Fede di sudditi

Lo abbiamo detto: – la città di Sassari nel 1720, vestendosi a festa e illuminando le sue case, cantò il Tedeum per acclamare il nuovo re Vittorio Amedeo II di Savoia; e gettandosi ai suoi piedi, gli proferse quella innata fedeltà, vecchia come il suo Castello che non c’è più!
Però – siamo giusti – diceva essa la verità, o mentiva? Essa mentiva allora, come sempre aveva mentito. Diffidente per lunga esperienza – ipocrita per necessità, e bugiarda per forza, Sassari aveva finito per comprendere che per lei non vi era più nulla a sperare, ma tutto a temere dalla continua volubilità dei politici eventi. Il popolo sardo non poteva più essere un popolo fiero e dignitoso; era lo schiavo oppresso, deriso, a cui non rimaneva che menar per il naso i suoi infiniti dominatori, diversi per indole, per umore, e per lingua. Ad ogni frustata doveva rispondere con un ringraziamento al padrone e con una lode al suo carnefice.
Il Governo però era tranquillo e soddisfatto della sua umile ancella, perché i suoi ufficiali, pagati a dieci, a quaranta o a sessanta scudi al mese, scrivevano al Re che l’Isola era fedelissima e docile come un agnello.
Esaminiamo però la fedeltà della città di Sassari durante i dodici anni che precedettero il dominio della Real Casa di Savoia.
Nel 1708, appena pervenne la nuova che Carlo III co’ suoi tedeschi era per arrivare in Sardegna, i Consiglieri di Sassari – a nome di tutta la Città – assicurarono Filippo II che non avrebbero mai tollerato quell’abborrito dominio, ma avrebbero saputo respingere con tutte le loro forze l’infame oppressore.
Fatto è che l’infame oppressore la vinse; e i tedeschi entrarono in Sassari. E allora i Consiglieri ordinarono feste, illuminarie, fuochi, razzi, tedeum, passeggiate di gala della nobiltà sassarese a cavallo, e professioni di fede per la Cesarea Maestà dell’Imperatore Carlo III – e tutto in nome della città di Sassari.
Pochi anni dopo si ha la notizia che l’armata spagnuola, con Filippo V, pensa di ricuperare la Sardegna – E i Consiglieri, in data del 30 Luglio 1717, scrivono al Viceré una lunghissima lettera – sempre in nome della Città di Sassari – dicendogli, che non dubiti dei fedeli vassalli e gelosi vigilatori del paese; che sarebbe un insulto dubitare di essi e della loro innata fedeltà e costanza (?); che il loro amore e zelo pel reale servizio di S.M. Cesarea (Dios le garde!) li teneva acalorados a disporsi alla difesa della città, ed ubbidienza al nostro Sovrano Imperatore e Re Nostro Sovrano, per il quale abbiamo sacrificato la nostra azienda, la nostra vita e il nostro sangue; che abbiamo subito fortificato questa piazza per la notizia avuta dell’armamento del nemico, ecc, ecc. Curioso invero! – si dava alla Spagna il titolo di nemica nostra, in lingua spagnuola!!
E il 5 Agosto il Viceré Rubì scriveva ai Sassaresi, che sperava molto nel loro geloso affetto e nella loro fedeltà; che lodava la loro penetrazione, avendo essi fatto ritirare tutte le donne e i bambini in tutta fretta (a toda prisa) in tempo così intemperioso, che Dios nos assista!
E i Sassaresi, di rimando, scrivono di nuovo l’11 Agosto, assicurando la loro vita, le sostanze ed il sangue per l’Imperatore, in vista del pericolo d’invasione.
Trascorre un mese. Filippo V scalza Carlo III – e gli Spagnuoli rientrano in Sassari. E allora i Consiglieri – sempre in nome della città – scrivono al Governatore ed al Viceré; al primo, in data del 24 Settembre, dicono: che questa città aveva acclamato il Reale Nome del Cattolico Monarca Don Filippo V (che Dios garde!) col maggior giubilo ed alegria corrispondente al loro obbligo e vassallaggio; e che in attestato di contentezza (!?) gli mandavano una Deputazione composta dal Canonico Don Gavino Mura, Don Gavino Nurra, e Gio. Battista Paduano. E al Viceré scrivono in data del 26: – « Deponiamo ai piedi di S.E. come il 24 corrente, il Civico Magistrato, Capitolo, Titolati, Nobili, persone Civili, Gremi ecc, ecc. senza strepiti né levamento d’armi, ma solo con animo volonteroso e cuore ardente, abbiamo acclamato con toda solennidad y goso indesible il Reale nome del nostro Soberano Monarca y re Senor  Don Filippo, que Dios garde!; e perciò meritare (!) la Città la continuazione dei suoi Privilegi, concessi dai Serenissimi Re d’Aragona, di gloriosa memoria, Suoi Progenitori; sperando che Egli dispenserà con Reale prodigalità a’ suoi amati Vassalli molte altre mercedi e grazie !
E taccio lo immenso giubilo e alegria per la felice notizia della possessione del Regno, contenuta nella lettera successiva del 6 ottobre, diretta al Viceré dai Consiglieri – sempre in nome dei Sassaresi.
E passarono altri tre anni – Filippo V non aveva ancora avuto il tempo di riscaldare il trono sardo su cui si era assiso, quando un Congresso Europeo gli toglie la Sardegna e la regala, come un gingillo, a Vittorio Amedeo di Savoia. I Consiglieri di Sassari, però, non si sgomentano; e in data del 9 agosto 1720 scrivono pieni di giubilo; che avendo la Divina Magistade degnato concedere il dominio di questo Regno di Sardegna al nostro Re Don Amadeo, (Dios le garde!), celebra le feste e le dimostrazioni acostumbrados, ed ordina che si canti il Tedeum ecc, ecc; e qui proteste di fedeltà e d’amore sviscerato, come se Amadeo fosse stato il loro fratello di latte; – e tutto nel semplice nome della città, que Dios garde! (postochè Dio doveva guardare tutte queste cose, e tacere!)
Ed ora andate a fidarvi della fedeltà dei sudditi, e dei Consiglieri che parlano in nome dei cittadini!