Chi era frate Antonio Sisco

Duecento anni fa moriva il frate francescano sassarese padre Antonio Sisco, una delle figure più rappresentative dell’ordine francescano e delle vicende religiose della Sardegna del diciottesimo secolo. Compiuti i primi studi a Sassari, Sisco trascorre qualche tempo oltre Tirreno dove soggiorna in diverse città: Assisi, Urbino, Roma, Napoli e Torino. A Roma è allievo di Padre Lorenzo Garganelli, che in seguito diventerà papa col nome di Clemente VII, quindi a Torino si laurea in Teologia. Attorno alla prima metà del 1700 lo ritroviamo a Sassari quale insegnante di Teologia morale e padre Guardiano del convento di Santa Maria in Betlem. Nel 1758 diviene padre provinciale dell’ordine francescano e in seguito commissario generale dei frati minori conventuali della Sardegna. Antonio Sisco è stato uomo di cultura, autore fine e sensibile di opere di carattere religioso, filosofico e agiografico. Ma il suo lavoro più importante resta certamente la raccolta e archiviazione di documenti relativi alla storia ecclesiastica e civile della Sardegna, con particolare riferimento alla città di Sassari. Ciò che sostiene l’opera infaticabile di Sisco è quella spiritualità tipicamente francescana che emerge con forza nell’impegno profuso durante l’intenso lavoro di consultazione e raccolta di documenti manoscritti. Un’analisi dell’opera di Sisco offre ampia materia di riflessione sulle vicende sarde del periodo e aiuta a comprendere a fondo la sua personalità eclettica. Lo scorso anno un confratello francescano, padre Marco Ardu, bibliotecario del convento di Santa Maria in Betlem e responsabile dell’omonimo centro studi, ha portato a termine un attento e minuzioso lavoro di regestazione dell’opera manoscritta e degli scritti minori del padre Antonio Sisco. L’opera è ripartita in sette sezioni: la prima riunisce gli scritti che trattano le tematiche bibliche; la seconda i due scritti di teologia dogmatica, quindi si passa alla sezione della liturgia e devozione e a quelle di Storia della Chiesa e del Francescanesimo per arrivare alla ponderosa sezione dedicata alla storia della Sardegna e della sua amata Sassari, da cui ha attinto a piene mani anche lo storico Enrico Costa nella sua monumentale storia di Sassari. All’insegna della completezza l’opera si conclude con una sezione dedicata ai frammenti in cui sono raccolte alcune parti degli scritti dello studioso francescano. «I regesti di padre Ardu _ ha scritto lo storico Antonello Mattone nella presentazione dell’opera _ costituiscono uno strumento prezioso non soltanto per coloro che intendono conoscere la produzione religiosa, i testi teologici ed agiografici raccolti da Sisco, ma anche per tutti coloro che vogliono approfondire lo studio della storia della Sardegna e della città di Sassari». I regesti al momento sono reperibili in edizione provvisoria curata dal centro studi Santa Maria di Betlem. «In attesa _ confessa con estrema schiettezza padre Marco Ardu _ che qualcuno si renda conto quanto prima del grande valore storico e culturale dell’opera di padre Sisco».

testo di Antonio Meloni tratto da La Nuova Sardegna del 26 marzo 2001

Sommossa popolare del 1780

• Frate Sisco racconta

«Sassari, amata patria, memorando ti deve essere il giorno 23 Aprile dell’anno 1780, e devi tramandarne la memoria alla posterità, acciò imparino quanto male sia il discostarsi dalla legge del suo Dio.
Amati concittadini; i peccati sono la cagione dei flagelli che l’adirata mano del nostro Facitore scarica sopra di noi. Sì, i peccati sottoposero il popolo di Dio alla dura e tirannica schiavitù di Faraone per tanti anni; ed i peccati (intendila bene, o Sassari!) ti sottoposero a tanti e tanti guai, ed alla perfine a questo di una popolare sollevazione, che, come diremo in appresso, fu un evidente miracolo dei tuoi Santi Protettori Turritani, se non sei rimasta un mucchio di sassi. E non vedi che il viver licenzioso introdottosi in questa nostra patria, che per l’addietro era sì circospetta, li tanti contratti illeciti e usurari; le tante rapine ed angariamenti sono state la cagione della disgrazia che intendo descriverti.
