Carlo Emanuele III (dal 1730 al 1773)

Sassari Piemontese

Carlo Emanuele III

 

• 1730. Carlo Emanuele

Carlo Emanuele, dietro l’abdicazione di suo padre, salì al trono il 3 Settembre 1720. In tutti i sardi indistintamente era ribadita l’opinione che nei tempi passati si stava meglio. Ciò non è da addebitarsi alla Casa Savoia – ma è una debolezza dell’umanità, la quale dimentica facilmente il passato, colle molte seccature del presente.
Il nuovo Re, seguendo il sistema del padre, cominciò collo scrivere una lettera affettuosissima ai sardi; e promulgava un indulto per i delitti meno atroci. Ma le inimicizie, le vendette e i delitti facevano sempre la loro strada.
I primi anni di regno volsero un po’ tristi per il nuovo Monarca; non già per il suo popolo, ma per domestiche seccature. Il suo vecchio papà cominciò a perdere la lucidità della mente, e fra le altre sue fissazioni, ebbe pur quella di voler ripigliare l’abbandonato potere; motivo per cui il figlio ne fu afflittissimo per due buone ragioni: la prima (quella messa in luce dagli storici) per il dispiacere della fissazione paterna; la seconda (quella tacciuta) per il dispiacere di dover smettere la corona. Il suo dovere di sovrano fece tacere il suo dovere di figlio; e per finirla una buona volta, mandò prigioniero il babbo a Moncalieri, dove morì due anni dopo (1732).
Continuano i malviventi.

• Il regno di Carlo Emanuele

Il nuovo Monarca mandò, suo Rappresentante in Sardegna, il Marchese Falletti di Castagnole. Una delle preoccupazioni del Re era il sospetto che la Spagna ritentasse un’invasione nell’isola; sospetto che aveva capo negli armamenti che quella nazione faceva per la spedizione africana.
Le bande dei malviventi si moltiplicavano in Sardegna, e specialmente nel Logudoro. La sede principale dei facinorosi era Nulvi, dove la famiglia Delitala, avversa al governo di Savoia, aveva armato i popolani ed eccitati a parteggiare. Le stesse donne impugnavano le armi, ed una Donna Lucia Tedde Delitala, montata in arcione, usciva collo schioppo all’aria aperta ad affrontare il nemico. Molti dei partigiani riparavano in capanne nei luoghi più inospiti della Gallura dove campavano di ruberìe. Fra i molti banditi due ve n’erano famosi, Leonardo Marceddu di Pozzomaggiore, e Giovanni Fais di Chiaramonti.
Il Viceré Marchese di Rivarolo fu mandato in Sardegna nel 1735, e si diè subito a sterminare i numerosi malfattori che infestavano l’isola – Senza misericordia, cominciò col far impiccare quanti capitavano sotto le sue unghie, facendo erigere le forche sul luogo del delitto. Egli fece allontanare dall’Isola, per 5 anni, i vagabondi ed i sospetti; i più buoni li faceva arruolare nel Reggimento.
Nel parossismo di questa febbre di giustizia, qualche innocente fu sacrificato, e lo storico Manno né dà una nota di biasimo: ma che farvi? Quando si fa l’amputazione di un braccio o di una gamba per la salute del corpo, il medico fa il taglio nella parte sana per il buon esito dell’operazione; e ben si sa, che estirpando l’erba cattiva vien sempre fuori qualche ciuffo di grano!
Il Re, un po’ spaventato, e temendo d’essersi lasciato trascinare da un eccesso di giustizia, ordinò che si procedesse con maggior cautela.
Pago della sua opera, nel 1735, il Rivarolo visitò la Sardegna, con gran pompa; il suo viaggio aveva l’aspetto di un trionfo. I villaggi tutti gli fecero festa, perché vedevano moltiplicare i buoi, i quali per lo passato erano pur sfogo dei dispetti e delle vendette private.

