Carlo V (dal 1516 al 1556)

Sassari Spagnola

 

• 1516. Carlo V

Al Cattolico Ferdinando successe nel 1516 nei Regni di Aragona, di Castiglia e di Sardegna il nipote Carlo, il quale dopo tre anni fu coronato Imperatore. Era figlio di Filippo Re di Spagna, detto il Bello, e di Giovanna la Pazza, figlia unica ereditiera di Ferdinando il Cattolico e d’Isabella. Filippo I aveva preso il titolo di Re d’Aragona e di Castiglia alla morte d’Isabella, nel 1504; e se andò in Cielo dopo due soli anni di regno, forse perché era bello, e cosa bella e mortal passa e non dura – come dice il poeta. Il più bel merito di costui fu l’aver dato la vita a Carlo V. Essendosi abbandonato all’intemperanza e alle dissolutezze morì a 28 anni.
Giovanna era pazza, e le toccò il Regno di nome – di fatto l’ebbe suo figlio Carlo V.
Il Regno di questo Sovrano fu notevole per le famose imprese nelle quali presero parte non pochi sardi, che si fecero molto onore. Carlo V premiava i suoi guerrieri con feudi e cavalierati, ma del popolo poco si curava. Invasioni straniere, distruzione di pubblici archivi, insolenze di soldatesche venute dalla metropoli, morìa di uomini, e, peggio di tutto, crassa ignoranza – ecco i frutti del Regno di questo Monarca. Si attendeva solo a riunir parlamenti, a drizzare forti e baluardi per l’Isola – ma a dirozzare, ad alleviare e a rendere felice la Sardegna, neppure per sogno! – La distanza della metropoli favoriva le prepotenze, le avarie, le concussioni; si tentò il sistema dei visitatori che ebbero principio nel 1546 e termine nel 1681 – ma non furono che formalità; essi non apportarono alcun bene all’Isola.

• Feste

Si fanno a Sassari pubbliche acclamazioni per l’ascesa al trono di Carlo V – come si era fatto per Ferdinando il Cattolico, e per i suoi predecessori.

• 1517. Giuramento

Il viceré Don Angelo di Villanova giurò nella Chiesa di Santa Catterina l’osservanza dei privilegi della città di Sassari, ad istanza dei Giurati.

• 1518. Privilegi

Carlo V conferma alla città di Sassari i privilegi già conceduti da Giovanni II e Ferdinando il Cattolico. E per compensarla della sua volontaria dedizione alla Corona Aragonese e dell’aiuto d’armi e d’armati prestati all’Infante Don Alfonso nel 1323, le concedeva altri privilegi importanti d’immunità reali e personali, e soprattutto il diritto agli abitanti di essere sempre giudicati per qualsivoglia delinquenza, anche capitale, dai cittadini loro pari – «diritto che rimase in vigore fin quasi alla metà del secolo presente, e precorse coll’esempio e assai largamente, senza tanto apparato di forme e di nomi, il magnificato sistema degli odierni Giurati». Così il Tola nel suo Codice Diplomatico.

• 1519. Corti a Sassari

Il primo atto importante del viceré Don Angelo di Villanova fu la convocazione delle Corti. In questa germinò per la prima volta nelle cose appartenenti allo Statuto quella famosa dissensione fra l’una e l’altra Provincia del Regno. I gentiluomini di Sassari, d’Alghero e degli altri luoghi settentrionali comportavano a malincuore che per la validità delle unioni dello Stamento Militare si richiedesse un’Assemblea nella Capitale. Ottennero perciò dal Parlamento che si ricercasse la facoltà delle radunanze separate nella città di Sassari per i membri dello Stamento Militare soggiornanti in quella Provincia. Le Corti accondiscesero, ma un decreto di Carlo V comandò si serbassero inalterate le antiche usanze.