«Altra volta, o cara città di Sassari, hai sofferto delle disgrazie di peste; e simili; e per non ricercarle secolo per secolo, solo ti rammemorerò quella dell’anno 1648 per essere la più recente, di una somma siccità, come ce la lasciò descritta in verso spagnuolo Quirico Roggio Fundoni, che al leggerla è impossibile trattener le lagrime; vedendosi nel mese di maggio inaridite non solo le messi, ma altresì privi di foglie gli alberi di più profonde radici. Ma le preghiere, le Processioni, massime quella del miracoloso simulacro del Crocifisso di S. Appollinare, portato a San Gavino di Torres; e le straordinarie penitenze che da ogni ceto, e sesso più delicato di persone, si praticarono, con un cangiamento totale di vita riformata, e costumi Cristiani, ottenesti la bramata necessaria pioggia, che ad un tempo stesso ti rasciugò le lagrime negli occhi e t’innondò il cuore di allegrezza.
Sassari, mia cara patria, a te parlo; la contrizione dei fatti commessi, accompagnata da saldo proponimento, radolcisce il Cuore del Nostro Dio, e gli leva dalla mano il flagello. Immita dunque la penitenza dei Niniviti, e se forse questa ti sembrasse troppo dura, appigliati a quella dei tuoi concittadini or ora decretati (?) ché fra tanto m’accingo a farti minuto racconto di quanto accadde nella accennata sollevazione.
La dolente tragedia accaduta l’anzidetto dì 23 Aprile dell’anno 1780 fu una sollevazione popolare della minuta Gente, spinta dalla scarsezza dei viveri, cioè di pane, carni, ed altri commestibili; ritrovandosi la panatica pubblica, in quel giorno, con soli cinque rasieri di grano fatto in pane, non sufficiente nemmeno per la vigesima parte degli abitatori.
Il macello da molti giorni già chiuso, e senza mezzo alcuno o speranza di potersi provvedere nelle angoscie; angoscie tali, che peggiori non possono darsi di quelle della fame. Questa penuria sarebbe stata sopportabile, ogni qual volta fosse provenuta dalla scarsezza dei raccòlti; ma non fu così; poiché il raccolto dell’anno precedente 1779 fu più che mediocre; delle carni poi era tanta abbondanza che il Capo di Cagliari tutto si provvedeva dal Capo d’oro. Provenne sì la penuria dall’ingordigia di taluni che, per arricchire i loro scrigni d’oro, o per meglio dire del sangue dei poveri (dei quali si parlerà in appresso per essere un fatto pubblico e notorio) misero sì alle strette il popolo, che era in stato di perire di fame; essendosi venduto il grano in quelle strettezze insino a sedici scudi il rasiere, e scudi di questa moneta. Era poi tale la penuria della carne, che nemmeno per gli ammalati se ne ritrovava. Oh Dio buono! Quanto è mai grande la vostra Clemenza in non permettere che la terra subissasse costoro, come nei tempi addietro subbissò Datan e Abiron?
Per incominciare dunque la dolente tragedia, il ridetto giorno del mese di Aprile, giorno di Domenica, alle ore quattro di sera il popolo minuto, affollato alle grate della Città, ossia del Palazzo del Magistrato, dalle quali grate si distribuiva il pane, in arrivarne alcune ceste, trovandosi in quel posto un Corpo di guardia di soldati; siccome la gente si affollava per aver pane, de essendo poco per soddisfare migliaia e migliaia di persone, volle un soldato col calcagno del fucile percuotere un cittadino. Altro non ci volle per lanciarsi quella moltitudine contro i soldati, e li assalirono in guisa tale, sì con percosse che con sassate, che uno ne restò malconcio, e gli altri furono costretti a ritirarsi. A questa confusione accorse il Maggiore della Piazza per nome Monsiù Sala, uomo veramente dabbene, e molto amato da tutta la città per le sue buone qualità, con un Corpo di soldati; ma se questi non si fossero ricoverati dentro dell’Officio della Posta, li avrebbero fracassati tutti a sassate. Venne in appresso il signor Marchese Maccarani, Governatore di questa città, uomo al sommo odiato da ogni ceto di persone, come altrove ne parleremo; che se certi officiali non lo avessero fatto retrocedere, lo avrebbero seppellito sotto ai sassi. Si ritirò dunque verso la parrocchiale di Santa Catterina, ed il popolo l’andava seguitando; ed uno, per due volte, gli scaricò un fucile; ma la fortuna volle che non prendesse fuoco. Vedendosi allora il suddetto Governatore così insidiato dal popolo, e che il popolo gridava contro di lui per esser egli stato la causa di questa penuria e scarsezza di viveri, poiché se l’intendeva coi negozianti; allora per metter in sicuro la sua vita, (che gliel’avrebbero tolta, se non fosse stato in compagnia di Don Gio. Batta Isolero Calaritano e Giudice della Real Udienza in Cagliari, amato all’eccesso in questa città di Sassari, dove era stato da prima Giudice) per liberarsi da essi disse:
« – Andate alla frumentaria, ed alle botteghe, e pigliate quel che trovate» come se disponesse del suo patrimonio. Oh Cielo! Come non scagliasti fulmini contro di quell’iniquo traditore maligno di questa città, affidatagli dal Piissimo nostro Sovrano che tale sempre si mostrò ma specialmente dopo seguita questa funesta giornata?