• Benefizi sotto Carlo Emanuele

Sotto il governo di questo Monarca si fecero molte cose buone. Si progettarono colonie. Da un’isoletta dell’Africa si trasportarono circa 400 coloni per popolare l’isola di S. Pietro. Al giungere in Tabarca la novella del conchiuso accordo, si conchiusero trenta matrimoni allo stesso tempo; e leggesi nel Manno, che tutte le giovani spose si trovavano incinte quando approdarono a Cagliari (che attività!) – Il nuovo paese formato si battezzò col nome del re: Carloforte (1737-38).
Si fece una legge per le formule tutte da seguirsi nella compilazione dei processi criminali:
Si stabilirono gli Archivi per registrare gli atti pubblici, cioè a dire la Regia Insinuazione; (Maggio 1738);
Per comodo del commercio e delle corrispondenze d’ogni genere, si stabilivano nell’Isola i Corrieri periodici per la posta, una volta ogni settimana – (Luglio 1739); e più tardi (nel Febbraio1767) la posta per il Continente, per la quale furono assegnate tre corse al mese. In Sassari, Alghero e Bosa fu aperto un Banco od Ufficio, per il detto scopo;
S’istituisce un collegio di Causidici, o Procuratori, (1743); un Reggimento nazionale di soldatesche (1744); s’incoraggiano gli studi di medicina e chirurgia;
Si abolisce con un bando (e fu questa una bell’opera!) l’uso inveterato nei popolani del contado, di lasciar crescere prolissa la barba (e dire che Filippo II, nel 1579, aveva invece fatto un editto perché la barba si lasciasse crescere !)
Parendo al Viceré, che era ormai tempo che la Sardegna smettesse le usanze del vestire spagnuolo, fece sì che i Magistrati ed il Clero dessero l’esempio vestendo all’italiana e alla francese. E allora le donne si liberarono dall’ingombro delle gravi e materiali fogge castigliane: non parendo lor vero di trovare un pretesto per far la moda;
Il re aveva incaricato il Ministro Bogino per occuparsi seriamente delle cose sarde; e questi curò per la prima il miglioramento della amministrazione della giustizia. E i malviventi ed i banditi che infestavano il paese furono nuovamente tormentati con ogni rigore. Si crearono in ogni villaggio luogotenenti e Giudici; e fu stabilita una visita annuale alle carceri per udire i reclami dei prigionieri.
Molti e molti altri benefici si ottennero durante questo tempo;
Si concedono posti gratuiti ai giovani sardi nel Collegio delle Provincie in Torino;
Si conchiude colla Corte Romana una concordia per ridurre a termini più angusti la franchigia dei malfattori, goduta in addietro col rifugio nei sagri asili;
Si coltiva con maggior cura il tabacco;
Si pensa alle miniere;
Si pensa alle riforme delle scuole, e si pone un riparo contro l’estremo rigore dei maestri cogli scolari. Si creano i Seminari vescovili (1763).
Si mandano con gran pompa in Sardegna i professori delle due Università di Cagliari e di Sassari restaurate.
Si regola la fabbrica delle polveri; si protegge la pescagione del corallo in Alghero; si coniano nuove monete; si riformano i Consigli di Città e si creano quelli dei Comuni;
Insomma nei 43 anni di regno di Carlo Emanuele la Sardegna cominciò a cambiar faccia. Ho detto cambiar faccia; ché in quanto agli abiti, ai costumi, alla lingua era sempre spagnuola sino all’osso.
Ed ora che abbiamo gettato uno sguardo generale sulla Sardegna, diamo alcune notizie sopra Sassari.

• Imposte

Carlo Emanuele aveva la debolezza comune a tutti i suoi predecessori: di chiedere sempre denari alla Sardegna. In tutte le sue lettere affettuose ai sardi, fa sempre entrare, in qualche modo i quattrini – Sei giorni dopo salito al trono, il 9 Settembre, scrive da Rivoli una lettera ai suoi amati e fedeli Consiglieri della Città di Sassari rammentando loro la continuazione per altri tre anni del Donativo di sessantamila scudi « per il mantenimento delle Galere ed altre indispensabili spese per la difesa e conservazione del Regno, non essendo sufficienti le rendite del Real Patrimonio » –