• Inquisizione

Verso quest’epoca era già stabilito in Sardegna il Sant’Uffizio dell’Inquisizione ed aveva la sua Sede principale in Sassari; perché i Cagliaritani si erano opposti con tanto animo all’istituzione del medesimo fra loro, che il Governo credette di dover desistere. I Sassaresi, contenti del rifiuto dei Cagliaritani, accolsero volentieri nella loro città i Padri Inquisitori, perché quel Tribunale con giurisdizione sopra tutta l’Isola speravasi di gran decoro alla città, e poteva accrescere la dignità del desideratissimo primato, almeno nella parte religiosa. Ma tardi dovettero pentirsi dell’offerta ospitalità a quei zelatori della fede, dai quali il Clero, il Municipio e la Città ebbero a patire vessazioni, disturbi, contraddizioni, umiliazioni e persecuzioni d’ogni sfera. Così l’Angius.

• 1524. Corsari genovesi

Mentre i popoli sardi erano afflitti per la carestia, i Corsari genovesi scorrevano tranquillamente per le spiaggie turritane e algheresi. Lodovico Requasen, con una squadra di galere, li costrinse a ritirarsi nel loro porto. I Genovesi dunque continuavano ad amoreggiare colla nostra terra. Non potendo essi venire da noi come dominatori, venivano come Pirati. Invece di spogliarci legalmente ci spogliavano in contrabbando!

• 1527. Corsari africani

Dopo i Corsari genovesi venne la volta dei Corsari dell’Africa, i quali davano noia a quanti esercitavano l’industria dei coralli, e specialmence ai gondolieri sassaresi. Nel 20 aprile i Mori saccheggiarono il territorio di Sassari. Molti sassaresi, che per la pesca del corallo si erano stabiliti nell’Isola dell’Asinara, pensarono di edificare una torre sopra un’isoletta che sta fra l’Asinara e il Capo Falcone. I Barbareschi piombarono d’improvviso sopra di loro; ma dopo una furiosa mischia i Sassaresi riuscirono a metterli in fuga. In questa mischia si distinse Giacomo Manca, barone di Oppia e Montesanto, il quale tolse ai Mori una bandiera. Costui ottenne in premio da Carlo V il privilegio di armare in corso e di applicare a suo solo vantaggio le prede. -Curioso invero! – per averci salvato dai Pirati, questo Manca venne autorizzato a fare il pirata! Ciò dà dritto a supporre, che tutti i Pirati barbareschi di allora erano altrettanti baroni elevati a questa dignitosa carica per avere alla loro volta assalito altri pirati. E poi si dice che lupo non mangia lupo!
Anche Francesco Cano si cuoprì di gloria contro i Pirati barbareschi nell’Isola dell’Asinara. Egli si trovava alla testa di soli cento uomini, allorché fu sorpreso da quattrocento turchi sbarcati improvvisamente in quei lidi. Ne uccise cinquanta e molti ne ferì – gli altri si salvarono nelle navi. I sardi morti furono soli cinque, fra i quali Giacomo Soggia, sassarese. Carlo V armò il Cano cavaliere in Alghero. Naturalmente l’Imperatore non poteva conoscerlo; ma all’arrivo di un Regnante in Alghero, tutti si facevano premura di presentarsi personalmente per esporre le loro prove di valore; e Carlo V li faceva addirittura cavalieri, ed avrebbe loro concesso anche dei feudi in abbondanza se quel furbacchione di Alfonso V non avesse fatta man bassa su tutte le terre disponibili.