Non tardò guari quell’affamata gente a mettere in pratica l’iniquo suggerimento; e gettando a terra la porta del campanile del Palazzo del Magistrato, e suonando campana a martello, si unì e congregò nella piazza maestra un popolo infinito; e, tra questi, molti malandrini che si servivano di questa occasione, non tanto spinti dalla fame, quanto dal vizio di rubare. Questi rompendo e gettando a terra le porte della
Frumentaria, in breve spazio di tempo portarono via da cinque in seicento rasieri di grano; indi, passando al palazzo del Magistrato, misero a sacco non solo gli arredi di esso, ma di più gli archivi, gettando nella strada tutte le scritture, che quasi tutte furono poi incendiate; e soltanto rimasero intatti il quadro del Crocifisso e quei dei Reali Sovrani; esclamando universalmente: viva il Re! e fuori di questa Città il Marchese Macherani Governatore, ed il malgoverno! – Indi, mentre passava il Viguerio, gettarono fuori nella piazza le scritture tutte; passarono poi all’officio della posta, e rovinarono quanto in esso fu ritrovato; facendo in pezzi le valigie che la notte dovevano partire per Terraferma.
Dopo le orazioni della sera, incominciarono a saccheggiare le botteghe, e la prima fu quella del signor Andrea Fraia, di nazione Napolitano, ma stabilitosi in questa Città, ed accasato con una sassarese.
La bottega di questi era la prima che si trovava passato il Palazzo del Magistrato, o sia della Città, ed aveva l’ingresso in prospetto alla porta del Campanile dello stesso Magistrato. Incominciarono i malandrini a sforzare le porte, tanto quella della bottega che guarda in piazza, come quella prospiciente al Palazzo; e ritrovandole ben assicurate, vi diedero fuoco, servendosi per accendere le legna delle scritture sì dell’Archivio di Città che del Viguerio. I padroni dal di dentro, cominciarono col far resistenza, e infatti con una archibugiata fu ucciso uno dei ladri, che restò sul colpo, senza nemmeno dire: Gesù; ma vedendo poi l’incendio aprirono le porte di casa. Entrarono allora i malfattori in casa ed in bottega e gli fecero danno di quattromila scudi.
Di là passarono alla casa del Signor Domenico Milanta, che abita nella contrada dei Padri Scolopi, e gli portarono via quanto trovarono; arrivando il danno a migliaia di scudi. Era questi di nazione Sestrino.
Fu saccheggiata la bottega di un capellaro per nome Michele Rovello, di nazione piemontese, domiciliato però in Sassari. Era questi un poco di buono, e pria di venire in Sardegna era stato marcato in Piemonte. Era odiato per la condotta, poiché oltre essere usuraio, strapazzava tutti, ed il meno che diceva era: sardi birbi! E questi lo servirono in tal modo, che nella bottega non gli lasciarono niente; scappò fuori di Sassari, verso Usini; ma, in seguito, gli fu preso il danaro che aveva addosso, e fu miracolo che il lasciassero in vita.
Appiccarono il fuoco in sua casa, ma sapendosi che in casa aveva due cassette di polvere, un certo Signor Giov. Antonio Delrio, uomo civile, d’onore e coscienza, accorse subito co’ suoi figli, e smorzò il fuoco, altrimenti un terzo di Sassari, e forse più (?!) sarebbe rimasto un mucchio di sassi. Abitava costui in una bottega in prospetto al vicolo volgarmente detto l’Argenteria. Nel mese di agosto dello stesso anno s’imbarcò, poiché la sua vita non era sicura se egli restava in Sassari.
In seguito si portarono alla casa del Rev. Signor Giov. Sacaioni, Beneficiato di questo Duomo, e gettando la porta gli portarono via danaro, biancheria, grano, olio, e quanto vi trovarono in casa, persino le lenzuola del letto. Il danno di questi sarà ammontato a scudi settecento. La casa di costui era in prospetto al parlatorio di sopra delle Rev. Monache di Santa Chiara. S’indirizzarono poi verso la Casa di una Vedova per nome signora Giovanna d’Antona, moglie del fu Avv. Gio. Andrea Salis Pilo, che aveva una figlia paralitica da molti anni, e non solo fu spogliata la sua casa, ma si spinse l’insolenza sino a levare dal letto l’inferma, distendendola per terra, per portar via i materazzi. Abitava questa signora in un Palazzo sito in vicinanza del Seminario Canapolense.