• Suppliche

I Consiglieri di Sassari, in occasione dell’avvenimento al trono di Carlo Emanuele, credettero bene di chiedere al nuovo Monarca quattro cose:
1) Di far pulire il porto di Portotorres, il quale trovavasi in misero stato a causa de estar casi çìego – con molto danno del commercio.
2) Di proibire e sopprimere le botteghe ambulanti nei villaggi (las tiendas abiertas y pubicas por todas las villas di questo Capo); e ciò perché esse botteghe, non solo danneggiavano los comerciantes de la plaça, ma anche gli interessi del Reale Erario, non essendovi introduciones per il precio muy bajo della mercanzia.
3) Di mantenere al Civico Magistrato preminenze e prerogative che aveva sempre goduto nelle due feste che si fanno nella Basilica di S. Gavino in Portotorres. Cioè a dire, di essere accompagnato da Sassari alla detta Basilica dalla Cavalleria Miliziana di Sassari, comandata dal Capo Giurato, il quale per 24 ore impugnava el baston de Capitano Generale: privilegio che da due anni gli era stato tolto.
4) Di tener presente nelle terne per le cariche civili ed ecclesiastiche i nostri di Sassari; poiché muchos benemeritos Sassaresi vivono quasi senza speranza, per essere poco calcolati.

E a calce del suddetto Memoriale si risponde: – 1) che si mandi dettaglio delle riparazioni e spese da farsi per il porto di Torres, nonché la somma bilanciata in proposito dal Consiglio; – 2) che si giustifichi coi documenti come le Botteghe dei Villaggi danneggiano il Commercio di Sassari e l’Erario; – 3) che per la Cavalleria Miliziana si osservino gli ordini già dati; – 4) che per gli impieghi dei Sassaresi si è  sempre pensato; e difatti il Vescovato di Ales si è conferito ad un nativo di Sassari.

• 1753. Il Padre Sisco

Nulla di notevole accadde durante questo tempo in Sassari. A titolo di curiosità riporterò qua e là qualche notizia di cronaca tolta dai manoscritti del Sisco, Frate Claustrale nato in Sassari nel 1716 e morto nel 1801. Fu un paziente raccoglitore e scrisse oltre 50 Volumi; dei quali molti andarono dispersi. Era scrupolosissimo e minuzioso quanto il Notaio Usai; poiché, se quest’ultimo nelle sue memorie ci dà la fausta notizia che il 22 Novembre 1713 gli scappò da casa la sua cagna chiamata Invidiosa – il Padre Sisco ci fa sapere che nel mese di Luglio del 1772 fu dai muratori dato il bianco alle pareti, e il color giallo alla volta del Refettorio del suo Convento!!

• 1753. Un suicidio

Il Padre Sisco ci fa sapere, che il giorno 20 Settembre, alle ore 7 di mattina, l’Abadessa del Convento di S. Elisabetta (Nobile Suor Chiara Pilo) si gettava in un pozzo che era nel cortile. Fu estratta cadavere. Prima di fare il salto, lasciò sull’orlo del pozzo il rosario e la scatola del tabacco. « Ella si gettò cogli occhiali in mano – dice il frate – e così fu ritrovata – »

• 1754. Colonia fallita

Una colonia di Greci domandò di potersi stabilire nelle terre deserte della Fluminaria; ma le ragioni di feudo allegate dai Consoli di Sassari, per riservarsi l’arbitrio di quelle fertili pianure, frapposero un ostacolo al progetto – Il Governo –  nota l’Angius – non volle, come poteva, incalzare l’impresa, perché in quella contraddizione ben intendeva il malanimo col quale quei forestieri sarebbero veduti, e quanto si tenterebbe per annichilirla.

• Altre suppliche

Il 20 Novembre 1754, i Consiglieri di Sassari delegarono Don Andrea Pilo, Senatore nella Real Corte di Torino, perché ottenesse dal Sovrano alcune grazie, fra le quali la restaurazione del Porto di Torres, il cui misero stato era di sommo pregiudizio al commercio – e la continuazione dei privilegi sui terreni della Nurra, una parte dei quali le erano contrastat idalla città d’Alghero. In quella occasione si spedirono molti documenti al suddetto Pilo per far valere le buone ragioni ed i dritti della capitale del Logudoro.