• 1528. Peste

Per completare le calamità toccate alla Sardegna per l’invasione dei soldati francesi e spagnuoli, la Provvidenza ci mandò nello stesso anno la peste. Cominciata in Gallura, poi in Castellaragonese e in Alghero, penetrò finalmente in Sassari e vi fece strage. Secondo il Fara e l’Angius morirono 16.000 abitanti –  secondo il Manno più di 15.000 – secondo il Cossu e il Tola 22.000.
Il contagio durò per tutto l’anno e il principio dell’altro, e non cessò che nel giorno dei SS. Martiri Fabiano e Sebastiano, i quali per questo motivo furono venerati sempre dal popolo e portati solennemente in processione ogni anno, fino ai nostri giorni. Molti distinti personaggi morirono a Sassari di peste, fra i quali, nota il Fara: Pietro Cariga – Lodovico Castelvì – Francesco Lledo – Giovanni Solinas – Giovanni Valdemussa – Gavino Canu – Angelo Pilo – Comita Contini – Pietro Marogna – Pietro Travall – Giovanni Antonio Milia ecc, ecc.
Il Vico dice, che questo contagio fu prevenuto con señales portentoso; che si viddero tre raggi in forma di saetta sopra la città. Il Cossu dice che fu vista una cometa tutta piena di fuoco, motivo per cui nel quadro dei SS. Fabiano e Sebastiano, esistente nel Convento dei PP. Serviti, fu dipinta questa cometa; l’Angius pure dice, che mentre si facevano le preghiere ai detti santi, furono veduti in cielo non sa quali segni insoliti. Insomma per molti giorni vi furono processioni per Sassari, nelle quali clero e popolo si erano riuniti, prima per scongiurare il morbo, e poi per ringraziare Dio di averlo allontanato.

• 1529. Conferma di privilegi

Lettera di Carlo V e della regina Giovanna al Viceré, ordinando che siano osservati, rispettati ed eseguiti i privilegi e le immunità accordati al Comune di Sassari.

• 1530. Il Viceré a Sassari

Il viceré Don Martino Cabrerò – dice il Pillito – presta il suo giuramento il 23 gennaio in Sassari, dove si trattenne sino al luglio del 1532. Durante il suo soggiorno in questa città egli fece restaurare il Castello che fornì di armi e munizioni; restaurò l’ufficio di Dogana; diede incremento al commercio già paralizzato dalla guerra, proponendo premi ai capitani dei navigli che avessero introdotto merci in Portotorres. Celebrò finalmente in questa città le Corti generali. Il capo consigliere era in quest’anno Don Giacomo Manca, e il podestà Francesco Castelvì.

• 1532. Supplica

Sassari, scarsa di abitanti per opera dei francesi e della peste, supplicò Carlo V perché ordinasse che il Viceré stabilisse definitivamente fra noi la sua residenza. I nobili di Cagliari però la combattono – dice l’Angius – e il Re risponde picche. Si promette solo che il Viceré sarebbe venuto a visitare la città di tanto in tanto!
Il Corbero però, come risulta dai Regi Archivi, trovavasi in quel tempo a Sassari insieme al Maestro Razionale e a tutto il R. Consiglio; e nel 17 aprile (1532) ordinò che si piantassero le forche nell’agro di Betlem (in Santa Maria). Pare dunque che il Viceré fosse intento a purgare la città dai malviventi; e diffatti nel detto Archivio si trovano molte ricevute del boia per un numero ragguardevole di esecuzioni fatte in Sassari durante quell’anno. E vuol dire che i Sassaresi, supplicando Carlo V perché prolungasse la dimora del Viceré, avevano molto buon senso, e ne riconoscevano l’utilità per punire i birboni.

• 1533. Restauri

Il Governatore del Logudoro, che prima risiedeva quasi sempre in Alghero, prende stanza il 23 gennaio nel Palazzo Regio di Sassari, nel quale, per restaurazioni, si spesero L.s. 230.4.6.

• 1534. Spese

L’imperatore Carlo V, a petizione del sindaco di Sassari, Don Giacomo Manca, concedeva a questa città di pagare i dritti del Parlamento, ultimamente celebrato dal viceré Don Martino Cabrerò in Sassari, nelle mani di una persona da destinarsi dal ricevitore di quei dritti, Don Girolamo Sanchez; e ciò per le grandi spese che il Municipio doveva subire per inviare i danari a tanta distanza (!!)