Nella contrada verso il Carmine, detta volgarmente la Contrada di Manunta, abitava il Sig. Proto Dessi, già da molti anni paralitico, che fu del pari spogliato di quanto di buono aveva in casa.
Vedendosi dunque la città in queste angoscie, ci fu qualcheduno che pregò ed indusse i Padri Carmelitani acciò uscissero in Processione col Crocifisso a sedare il popolo tumultuante; ma riuscì poco buon esito, poiché il popolo si avventò contro di essi, gli presero i ceri che avevano in mano, gli misero in sbaraglio, e chi perdè il mantello, chi il berettino, e chi ricevè anche qualche percossa; in modo tale, che messi in scompiglio, chi si ritirò prontamente in convento, e chi fu costretto ritirarsi in Casa di qualche congiunto, dove passò tutta la notte.
Seguitò tutta notte la confusione; in guisa tale che niuno stimandosi sicuro in sua casa, procurarono, massime le persone facoltose, di cercar gente che stassero colle armi alla mano, facendo essi provvigione di grossi sassi, che mettevano sulle finestre per servirsene se si tentasse sforzare le loro porte: come altresì di grosse caldaie di acqua bollente, per diffendersi, in caso di necessità.
Centinaia di persone della plebe però, per tre notti andarono al Palazzo di Monsig. Arcivescovo Don Giuseppe Maria Incisa Beccaria, il quale dalla finestra gettò loro pane e danaro, ed in seguito si munì di un picchetto di Soldati, poiché nemmeno lui era sicuro; e continuò a stare con questa guardia per un mese e più.
L’indomani, che fu il lunedì, ordinò Monsignor Arcivescovo nelle Chiese Parrocchiali, in quelle dei Regolari, e delle Monache, l’esposizione del Venerabile, e la sera in tutte le parrocchie, nel distretto d’ognuna, si fece Processione del SS. Sagramento; e nella Parrocchia di S. Nicola la fece Monsignor Arcivescovo coll’intervento dell’Ill. Capitolo; ed al medesimo tempo che s’implorava il Divino aiuto, non si tralasciò di dar le dovute provvidenze riguardo al comestibile; per il che si fece una giunta, nella quale intervenne Mons. Arcivescovo, il Sig. Governatore, la Real Governazione composta di Don Giuseppe Aragonese Giudice del Civile, Don Pietro Piras Calaritano, e Don G.B. Pettinado, Sassarese, ambi Giudici Criminali; ed il Sig. Novaretto Piemontese e Fiscale, assieme ai due Giudici della Real Udienza Don Gio. Batta Isolero Calaritano, e Don Antonio Floris Sassarese, che accidentalmente si trovavano in Sassari per villeggiare. Tutti i Nobili di questa Città, per trovare un giusto mezzo per sedare la plebe, somministrarono il necessario vitto, per la cui scarsezza, come abbiamo detto, era seguita la sollevazione popolare.
In queste assemblee si distinsero il Sig. Don Antonio Manca, Duca dell’Asinara, ed il Sig. Don Chiccu Conte di Montalione, ambi Sassaresi e buoni patrizi, i quali dai loro feudi fecero portare una quantità di bestiame e di grano, ed uscendo per Città con Mons. Arciv. ed altri Nobili, cercarono di sedare il basso popolo tumultuante; infatti lo stesso giorno si viddero per la Città molti macelli di bestiame, e pane in abbondanza, avendo provveduto il grano dai villaggi vicini; ed in seguito sopraggiunse altro grano spedito da S.E. il Conte Lascaris, e poi quello che da Villafranca inviò il Nostro Real Sovrano Vittorio Amedeo III, che il Ciel lungamente feliciti; e questo grano, non si pagò che a cinque scudi il rasiere, mentre quello del regno come abbiamo detto di sopra, fu venduto dall’ingordizia degli Usura a scudi sedici di questa moneta.
Con tutto ciò il popolo non era del tutto sedato, ed ognuno, massime le persone facoltose, teneva in casa gente armata per custodia dei propri beni, temendo di qualche nuovo insulto, non già da quelli che si erano sollevati a motivo della fame, ma bensì da altri, soliti a rubare per vizio; infatti, molti di costoro uniti, tentarono assalire il Monastero di S. Chiara, credendo che molti privati vi avessero depositato denaro, argenteria od altre robe di valore; infatti diedero principio a sforzare la porta del suddetto Monastero la notte del 25 Aprile, dopo la mezza notte, ma, essendosene accorte, le povere Religiose diedero mano alla campana, accorse della gente, ed anche la truppa, e i ladri si diedero alla fuga.