• 1759. La lingua della giustizia

Si fonde in Sassari dal sardo Salvatore Ledda la gran campana di giustizia, che viene collocata nella torre del Castello. Nella campana, oltre il nome dell’autore e l’anno sopra segnato, si legge un’iscrizione latina che suona così: la voce della vindice giustizia, a terrore degli empi!

• 1761. La Nurra

Il Viceré Tana ordinò alla Città di Sassari, che due Consiglieri si recassero a visitare i terreni della Nurra: riconoscessero le terre concedute; vedessero se in quelle destinate per le opere agrarie fosse incominciata la coltura, da quanto tempo e in qual maniera; se nelle terre destinate a pascolo si fosse introdotta quella quantità di bestiame proporzionata alla sua sussistenza; e se erano stati mantenuti i patti sopra ciascuna concessione, ordinando che si dichiarassero decaduti dal possesso i trasgressori, i quali dovevano cedere ad altri le terre che non avevano saputo lavorare. Il Governo si preoccupava dell’incremento dell’agricoltura e della pastorizia; ma i Consoli della nostra Città erano negligenti, perché sapevano d’essere… Baroni!

• 1764. I barbari

Fu questo un anno di sterilità e carestia. Un’armata tunisina infestava i litorali sardi, compresi quelli di Gallura. La squadra di Malta, avviata contro i barbari dal Viceré, ebbe un felice successo. I nemici furono scoperti nei mari di Castellaragonese, e colti presso all’Isola Rossa. Si combattè una battaglia sanguinosa, e i tunisini furono sconfitti. Così l’Angius.

• 1764-65. L’Università

I Sassaresi, appena seppero che il Governo pensava alla restaurazione dell’Università di Cagliari, non perdettero tempo. I Consoli si rivolsero al Re per avere ancor essi un corso di studi; e dopo un lungo carteggio col Ministro Bogino (il quale chiedeva sempre quattrini) ottennero ciò che desideravano.
Si mandarono a Sassari quattro valenti professori, che furono il Getti, il Gemelli, il Gagliardi e il Berlendis; i vecchi professori di Sassari, che avean levato molto rumore, volendo che la scelta fosse caduta sui nativi dell’isola, finirono per tacere, riconoscendo nei nuovi arrivati ingegni tali da onorare qualunque Università. – Il re sottoscrisse il Diploma della restaurata Università turritana, cogli stessi regolamenti della Cagliaritana. Il 4 Gennaio 1766 fu la solenne apertura dell’Università di Sassari.

• 1769. Il nuovo Papa

Riporto dalle Memorie del Padre Sisco. « – Il 23 Luglio, si fecero grandi feste nella Chiesa di S. Maria per l’elezione del nuovo Pontefice Clemente XIV, già Cardinale Fra Lorenzo Gangarelli, dei Minori Conventuali. La chiesa era parata con molto sfarzo, di sete ed oro. I Consiglieri in gran montura, nel loro banco. Grande illuminazione la notte. La funzione incominciò il sabato a un’ora dopo mezzanotte. Furono accesi fucaroni (falò) dalla porta della Chiesa sin giù. La cupola grande della chiesa e il campanile erano illuminati a papilotti; si fece un lungo disteso con tutte quattro le campane, che durò circa un’ora, mentre si sentivano gli spari delle mizzitti e fusetti. (Povere orecchie!) La mattina accorse molto popolo, vi fu la messa solenne, ecc, ecc; alla sera, dopo aver disposto la guardia dei soldati nelle rispettive porte, fu permesso l’accesso in chiesa al popolo. Cosa simile non fu mai veduta in funzione alcuna; ed io credo che siano rimasti ben pochi individui in città! – Concorse alla festa gente d’ogni condizione; ben inteso però, che dalla cappella di S. Antonio fino alle panche del Capitolo, non furono i soli ammessi che Nobili d’ambo i sessi, e i Regolari e Sacerdoti graduati e cospicui.
Alle ore 5 il Magistrato Civico tornò in Chiesa. All’intuonazione del Tedeum ed alla fine di esso, la truppa schierata fuori della chiesa fece lo sparo dei fucili; e terminò la funzione col ripico di tutte le campane, coll’illuminazione della gran cupola, e con un bellissimo fuoco d’artifizio».
Così scrive il Sisco. E tutto questo per aver fatto Papa un frate.
Frati e preti sono sempre stati come cani e gatti. Il Sisco riporta alcuni scritti che circolavano in quel giorno per la città, fra i quali un sonetto con preti e frati, che comincia così:

