La lingua, la peste… e Angius

Il Padre Angius, a proposito dell’origine del dialetto Sassarese, scrive: « – La popolazione di Sassari nel 1612, per le carestie, le epidemie ed altre sciagure, era già ridotta a tanto, che non si poterono numerare dal visitatore Carrillo più di 2.800 anime. In tal vacuità si chiamarono forestieri; e questi di giorno in giorno accorrendo sopra gli antichi coloni, avvenne che vi cessasse l’uso della lingua nazionale che era la sarda, e cominciasse a parlarsi un altro e tal dialetto che manifesta corsi i novelli popolatori – »
Questa asserzione del P. Angius è proprio senza alcun fondamento, e fu spiatellata lì per lì, tanto per dare un giudizio assoluto, originale.
In risposta all’Angius mi basterebbe citare le parole del Pillito figlio, quando fa notare, che il sommo nostro storico Manno colse un grosso granchio nel prendere la parola castigliana vezinos per abitanti, mentre invece non significa che fuochi, o famiglie. Risulta dunque in primo luogo, che le famose 2.800 anime del Carrillo non sono altro che 2.800 famiglie, le quali, calcolando in media 5 individui per caduna, sommano a 14.000 anime, a cui unendo i 150 fuochi degli Ecclesiastici, possiamo dedurne che Sassari in quel tempo aveva una popolazione di circa 15.000 abitanti. Ora – mi perdoni l’Angius – né il numero di 15, né quello di 10, né quello di 3 mila abitanti è tale da far dimenticare ad un paese la propria lingua!! Quanto poi al bisogno di importare abitanti dall’estero per ripopolare la città, non trovo alcuna traccia nei libri dell’epoca, esistenti nell’Archivio Comunale; e la determinazione di far venire i Corsi per prestarci la lingua parrà molto strana, ove si consideri che tra i sassaresi ed i Corsi vi fu in ogni tempo molta ruggine – D’altra parte io credo che le diverse pesti che afflissero la città di Sassari nel 1348, 1404, 1477, 1520, 1580 e 1652 non abbiano mai distrutto oltre la metà della popolazione.
Fino ai primi del Secolo XVII, in Sassari si scriveva sempre in sardo od in latino, e lo spagnuolo è rarissimo. I verbali delle sedute del Consiglio, i contratti d’appalto ecc. si cominciarono a scrivere in castigliano verso il 1610. La lingua sarda era pregiatissima in Sassari, perché quella che meglio si prestava alla letteratura ed allo scrivere.
Le classi più elevate e gentili della cittadinanza sassarese usarono invariabilmente nel conversare domestico il sardo logudorese, e si poneva grandissimo studio a parlarlo esattamente; adoperandosi in tal guisa – nota il Tola – con nobile e lodevole conato a salvare l’unica nazionalità rimasta nell’isola – la nazionalità della lingua! – »
La lingua sarda, quale si scriveva in Sassari al tempo della Repubblica, si continuò ad usare sotto la Spagna, nelle scritture private per altri tre secoli, e si tardò a soffocarla oltre il tempo prefisso. Dico tempo prefisso, perché quando sottentra un nuovo dominio straniero, si ha bisogno per lo meno di una nuova generazione per mettere in uso la lingua. E infatti, dopo l’acquisto della Sardegna fatto dal Governo Piemontese, non fu che verso il 1770, dopo un mezzo secolo, che si cominciò a scrivere qualche lettera e qualche verbale delle Sedute in lingua italiana.