«Abbiamo detto di sopra il bottino fatto nel palazzo della città, e ciò fu fatto in odio ai Consiglieri, ossiano Giurati presenti; poiché attribuivano a loro incuria la penuria presente e la scarsezza del grano; ma in verità la colpa non fu la loro, come diremo in appresso; ma il popolaccio era talmente inviperito contro di loro, che se li avessero trovati in Palazzo, senza riflesso alcuno, li avrebbero gettati dalle finestre. I Consiglieri di quell’anno erano il Sig. Avv. Vincenzo Fontana; Avv. Bachis Tola – Avv. Peppe Sanna Salis – Segretario Quirico Salis; – G.B. Tanda Not. – Antonio Maria Cossu Not. – G.B. Pinna Not. – Gavino Piga Not. – ed il Sig. Antonio Pilo Procuratore. Vedendo dunque la suddetta Assemblea composta dal Sig. Governatore, Governazione e Cavalieri, l’odio implacabile che nutriva il popolo contro i suddetti Consiglieri, (che in verità erano innocenti) stimarono cosa opportuna, per sedare il popolo, di nominare cinque Deputati che pensassero per il Governo in vece dei Consiglieri; e questi furono, Don Antonio Quesada Nurra, il Dott. Antonio Vincenzo Petretto – Dott. Matteo Sanna Falchi, medico – il segretario Piretto, segretario Civile della Governazione, ed il Sig. Pietro Bolero mercadante, persone tutte specchiate e di buon nome, che governavano ottimamente, con applauso e soddisfazione universale del popolo.
«È indicibile però l’astio e contragenio che in tutto il popolo si suscitò contro il Sig. Marchese Maccherani, Governatore! Egli era già nove anni in questa città. Era Nizzardo di nazione. Seguita la sollevazione, eziandio dopo molti giorni, altro non facevasi che sparlare contro di lui, e ciò pubblicamente in ogni cantone della Città, e da ogni ceto di persone, dandogli il nome di Maturano (era questi un pover uomo di professione carra cantoni); sicché vedendo uscire il suddetto Marchese Maccherani, ecco subito le grida in aria: fuori Matterano! fuori Matterano!; e ciò non solo i zappatori, ma insino le donne ed i ragazzi, come io stesso ne sono stato più fiate spettatore; ché oltre il suddetto disprezzo, vedendolo passare, si dentro che fuori di città, cioè intorno le mura della stessa, i zappatori ed artisti che per il solito si ritrovano affollati in vicinanza alle porte, si fermavano intrepidi, e non ostante che egli si levasse il cappello e li salutasse con garbo, quelli gli voltavano le spalle, e restavano colla lor berretta in testa mirandolo intrepidi; e così continuarono per tutto il tempo che restò in Sassari; e lo stesso facevano colla Marchesa sua consorte e coi figli. Consideri ognuno quale sia stato il suo crepacuore nel vedersi Governatore e così sprezzato, quando per l’addietro era stato così prepotente! Era egli una sanguisuga del sangue del povero, ed uno che non pagava, né quel che comprava, né la mercede agli operai; poiché il suo Dio era l’ingordigia di accumulare il vel per fas, vel per nefas – Fu consigliato da qualcheduno di pubblicare un pregone acciò chi avesse da riscuotere da Lui si presentasse; ed ecco una continua processione verso il Palazzo del Governo; ma nulla riscuotendo i poveri Creditori se ne partivano maledicendolo.
«Il dì 21 Maggio, giorno della SS. Trinità, in vicinanza al Pozzo di rena, vi era gran popolo per vedere la gente che veniva dalla Festa di Saccargia, secondo il solito, e molti zappatori si misero a ballare e cantavano la canzone sarda sopra la fame che era in paese per la penuria dei viveri. Il Governatore, col pretesto che in quella moltitudine non accadessero disturbi, inviò alcuni Dragoni a cavallo, ed uno di questi fermò un zappatore che cantava la suddetta canzone, lo prese per i capelli e lo condusse insino al Corpo di guardia, e fu messo in prigione. Al veder questo, tutto il popolo minuto, che era in Pozzo di rena, s’affollò, e portandosi al Palazzo del Governo incominciò a sollevarsi; e sarebbe nata qualche altra disgrazia, se Don Peppe Farina, che si trovava presente quando fu fermato costui dai Dragoni, assieme al Giudice Fiscale il Sig. Nocaretti, non si portava dal Governatore per pregarlo a scarcerare l’arrestato, che in realtà era innocente. Era questi un Cavalier giovane, ma ben garbato, savio e dotto, ch’era laureato in Leggi, e colla sua persuasione ridusse il Governatore a scarcerarlo, e si calmò il popolo.