«Un frate Papa! Or che diranno i preti
Che contro il genio lor governa un frate ?
Giuraron questi di non far più un frate,
Eppure un frate eletto fu dai preti!»

• San Giuseppe Calasanzio

Lo stesso Sisco nota. « Nell’Agosto 1769, vi furono otto giorni di festa (che cominciarono col giorno 26) per la Canonicazione di S. Giuseppe Calasanzio. Si cominciarono nella Cattedrale e si finirono nella Chiesa degli Scolopi. Pontificò l’Arcivescovo Turritano, e si cantò il Vespero con una bellissima musica. La mattina al Duomo intervenne la Real Governazione, il Magistrato Civico, la Nobiltà, il Colonnello di Fanteria, il Giudice della R. Udienza, l’Università, l’Avvocato fiscale, ecc, ecc. con seguito di Segretari, Notari, Procuratori, ecc, ecc. un mondo di persone.
« Vi fu panegirico e gran processione con tutti i Gremi, e per ultimo l’illustrissimo Marchese Boyl, in mezzo a due preti, che portava un ricco e bellissimo stendardo. Lo seguivano tutti gli studenti delle Scuole Pie e dei Gesuiti, portando tutti una torcia accesa, che era di libbra, e di mezza libbra. Le diverse classi erano divise, ed ogni squadra aveva il proprio Maestro vestito in nigris e col suo biretto, e dietro ad essi tutte le Confraternite. Seguivano la Congregazione dei preti secolari di S. Filippo Neri, in numero quasi di cento, tutti in nigris con una candela di libbra in mano. Quindi tutte le comunità religiose, Carmelitani, Cappuccini, ecc, ecc. Dietro le Comunità veniva il Ceto Nobile, in numero tale, che neanco per la festa di S. Gavino si vide. Seguivano i quattro Rettori di Sassari; cioè, Don Gio. Antonio Cugia Rettore di S. Appolinare – Dottor Luca Mancone, di S. Donato – Dottor Vincenzo Delmestre, di S. Catterina – e Dottor Baingio Murru di S. Sisto. Per ultimo il Capitolo, seguito dalla statua di Giuseppe Calasanzio. Seguiva, (ce ne sono ancora?) il Magistrato Civico, l’Arcivescovo in gran tenuta, e i servitori in livrea.
« Quando la Statua di S. Giuseppe uscì in Piazza dal vicolo di S. Chiara, si cantò il primo Motetto nel Portico della Città, e la truppa schierata fece una scarica – Si continuò l’Ottavario e… »
Ma io non ho la pazienza del P. Sisco per dirvi tutte le voltate del prete in sette giorni! Vi basti che la festa terminò la sera della domenica con una Bellissima accademia dedicata al Governatore Blonay e colla recita di poetiche composizioni in onore del Santo. Erano 22 gli accademici, senza contare colui che lesse il Ringraziamento; ed io vi faccio grazia dei nomi.
Il Lunedì notte vi fu un bellissimo fuoco d’artifizio dinanzi al Palazzo di città.
Quanto costa fare un santo nuovo!!

