Leggi e Giustizia

Leggi sul pudore

 

Abbiamo già parlato dello Stabilimento dei Bagni che esisteva attiguo all’attuale Monastero di Sant’Elisabetta.
L’art. 160 imponeva ai maschi di bagnarsi colà il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica, ed alle donne di andarvi il lunedì, il martedì e il mercoledì. Le pene poi da applicarsi a chi contravveniva a questi ordini erano semplicissime: – l’uomo veniva decapitato, e la donna arsa viva. Ben s’intenda – aggiunge il Codice – di non comprendersi in questa pena i garzoni al di sotto dei 14 anni.
Son certo che a nessun uomo sarà venuto in mente di vedere una donna bagnarsi! – e nessuna donna (forse per la prima volta) avrà sentito lo stimolo della curiosità! – Questo estremo rigore di pena, ben prova quanto in quei tempi fosse stimata la pudicizia e la pubblica decenza.
Nell’art. 31 è detto: «Non si può far violenza ad alcuna donna; e se a forza si violentasse, sia 1’uomo condannato a pagare dalle 50 alle 100 lire, secondo la condizione della donna. Della qual multa, la metà sia del Comune, e l’altra metà della femina isforthata. E se l’uomo non paga entro dieci giorni, gli sia tagliata la testa; a meno che la donna violentata non si adatti a sposarlo; in questo caso egli sia posto in libertà. Se la donna violentata era un’ancella (serva), tanto vergine che maritata, l’uomo pagava sole lire 10, ed era tenuto in carcere fino al pagamento della detta somma».
Se si violentava però una donna maritata, erano escluse le pene pecuniarie; si tagliava la testa al violentatore, e tutto era finito.
Se la violenza, infine, era stata fatta ad una donna che non fosse vergine né maritata, la pena era dalle 10 alle 25 lire, secondo la sua condizione; se ancella si pagavano soli 100 soldi.
In tutto il Codice è questa la prima volta che si stabiliscono gradazioni di pena a seconda la condizione delle persone: schiave o libere. In mezzo a tanto senno e a tanta morale spuntava tratto tratto una di quelle crudeltà, o controsensi, che sono il distintivo dei Codici del Medio Evo.
L’art. 60 dice: «Se un uomo, di qualunque grado sia, travierà o avrà commercio con una serva d’altri, ordiniamo che de presenti ili siat segadu su membra suo cum sos…, per modu qui lu perdat; e la fantesca che si è lasciata ingannare, si abbia nella natica un marchio fatto con ferro rovente, senza alcuna misericordia, affinchè sia danno ad essa ed esempio ad altre; a meno che essa non pagasse lire 200 entro 15 giorni.
Questa pena però non s’intenda per quella serva che col consenso del padrone, si partirà dalla casa ove stava, e dove non vuol più rimanere. Andata via con licenza dei padroni, essa è libera di fare ciò che vuole della sua persona.
Per fortuna la legge aveva facile uscita; ché altrimenti la faccenda poteva diventare un po’ seria. In vista però di certe misure di precauzione, i giovani d’allora, prima di far all’amore colle serve, ci pensavano sopra due volte!
L’art. 50 si occupa brevemente dei bigami e delle bigame, malefizio orribile e indegno, come è detto nel Codice. – L’uomo che si trovava possessore di due mogli, veniva subito impiccato; e la donna che teneva due mariti vivi, era bruciata senza alcuna pietà.
L’art. 56 infliggeva 10 lire di multa all’uomo che con mal animo diceva cornuto ad un ammogliato. Se invece era una donna che dava del cornuto ad un uomo che avesse moglie, non pagava che la metà: 5 lire.
Vuol dire dunque, che dicendo con buon animo quella parola, si poteva sfuggire alla multa!
La parola cornuto fermò in ogni tempo l’attenzione del Legislatore.
Nella Carta de logu, pubblicata da Eleonora d’Arborea ottant’anni dopo, s’infliggeva la multa di lire 15 a chi diceva cornuto; e se lo provava, la multa era di lire 25. – Le Prammatiche pubblicate sotto la Spagna nel 1633, condannavano invece chi diceva cornuto a disdirsi davanti al Tribunale, ed all’esilio dal Regno per tre anni. – Era un po’ troppo!