«Non tardò guari ad arrivare la notizia di questa sollevazione a Torino, alle orecchie del Sovrano Vittorio Amedeo III; il quale, non solo con viscere di re procurò prontamente fare inviare da Nizza gran quantità di grano, come di sopra abbiamo detto, ma inoltre come Sovrano, cercò la quiete dei suoi sudditi, e volle che si amministrasse altresì la giustizia, affine di contenere nei suoi limiti i malevoli; e con ciò, dandone esempio nel presente col castigare i colpevoli, apprendesse la posterità a non commetter più eccessi simili. ‘Con viglietto dunque regio, partì da Cagliari a Sassari il Sig. Intendente Generale Don Giuseppe Felice Giaimo, piemontese, dotto Avvocato, uomo di gran talento e destrezza in qualunque affare, assieme a due Giudici della Real Udienza, cioè Don G.B. Isolero Calaritano, e Don Ignazio Casazza Piemontese, i quali giunsero qui in Sassari il giorno 14 Giugno dell’istesso anno 1780. Ed essi incominciarono col ricercare la causa di questa popolare sollevazione; e pienamente constò, esser stata l’ingordigia del Governatore il Marchese Maccherani, che per accumulare tesori (come infatti gli riuscì, essendo venuto in Sassari poverissimo e meschino, intendendosela cogli Usurai) sen partì carico d’oro ed argento. Fu egli che introdusse la miseria e la fame in questa città, stimolo potentissimo della sollevazione. Se veniva una barca peschereccia in questi mari, bisognava pagargli un tributo; i minuti pescivendoli parimenti bisognava pagassero; i quali dazi mai erano stati nel paese. Coi negozianti di grano entrava in società; e finalmente non arrossiva di fare il negozio anche di carbone e paglia; insomma aveva ridotto il paese alle ultime miserie.
«Allora fu che, per ordine regio, da Torino fu inviato a Sassari in qualità di Comandante, il Sig. Cav. Balbiano, il 12 Luglio: ed il 17 stesso mese partì Maccherani da Sassari per Livorno in sull’ albeggiare, temendosi qualche insulto dal popolaccio. Fra il tempo dell’arrivo di Balbiano e la partenza del Maccherani, dopo la mezzanotte del 17, furono tirate due archibugiate alla finestra del Signor Novaretti, Giudice Fiscale, e ci mancò poco ad ucciderlo nel letto; e pochi giorni poi, per sospetto, furono carcerati Gio. Perazzoni Not. del Criminale ed il genero Sig. Antonio Luigi Piredda, parimenti Notaio; ma in verità questo fu un spezioso pretesto, perché in appresso si seppe, che entrambi furono convinti complici del furto del Sig. Proto Dessì, di cui parlammo di sopra; infatti furono appiccati, come vedremo in appresso.
«Il giorno 12 Ottobre dell’istesso anno 1780, fu da Sassari esiliato ed inviato in Alghero Don Giuseppe Aragonese Sassarese e Giudice del Civile in questa Regia Governazione, e giorni dopo in Ittiri il genero Don Luigi Martinez. A Don Giuseppe, anche pubblicamente, si attribuiva la miseria e calamità del Paese, essendosi egli unito col Marchese Maccherani, e ciò per suoi particolari e privati interessi di accumulare e d’ingrandirsi, stantecchè tendeva lunghi i suoi sguardi, pretendendo farsi Marchese della Nurra; e perciò tirava quanto poteva al Magistrato di Sassari (che ha il titolo di Barone della Nurra) per atterrarlo ed ingrandirsi Lui. Dio buono! E che cercava di più? Era già salito in alto, e la fortuna l’aveva favorito abbastanza. Egli nei suoi teneri anni era miserrimo, e per il suo talento ed anche coll’appoggio del cognato il Rettore d’Ittiri Gio. Pietro Quasina era stato fatto Giudice Fiscale, poi del Criminale, ed in appresso del Civile in questa Real Governazione. Fu in appresso Giudice della Real Udienza in Cagliari e qualche anno poi ritornò in Sassari Giudice del Civile. Egli aveva un sol figlio maschio, e questo era Canonico Turritano. L’altro cognato fratello del Rettore d’Ittiri, per nome Gio. Battista Quasina, che pria era stato Rettore di San Sisto in Sassari, coi suoi strattagemmi già l’aveva fatto Vescovo di Bosa, e da ambi fratelli si era ben afforzato colla morte del Rettore d’Ittiri; ma con tutto ciò la sua ambizione non era ancor paga, ed aspirava a seggio più luminoso, e nel cuore diceva Ascendam; ma chi sa come sia per terminare, e quali sieno gli alti consigli di Dio; poiché i suoi Consigli sono inescrutabili e per il solito si vede in questa misera valle del mondo che il riso va mescolato col pianto! Egli, subito seguita la popolare sollevazione, fortificò il suo Palazzo con gente armata, e sen partì fuori di Sassari, e ciò fu mal inteso; poiché, essendo egli Capo della Governazione, come Giudice Civile, dovea restare in Sassari per dare le giuste disposizioni, ma forse la coscienza il rimproverava. Il suo esilio durò un mese; poi egli ritornò in Sassari.