• 1770. Il Viceré in Sassari

Nel mese di Aprile di quest’anno arrivò in Sassari il Viceré Conte d’Hayes – Il re Carlo Emanuele gli aveva ordinato di fare in persona una visita generale ai principali paesi della Sardegna, collo scopo di recar giovamento all’agricoltura, e di reprimere gli abusi che si commettevano dagli amministratori della Giustizia.
Ecco per curiosità l’itinerario a stampa del viaggio di S. Eccellenza annunziato ai popoli sardi il 26 Dicembre 1769.
Da Cagliari il Viceré sarebbe partito il 3 Marzo per recarsi a San Pantaleo, dove avrebbe pranzato e dormito; da S. Pantaleo a Senorbì – a Mandas – a Flumendosa – a Seui – a Toneri – a Ilbono – a Tortolì – a Villagrande – a Correboi – a Orgosolo – alla vena d’Oliena – a Dorgali- a Nuoro – a Bono – a Mores – a Ozieri –  a Oschiri – a Terranova – a Tempio – a Perfugas – a Nulvi – a Castelsardo – a Sorso – a Sassari; (e in tutti questi comuni doveva mangiare e dormire, a spese degli abitanti).
Da Sassari poi (dove sarebbe arrivato il 18 Aprile, e rimasto dieci giorni) doveva recarsi ad Alghero – da Alghero a Villanova Monteleone – a Bosa – a Cuglieri – a Macomer – a Sedilo – a Ghilarza – a Milis – a Oristano – a Uras – a Masullas – ad Ales – a Lunamatrona – a Sanluri – Villasor – e finalmente, a Cagliari, dove sarebbe rientrato il 1° di Giugno,
Dunque, tre mesi di viaggio. E il Viceré viaggiava con tutti i suoi comodi, a spese delle popolazioni.
Nella Circolare si comandava: di preparare un alloggio per il Viceré, « il quale sia capace di tutta la sua famiglia; dove saranno apparecchiati letti, ossia camas numero 21, oltre due altri letti pel cameriere e domestico; che vi si trovino pronte le necessarie camere per la cucina e dispensa. Più altro alloggio pel Capitano delle Guardie, pel Giudice della R. Udienza, pell’Avvocato Fiscale, pel Sotto Segretario di Stato, pel Segretario del R. Consiglio, pel Procuratore Fiscale, pel Colonnello delle Torri, pel Commissario Generale della Cavalleria Miliziana, pel Capitano Ingegnere; di più venti letti per i domestici dei suddetti signori, altri quattro letti di riserva per tutto quello che possa accadere; altri alloggi e letti per un distaccamento di 30 Dragoni, per due Uffiziali e un Maresciallo di logis; di più provvedere due quintali di farina al giorno, sette starelli d’orzo, nonché legna e carbone; più tener pronti cinquanta cavalli dei migliori che si possono riscontrare con selle e briglie decenti – Nel Campidano si dovevano tenere apparecchiati al primo avviso sei carri con sue giunte di buoi, e ciò sino a Senorbì; dalla quale villa, essendo impraticabili i cammini, si doveva invece provveder cavalli. E non basta ancora! Tutti i paesi dovevano riparare le strade per cui passava Sua Eccellenza, in modo da renderle comode per potervi transitare i carri e le vetture, oppure le bestie da soma nelle regioni montuose.
I Sassaresi non restarono indietro a nessuno. Il 23 Gennaio appiccicarono i pregoni perla città, esortando tutti i proprietari di campagne di accomodare le strade e gli ottorini (viottole), dalla strada cioè, che comincia dalla Spina Santa, vicino al Convento di S. Antonio, sino al Crocifisso di giaga d’Apetu, e da questa alla Mandra della Murighessa. Il tempo accordato era sino al 25 febbraio, e la multa ai negligenti di scudi duecento.
E così il lettore può avere un’idea di quanto costasse la visita generale di un Viceré ai poveri Contribuenti!