• 1535. Carlo V in Sardegna

Essendo Carlo V approdato a Cagliari perla spedizione di Algeri, i Sassaresi delegarono Goffredo Cervellon per presentargli i loro omaggi di fedeltà. Per queste formalità dai nostri Consiglieri non si badava mai a spese. Trattavasi di molti privilegi che bisognava conservare ad ogni costo!

• 1538. Corsari turchi (marzo)

Alcune galere turche approdano d’improvviso a Portotorres e saccheggiano la chiesa basilica di San Gavino; e dopo avervi raccolta una ricca preda, i turchi se la svignarono, prima che i Sassaresi, avvertiti del caso, potessero arrivare in Portotorres per punirli dell’audacia.
A questo proposito Vico, Fara, ed altri storici, parlano di un miracolo, la cui memoria, per tradizione, è ancor viva nel popolo!
I turchi, dopo aver derubato molti oggetti preziosi dalla basilica di Portotorres, colti da un’improvvisa e terribile tempesta, si erano ancorati in Portoconte, vicino ad Alghero. La tempesta però continuava a imperversare, in modo che fu impossibile poter levare l’ancora.
Allora i turchi divennero scrupolosi, e immaginando che quella tempesta non era altro che un castigo di Dio per il furto dei sacri arredi, restituirono alla chiesa i doni rubati (che deposero sulla spiaggia) e proseguirono tranquilli il loro viaggio. Ognuno creda ciò che meglio gli piace; io credo che i turchi, o non hanno rubato alla chiesa – o, rubando, non avranno certo, vinti dallo scrupolo, restituito gli oggetti involati.
In quest’anno si ebbero pioggie straordinarie che cagionarono innondazioni. Furono distrutte molte terre; di più soffiò un vento così gagliardo che sradicò alberi secolari e fece crollare moltissime case.

• 1539. Solenni funerali

Muore Donna Isabella moglie di Carlo V; e la nostra città, in riconoscenza delle grazie accordatele, celebrò solenni esequie coll’intervento del luogotenente generale Don Antonio Cardona, che trovavasi a Sassari quando vi giunse il tristo annunzio. Le lodi dell’estinta furono recitate da monsignor Alepus, uomo di singolare eloquenza.

• Il Gonfalone

In quest’anno il papa Paolo III concesse all’Arcivescovo di Sassari il privilegio e l’uso del Gonfalone nella processione di San Gavino, per ricordo dell’antica basilica e dei gloriosi Martiri turritani.

• 1540. Fame

Una terribile fame attristò in modo tale gli isolani, che anche oggidì se ne serba memoria nei proverbi. Le terre non avevano dato prodotti – il bestiame colpito da malattia, moriva, e la Sardegna era nella disperazione. Il Fara ci racconta, che gli abitanti erano costretti a nutrirsi delle carni dei cani, sorci e simili animali; ed una donna dei villaggi, per non morire di fame, giunse persino al nefando estremo di cibarsi delle membra di un suo bambino.
In quest’anno si fonda in Sassari il Convento dei Servi di Maria, nel sito dove erano i Cappuccini (oggi Ospizio di S. Vincenzo di Paoli).

• 1541. Carlo V in Alghero

Carlo V, veleggiando per la famosa spedizione africana, sbarca a Cagliari, e poi in Alghero, dove si ferma il 7 e 8 ottobre; e dal balcone, guardando la città, dice: Bonita por mi fé, y bien assentada! – Prima di partirsene, al solito, fa moltissimi cavalieri, fra cui tre sassaresi, Pietro Pilo, Pietro Virde e Francesco Cano – i quali erano andati per complimentarlo – e forse per raccontargli qualche prodezza fatta. Il Cossu aggiunge un altro sassarese, Francesco Esgreccio (?).

• 1545. Sassari al Parlamento!