«II nostro Iddio, infinitamente misericordioso, come cel dichiarano le Sacre scritture…

(Qui il Sisco descrive la misera morte in Livorno del Maccherani, avvenuta nel 19 Novembre di quello stesso anno 1780. Sono due fitte pagine di predica, rimorsi, ecc. Quindi il buon frate cosi continua la narrazione:)

«… Intanto il Sig. Intendente Guaima, assieme ai due Giudici della Real Udienza Isolero e Casazza di sopra nominati, segretamente andarono pigliando esatte informazioni dei delinquenti, osservando un esattissimo silenzio negli esami, che potevano chiamarsi segreti sagramentali, nulla traspirando di quanto si trattava; e per riuscire a dovere la faccenda, da Cagliari si fecero venire due Segretari. Terminati i processi, la notte dell’8 di Marzo (1781) si venne alla carcerazione dei seguenti, cioè: – di Gio. Maria Pasca Cavallante di professione; ossia in nostra favella viaggianti – Mastro Gio. Matteo Carta Conciatore – Gio. Andrea Sotgiu, Ortolano – Mastro Angelo Maria Mele Muratore – Raimondo Desogus Calaritano; ed in Ozieri fu fermato Giacomo Viglino di professione stagniere; e giorni poi fu fermato Gio. Antonio Ruzzo Argentiere, cognato del Perazzoni; altri però scapparono in campagna; cioè, Antonio Gavino Dessena, ferraio – Antonio Maria Carta, conciatore – Pietro Pitorru, argentiere – Gennaro e Vincenzo Pasca fratelli, e figli di Gio. Maria, che era già in prigione – Gio. Antonio e Domenico fratelli Musciga; tutti questi si distinsero nella sollevazione popolare, nel rubare e saccheggiare.
«Formati che furono i processi e convinti con molti testimoni, furono loro concessi soli due giorni per le difese, ed il giorno 7 Maggio 1781, alla una per le due di sera, fu letta a tutti la sentenza di forca, tolto che a Gio. Maria Pasca, che per non esser sufficientemente convinto gli fu data sentenza di galera in vita, ed essere per mano del carnefice passeggiato per la Città, col capestro al collo e remo in ispalla, e condotto a baciare il piede della forca, come fu eseguito; ed il vedremo in appresso. Gli altri otto furono subitamente messi in Confortatorio, però in diversi siti – due per luogo, il giorno 7 Maggio, era un Lunedì; ed il Martedì mattina, a ore dieci, furono appiccati due, cioè Gio. Matteo Carta e Raimondo Desogus Calaritano, e questo fu tenagliato; poiché fu egli che sforzò la porta del Campanile del Palazzo Civico, ossia della città, e suonò la campana a martello; e la sera del Martedì furono appiccati Antonio Luigi Piredda Notaio e Gio. Andrea Sotgiu, Ortolano. Il Mercoledì mattina alla stess’ora impiccarono il Sig. Gio. Perazzoni Collegiate, e Mastro Angelo Maria Mele, Muratore, e questo fu tenagliato. La sera del Mercoledì toccò a Gio. Antonio Ruzzu Argentiere, e a Giacomo Viglino stagniere, e questi parimenti fu tenagliato; e pria di appiccare quest’ultimo, la sera del Mercoledì, fu condotto a passeggiare, per mano del carnefice, col laccio alla gola, Gio. Maria Pasca, alle due dopopranzo. – Il patibolo era piantato dinanzi al Palazzo civico, ossia della Città, cioè in vicinanza alla ruota della corda, ossia dov’è l’Argoglia, ed era piantato in sito che comodamente si potesse vedere da tutta la piazza dritta, sì per andare a S. Catterina, come a S. Andrea e Campo di Carra, come altresì dalla Contrada dei PP. Scolopi. Ai pazienti non si fece fare il solito giro, ma uscendo dalle carceri, (dove ai tenagliati fu data la prima tenagliata) si fecero passare in quel vicolo detto la strinta di prigioni; passarono nel Piano di Castello, seguitarono per S. Domenico e calarono nella contrada detta La Cona, e passando avanti il Palazzo del Governatore, discesero in Piazza insino al luogo del patibolo, il quale era formato di travi, e restò là, dopo giustiziati tutti, tutto il Giovedì; poi fu levato. Sotto lo stesso patibolo, dopo che erano stati giustiziati, vennero altresì decapitati dal carnefice, che si portò in prigione le teste; ed il Giovedì, messe le otto teste in un sacco, furono conficcate dal boia nel patibolo fuori città, e collocate tutte in quel trave che guarda Pozzo di rena. Era un universale terrore vedere sotto il patibolo dove furono aggiustiziati, e decapitati, tanto sangue umano per terra sul quale il Giovedì venne gettata dell’acqua, e fatto sparire.