• Un sasso

« La mattina dell’11 Settembre, un gran sasso pesante ventisette libbre, si staccò dalla casa di Antonio Fraij, posta allo sbocco della stretta di Gesù Maria, e colpì a morte, spezzandogli il cranio, il Reverendo Don Antonio Delogu di Bonnannaro, Pievano di Mores, il quale usciva dalla Chiesa, dove aveva detto messa – » (Padre Sisco)

• 1771-72. Mancanza di carne

Scrive il Padre Sisco, che in questi due anni si lamentò dai sassaresi una grandissima mancanza di carne, non mai veduta nè sentita in Sassari dai vecchi di 89 anni, interrogati dallo stesso Sisco. « La causa di questo malanno – scrive il detto frate – era l’ingordigia di taluni, e il mal Governo. La carne si spediva in Corsica, dov’erano le truppe francesi. La maggior disgrazia era per gli ammalati – »

• 1772. Un marito modello

Racconta Sisco: – Nel mese di Settembre di quest’anno, un giovine cavaliere di Sassari, certo Don Diego Scardaccio, ammogliato con Donna Speranza Manconi di Castelsardo, in compagnia della moglie, s’imbarcò per l’isola di Corsica per baronate fatte (sic) nel Regno – Giunti alla Punta della Testa, nell’Isola Rossa, in vicinanza di Bonifazio, Don Diego pugnalò la moglie e la gettò in mare.
« Questo Cavaliere, prima di sposare Donna Speranza, che era vedova, batteva la via delle dissolutezze e delle malvagità. Cominciò col rapire una serva dai padroni con promessa di matrimonio, e poi l’abbandonò. Fu processato come Rapitore, e tolto di carcere dopo due anni per grazia del Viceré; ma egli continuò nelle brutali passioni, anche con donnaccie pubbliche, una delle quali le fu tolta dalla Giustizia e mandata in esilio a Castelsardo.
« Don Diego però non si sgomentò; attese al varco l’uomo incaricato di condurre la druda a Castelsardo, gliela tolse dalle mani e la condusse seco in campagna – La Giustizia lo tenne d’occhio, ed egli allora, insieme a quella donna, andò bandito da montagna in montagna, facendone d’ogni colore (sic), cioè furti, contrabbandi e, si diceva, anche omicidi – e sempre in compagnia di quella sgualdrina.
Inseguito dalla Giustizia, pensò alfine di godere in pace i suoi amori, ritirandosi colla sua compagna in Corsica. Volle però fare un viaggio e due servigi – Don Diego entrò segretamente in Sassari, si abboccò colla moglie, alla quale fece mille promesse; e tanto la riscaldò che la indusse a seguirlo nell’esilio. La povera moglie vendette ogni suo avere, raccolse un po’ di peculio per scongiurare la miseria dell’avvenire, e si decise a seguire il marito. Dopo aver fatto sette od otto ore di mare quando erano vicini alla Corsica, Don Diego si gettò sulla moglie e l’uccise.
« Donna Speranza aveva due figlie del primo marito, le quali furono fatte accettare nel Monastero di S. Chiara per impegno del Rettore di S. Donato, fratello del marito assassino – »
Fin qui Sisco. A complemento posso dirvi, che il detto Don Diego faceva ritorno in patria dopo 22 anni, senz’esservi molestato, in grazia del suo titolo di cavaliere. Anzi trovo, che il 26 Agosto 1795 gli veniva rilasciato dal nostro Municipio un Attestato, in cui si certifica: che da un anno e più che ha preso dimora in Sassari, il detto Don Diego ha dato prova d’onesti costumi, di lodevole contegno e di vita irriprensibile!!

• Una taglia

« L’11 Ottobre del 1772 si pubblicò un Pregone nella città di Sassari, dove si promettevano dalla Real Casa duecentocinquanta scudi a chi rivelasse gli Assassini del quondam Don Giuseppe Pilo Quesada – con condizione che il rivelante non fosse complice nel delitto (?) – » (Sisco)

• 1773. La morte del Re

Carlo Emanuele III mancava ai viventi il 19 febbraio di quest’anno. Il 31 Marzo, la Nobiltà di Sassari, i Magistrati, Cattedratici, Università e Impiegati presero il lutto per la morte di questo Monarca. Il 23 aprile si fece un sontuoso funerale nel Duomo, e s’innalzarono preghiere al Cielo per la buon’anima di Carlo Emanuele.
Questo Monarca ebbe tre mogli – e da queste otto figli. Il primogenito, Vittorio Amedeo, gli succedette nel trono.