Nel Parlamento che si celebrò in Cagliari nel 1545, presieduto dal viceré De Cardona, fra le suppliche dei diversi sindaci rappresentanti le città dell’Isola, trovo pur quella del Sindaco di Sassari, il quale faceva le seguenti considerazioni, che io riproduco per dare un’idea dello stato in cui trovavasi il nostro paese in quell’anno. Il Sindaco dunque supplicava:
Che il Governatore del Logudoro e l’avvocato fiscale dovessero dopo il biennio tener tavola e rendere ragione del loro operato;
Che i Genovesi (quelli che avevano titolo di nobiltà) essendo per privilegio esenti da ogni diritto reale, anche dalla gabella del vino, dovessero pagare come gli altri;
Che avendo il Terzo di Napoli (alloggiato per sei mesi in Sassari) cagionato un danno dai 10 a 12 mila ducati, per vigne, giardini ed orti distrutti, bestiame rude e domito macellato, e case rovinate; si supplica che d’allora in poi non venga alloggiato in Sassari alcun esercito, ma sia invece fatto alloggiare per i diversi villaggi;
Che dai denari del Parlamento si ristorino le muraglie di Sassari e il porto di Torres, per premunirsi contro l’attacco dei Mori;
Che la città, essendo rimasta così distrutta dai francesi, non potendo tornare all’antico splendore senza il soccorso sovrano, sia ristorata dai danni sofferti;
Che si purgasse il porto di Torres, dove quasi non potevano entrare i battelli mercantili, con danno del commercio e dell’erario;
Che si riparassero i molti ponti rovinati o cadenti, e si provvedesse all’agevolezza del commercio ed alla salvezza dei viandanti;
Che dopo tante sventure, essendo per mancare molti stabilimenti pii, conventi di frati, il Monastero di Santa Chiara, lo Spedale di Santa Croce e quello dei Lebbrosi, sia ai medesimi dato il necessario per sostenersi dai denari del Parlamento destinati alle opere pie;
Che ai Consiglieri e Probuomini del Consiglio Maggiore, insieme con gli eletti che conoscono le rendite perpetue e gli emolumenti delle città ed i suoi carichi, per cui potrebbero talvolta accrescere, tal’altra diminuire i salari, fosse data questa facoltà. Ma fu negata;
Che la città di Sassari non sia obbligata a mandare a Cagliari il denaro dei Parlamenti, coronaggi, maritaggi; però il Regio Ricevitore abbia un sostituito in Sassari;
Che i cittadini di Sassari, i quali per privilegio possono liberamente commerciare in tutto il Regno, massime in vettovaglie, essendo vessati dai Consiglieri di Cagliari, multati di grosse pene ed incarcerati per causa che commerciano, sia comandato ai detti Consiglieri di rispettare il privilegio;
Che la città di Cagliari, non pagando per maritaggi e coronaggi che una piccola somma tassata, supplica che la città di Sassari, essendo metropoli dell’altro Capo, sia trattata ugualmente;
Che avendo Sassari il privilegio che nessun forestiero possa vendere al minuto, sia osservato alla lettera il privilegio;
Che molti ecclesiastici forestieri ottenendo nel Regno dignità e benefici, arcivescovadi, vescovadi, abbazie, priorati, canonicati, e i più vivendo fuori del Regno, onde ne sono privati i regnicoli, ed il denaro esce dall’Isola, pertanto le dignità ed i benefizi si dessero ai soli nativi;
Che il Castello di Sassari si provvedesse di artiglieria;
Che l’arcivescovo di Torres, Don Salvatore Alepus, non predicando nella Cattedrale, com’è obbligato, onde ha sempre disturbi col Consiglio e col popolo, sia obbligato esso prelato ad istituire un canonicato di sessanta od ottanta ducati, perché un ecclesiastico predichi nel modo e forma che si usava in molte città della Spagna;
Che si stabilisse in Sassari uno studio generale;
Che per la sterilità di molti anni, per la invasione francese, per la susseguente peste, e poi per le sofferenze causate dall’alloggio che si dovette dare alle truppe regie, essendo ridotta la popolazione a soli ottocento fuochi utili ad onera patrimonialia, e diminuito il commercio anche per le infestazioni dei Mori, era fatto iniquo il volere nel riparto del donativo tassare Sassari come in tempo di gran popolazione, commercio ed opulenza.