Fatta la giustizia, fu pubblicato l’Indulto per tutti gli altri delinquenti del tumulto, ad eccezione di quei che abbiamo sopra accennato. L’indulto, assieme alle sentenze stampate, lo mettiamo alla fine di questa relazione, come altresì molti componimenti che dopo la sollevazione uscirono contro il Maccherani Governatore, e contro altri. È veramente da leggersi un componimento latino in prosa, cavato tutto dalla Sacra scrittura, dove si rimprovera tutto quanto il Marchese Maccherani operò; comincia: Civitas Sassaritana, terra olim promissionis; bisogna sia stato fatto da uomo Ecclesiastico, versatissimo nella Sacra scrittura… »

(Alla fine della Relazione non esistono i documenti cui accenna il Sisco. O ne furono tolti, o egli non li ha messi. Faccio osservare che tutti i tre grossi volumi di memorie del Sisco (il quarto è scomparso) sono documentati da originali in stampa o manoscritti. Questo buon frate aveva una rara pazienza, ed era esattissimo nelle sue relazioni).

«Il giorno 3 Luglio 1781, per ordine della R. Corte, furono reintegrati tutti nove Consiglieri che si trovavano governando al tempo della sollevazione popolare, cioè, Fontana, Tola, Salis e gli altri già nominati; ed ai Deputati, cioè Don Antonico Quesada Nurra; Dott. Petrelto, Dott. Sanna Falchi, Segretario Piretto, e Pietro Ballerò, fu ordinato da S. E. Conte De Masino Viceré, fosse loro dato il Salario, ossia stipendio che dovevano riscuotere gli anzidetti Consiglieri.
«Il giorno 10 Aprile 1782, quando già sembrava esser messo in oblio il fatto della sollevazione di Sassari seguita il 23 Aprile 1780, ecco all’improvviso scagliarsi il fulmine della Giubilazione di Don Peppe Aragonese, Giudice del Civile di questa Real Governazione, il quale assieme al Maccherani Governatore, erano stati il flagello di questa città, la sorgente di tutti i mali seguiti in questa nostra patria.
Entrambi, per arricchirsi, desolarono il paese succhiando il sangue dei poveri, come di sopra abbiam veduto, narrando la dolente storia; e quest’ultimo, cioè Don Giuseppe, per essersi reso un altro Nabucodonosor.
Ma un sassolino distaccato dall’alto, cioè dalla Real Corte di Torino, l’atterrò del tutto. Ecco cessate le prepotenze; ecco deluse le sue speranze; e colui che cercava essere Marchese della Nurra, restò soltanto col titolo di Don Giuseppe; ebbe questo titolo solamente per essere stato Giudice della Reale udienza, non per la sua discendenza, poiché non aveva mai potuto ottenere il privilegio di Nobile».

(A questo punto, nella narrazione del Sisco, è un invocazione allo Spirito Santo e un altro piccolo panegirico morale di cui faccio grazia ai Lettori. La Relazione termina colle seguenti parole: – )

Ecco dunque come vanno le faccende del mondo, che è una ruota che continuamente gira; e chi oggi è nel colmo della felicità, domani si ritrova depresso al sommo! (?) Tui legit intelliget! – ».

 

• Le farse dopo la tragedia

Fin qui la relazione del Sisco che ho fedelmente riportata dalle sue memorie manoscritte, riverente alla logica e alla grammatica del buon frate, alle quali ho voluto portar rispetto per lasciare a quella descrizione tutta l’impronta originale del suo tempo.
La devastazione per parte del popolo fu completa; perocché riandando tutte le deliberazioni del Consiglio e le lettere scritte al Governatore in tutto quell’anno e nei tre seguenti, trovo sempre menzionato il saccheggio degli affamati tumultuanti, che non senza orrore da tutti si rammenta.
A complemento della memoria del Sisco, e a titolo di amenità, riporterò alcuni episodi riferentisi a quella sommossa, che io tolgo da documenti ufficiali del nostro Municipio.
Dopo le forche, le esecuzioni e l’inchiodamento delle teste, un po’ di grottesco e di umorismo fa sempre bene!