli straordinari per le guerre straniere, pei nuovi bisogni dello Stato si offerivano: guerre e bisogni ve n’eran sempre. A nome della nazione si offriva, ma le offerte erano di pochi, dei Vescovi, dei dignitari della chiesa, dei baroni, dei nobili: i popoli, anche non volenti, pagavano. I tributi (cosa incredibile per l’enormità, ma vera) in vari ed infiniti modi si assottigliavano prima che al tesoro pervenissero.
I viceré toccavano la prima e più grossa porzione: quindi i figli, i fratelli, i nipoti, i congiunti loro; poi i pubblici uffiziali, le donne cortigiane, e un’infinita turba di ministri subalterni per le fatiche durate nelle Corti; poi ancora i monasteri e le chiese. Venivano ultime di tutti le necessità dello Stato – e ciò che avanzava dalla scandalosa ripartizione, alla necessità dello Stato si concedeva! »
Eccovi per curiosità un sunto di una delle tante tasse stabilite in uno dei Parlamenti, che io riporto dal Manno:
« All’Eccellentissimo Viceré, scudi 8.000; – All’Egregio Don Alonso de Solis, figliuolo di S.E., scudi 1.000; – All’egregia signora Donna Luigia di Gante, nuora di S.E. scudi 1.000; – ai sette nipoti di S.E., scudi 500 per ciascuno; – al Presidente del Consiglio d’ Aragona Lire sarde 2.800; – ai Consiglieri 750 per ciascuno. Seguono le tasse agli uffiziali maggiori e minori del regno, ecc, ecc. per travagli straordinari.
Si chiude la nota con una serie di largizioni pie fatte ad alcune chiese. E la somma è di Lire sarde 118 442-14-6: quasi uguale a quella dell’annuo donativo deliberato in quello stesso Parlamento. – »
E postochè siamo nelle tasse, riporto anche dal Pillito le propine assegnate alla famiglia del Viceré ed ai Regi ministri nel Parlamento convocato nel 1677, oltre il donativo di scudi 70 mila, per un decennio deliberato in favore di S.M.
« Al Viceré Ls. 20 000. – Alla Vice Regina id. 5000. – Ai figli id. 3750. – Ai R. Ministri id. 90 724. 4. 6. – Alle Chiese ed Opere pie id. 16 750. – Per ponti e strade id. 3773. 15. 6. – Totale 140.000.
Prego i lettori di osservare la misera figura che fanno quelle 3773 lire 15 soldi e 6 danari, riservati per i ponti e per le strade! – Tolte le somme che avrebbero mangiate gli ingegneri, non restava ai popoli sardi, che la sola buona volontà di passare i fiumi a piedi scalzi, o di arrampicarsi per i monti se volevano portarsi da un villaggio all’altro! –
E giacché abbiamo parlato dei Parlamenti o Cortes diamo il Prospetto di tutti quelli riuniti in Sardegna sotto gli Aragonesi e Spagnuoli:
Uno sotto Pietro IV, nel 1355, presieduto in persona dallo stesso re. E fu il primo.
Uno sotto Alfonso V, nel 1421, presieduto dallo stesso re.
Sotto Ferdinando il Cattolico due: – uno nel 1481, presieduto dal Viceré Ximene Perez; e l’altro nel 1510, presieduto dal Viceré Dunay, e conchiuso da Giron de Rebolledo.
Sotto Carlo V, quattro: – nel 1520 da Angelo di Villanova; nel 1530 da Martino Cabrerà; nel 1545 da Cordona, e nel 1555 da De Heredia, sanzionati da Filippo II.
Sotto Filippo II quattro: – nel 1565 da De Madrigal; nel 1575 da Coloma; nel 1586 da De Moncada; nel 1598 da De Aitona.
Sotto Filippo III tre: – nel 1602 dal Conte d’Elda; nel 1615 dal Duca di Gandia; nel 1621 da De Erill.
Sotto Filippo IV cinque: nel 1625 da Vivas; nel 1626 dal Marchese de Bayona; nel 1633 dal suddetto e conchiuso dal Vescovo d’Alghero; nel 1642 dal Duca di Avellano; e nel 1653 dal Conte di Lemos, in Sassari.
Sotto Carlo II quattro: – nel 1666 da Camarassa; nel 1678 da Benavides; nel 1689 dal Duca di Monteleone; e finalmente nel 1699 l’ultimo Parlamento presieduto dal Conte di Montellano.
Totale 24 Parlamenti tenuti in Cagliari; meno quello presieduto dal Conte di Lemos nel 1653, il quale fu compiuto in Sassari per causa della peste che contristava l’Isola.

Istruzione

Dalla conquista di Don Alfonso fino ai primi del secolo XVII non si trova traccia veruna di pubblico insegnamento introdotto in Sardegna dagli Aragonesi o dagli Spagnuoli.La più crassa ignoranza regnava nell’universale… Il clero che doveva istruire il popolo era forse meno istruito del popolo medesimo. I Municipi con sagrifizi cominciarono a introdurre il pubblico insegnamento nell’Isola. Nel 1563 cominciò l’insegnamento pei Gesuiti; più tardi si fondarono le Università.