• 1546. Salvatore Alepus

Salvatore Alepus, arcivescovo di Sassari, interviene al Concilio di Trento, del quale è Decano, e vi risplende per santità di costumi e per profondità di dottrina. Egli gareggia di zelo e di erudizione col Lippomano, con Claudio Sajo, con Bonaventura Pio e con altri dotti teologi di quell’illustre consesso per fissare le opinioni conciliarie sopra vari importantissimi dubbi relativi alla concezione della SS. Vergine ed al Sacramento della Penitenza. Nel 1551 recita in pieno Concilio una molto grave orazione latina, che fu poi pubblicata dal Labbeo.

• 1548. Ancora i pirati

I pirati africani che frequentavano le spiaggie dell’Asinara, scorrevano ben spesso nelle acque di Torres; e il commercio ne soffriva, perocché nel timore di essere predati, ben pochi navigatori osavano attraversare lo stretto di Bonifacio.
Secondo il Fara, il Cossu e l’Angius, il Comune di Sassari mandò alla Corte di Spagna il giureconsulto Francesco Làcono perché si ponesse rimedio a quei mali colla costruzione di alcune torri in quelle spiaggie infestate dai barbari.

• 1549. Nuova Torre

La disgrazia di alcuni pescatori di corallo, sassaresi, i quali erano stati catturati dagli infedeli tra il Capo Caccia e l’Argentiera, consigliò di fabbricare a spese dei proprietari delle feleuche una torre appiè del monte Airàdu, la quale veniva munita di cannoni per difendersi dai pirati.

• 1553. Il corsaro Dragut

Don Lorenzo Fernandez di Heredia provvede per la difesa dell’Isola contro alle scorrerie del famigerato Corsale di quei tempi, Dragut, il quale dalla Corsica era passato sulle spiaggie sarde colle sue masnade. Il Viceré si raccomandò allo sperimentato zelo dei Sassaresi perché volessero segnalarsi in così duro frangente; e il Governatore del Logudoro, con bande scelte a cavallo, trascorse i lidi settentrionali e combattè valorosamente i nemici.

• 1554. Altre prove di valore

Continuando Dragut e il Comandante delle galee francesi (che se ne stavano in Corsica) a minacciare Castellaragonese, il Viceré vi rimandò il governatore Antonio Bellit con duecento sassaresi, cento galluresi, cento sorsinci e le milizie anglonesi. Pietro Aimerich, intanto, e Francesco Casalabria con alcuni squadroni di cavalleria nazionale proteggevano le spiaggie della Gallura, e resistettero ai francesi, i quali, venuti sopra sette galere nel porto Figari, volevano occuparlo.

• 1555. Gli Ottomani

La flotta ottomana ricomparve contro Calvi e Bastia in Corsica – e i timori di un’altra invasione turbò di nuovo i Sardi settentrionali. Mentre Bellit pensava a fortificare Castellaragonese, Pietro Cariga, uomo di grande virtù, seguìto dalla cavalleria di Sassari e da altre milizie, andò prima a Sorso, poi a Ploaghe, ed indi a Oschiri (secondo i movimenti che faceva la flotta nemica) per poter soccorrere o il Bellit che guardava le spiaggie del Logudoro, o il Casalabria che guadava i lidi da Terranova ad Orosei.
Gli Ottomani però, vedendo tanta vigilanza, e temendo la cavalleria nemica, non osarono approdare.

• 1556. Carlo V cede il trono

Carlo V, dopo tanta gloria, non volle più sapere di Corona e di trono. Cedette l’una e l’altro a suo figlio Filippo, e corse a farsi frate. Egli visse due anni in un convento, colla cocolla, e morì nel 1558.