Tartari

Lo storico Vico, ripete, sì, quanto fu detto dagli altri, ma fa le sue variazioni, tanto per dire qualche cosa di nuovo, com’è usanza di tutti gli storici. Egli scrive, che la città di Sassari fu fondata dai Tartari negli anni 2700 della creazione del mondo e 2100 anni prima dell’Incarnazione di Cristo. Dividendo il parere di storici a lui anteriori, egli non è lontano dal credere, che quando il re Norax venne in Sardegna con los Tartessios, abbiano fondata Sassari; e siccome i Tartesi erano dell’Andalusia, si chiamavano altresì Tartari, per essere vicini al Lago Averno, o Tartareo. E conchiude dicendo, che da Tartari si fece poi Tatari, per essersi consumata per il lungo uso la lettera erre; imitando così lo storico Fara, il quale, mezzo secolo prima, aveva scritto, che da Tarati si era fatto Tatari, spostando le lettere ti ed erre, come succede al compositore in una tipografia!
Tant’è, che quando ci mettono la coda gli etimologisti, gli archeologi, ed affini, a furia di stuzzicare le radici, finiscono il più delle volte per fare intisichire la pianta. – È l’identica questione dei Nuraghi, i quali, dopo essere stati voltati e rivoltati da un capo all’altro dell’Isola, da Cagliari a Bologna, e da Bologna a Berlino, non si sa più che cosa siano. Chi li vuol tombe, chi vedette, chi castelli, chi templi, chi abitazioni e Dio sa a quanti altri usi saranno destinati dagli storici dell’avvenire!
A proposito dei Tartari mentovati dal Vico, mi piace qui riportare a titolo di amenità un curioso documento spagnuolo che io devo alla gentilezza ed amicizia dell’avvocato Michelino Abozzi che pose a mia disposizione la ricca libreria del fu suo padre Luigi, egregio cittadino sassarese e paziente raccoglitore di sarde memorie. – È un’antica carta scritta in cattivo spagnolo che io riporto tradotta. Il suo titolo è: Condaghe de losprimeros moradores de la Ciudad de Sacer.

Notizie sui primi abitatori della città di Sassari
«L’anno CCCCXII (412) di nostra salute, dopo l’alba di un giorno del mese di Aprile, furono vedute dalla città di Torres due grosse navi che si dirigevano alla rada dell’Isola dell’Asinara (de la Senàra) verso il Trabucado. Il Governo di Torres mandò subito una barca per iscuoprire se erano amici; e ciò perché molto si sospettava di essi.
La barca tornò indietro, ed i barcaiuoli, sbigottiti, dissero di non aver osato parlare, perché avevano veduto molta gente. – Si spedirono allora due barche; e dalle poche parole scambiate cogli uomini dei navigli, si seppe che essi erano ospiti e che chiedevano parlare col Governo di Torres.
«Le barche tornarono coll’ambasciata, e fu permesso agli ospiti di scendere a terra.
«Nel secondo giorno sbarcarono nel porto di Torres due uomini – i padroni delle due navi. Erano due fratelli, celibi, il cui linguaggio si comprendeva a stento. La popolazione di Torres mal soffriva la loro presenza, perché dubitava di loro. Uno però degli abitanti di Torres, che era forestiero, comprese il dialetto che parlavano, e fece loro da interprete.
«I due stranieri dissero, che erano della Tartaria precopense; che li aveva espulsi il loro Governo come ribelli; che conducevano sotto i loro ordini e soccorrevano 112 famiglie; che si chiamavano, l’uno Arborialsote Kalos, e l’altro Sossoinate Geridon; che chiedevano terra per starvi tutti, e che, infine, avendo danari (buena moneda) ed essendo carichi di gioie, non domandavano altro che un tratto di terra per abitarla e per vivere.
«Gli anziani di Torres si raccolsero in Consiglio per decidere in proposito, perché il popolo non voleva quegli stranieri, e mormorava sospettoso, non comprendendo il loro linguaggio. – Dopo molti giorni di discussione, fu deliberato di dare loro terra per abitarvi e per fabbricare capanne; e si destinò loro il Bosco dei ginepri, lontano da Torres dodici miglia, ossia leghe, verso il villaggio di Sirkis, dov’era il monastero delle Benedettine che più tardi fu sondato e dotato dalla madre di Mariano Regolo di Torres nell’XI secolo.
«Presso quel bosco si stabilirono le dette famiglie, e aprirono un’ampia e lunga strada fino al sito chiamato Campu de Furros, dove oggi è il Convento delle Monache Cappuccine; e si fecero capanne, e diedero il nome di Arboria quella contrada che si estese molto, sino al sito dove oggi è posto il Convento dei PP. Claustrali, già appartenenti alle Benedettine; del qual Convento ha questa città lo jus patronato per avergli ceduto la chiesa e i beni nel 1220.
«Crebbero cogli anni quelle due grandi famiglie; ma siccome nacquero fra di esse screzi e malumori, pensarono di dividersi le capanne. Le famiglie però di Sossoinate Geridon erano incontentabili e più indisciplinate, e commettevano frequenti furti; motivo per cui furono espulse dalle famiglie di Arborialsote Kalos – e quelle si allontanarono, e si stabilirono in un sito chiamato Tanagad (Taniga) dove il detto Sossoinate eresse capanne e formò i villaggi di Eliga, Geridu e Sossonatc (Sorso).
«Nullameno essi non si quietarono, ma continuarono a dare molestia alle famiglie di Arborialsote, assalendole di notte e in pieno giorno, per derubarle e commettere assassini, portando così il disordine nei villaggi di Querqui, Lualda, Fraguesa, Settepalmi, Taverra, ed altri sondati dal partito avverso; tanto che gli abitanti di questi paesi si unirono con Arborialsote, inseguirono Sossoinate fino allo stagno di Platamona, e colà lo uccisero; trasportarono quindi il suo cadavere a Eligoi, dove rimase esposto per tre giorni, attorniato da molte donne scarmigliate che urlavano e piangevano come altrettanti cani (perros). Ivi lo sotterrarono, conficcando tante spade attorno alla sua sepoltura.
«Lasciati finalmente tranquilli, quei di Arboria continuarono a fabbricare case, e si posero sotto il Governo della città di Torres, i cui abitanti, di giorno in giorno, abbandonavano la loro patria per abitare e popolare il nuovo paese, seguendo l’esempio di molti altri piccoli villaggi; talché il paese di Arborialsote, ingrossato dagli abitanti di Torres, Nonoi, Ottana, Quiteroni, Biquecca, Touse e molti altri, divenne in pochi anni una città ragguardevole a cui fu dato il nome di Tatari; dove nell’anno 988, per ordine del Prelato di Torres si eresse una chiesa che fu servita dal licenziato Giacinto Monaquello, uomo di spirito e buon religioso. Per di più si elesse il Plebano che fu un tal De Fara. Nell’anno 1253 Tatari fu chiamata città, ed era la residenza dei suoi Vescovi, il primo dei quali si chiamava Prospero, venuto dalla città di Torres, la quale in quel tempo era quasi distrutta dalla crudeltà dei nemici. – Nel 1422 Pietro Spano trasportò a Sassari la cattedrale di Torres con tutte le sue antichità e preminenze.
«Questa relazione si rinvenne nell’anno 1519 nelle carte di Monsignore Don Salvatore Alepus, e fu stampata nell’anno 1644 nella Stamperia dei Padri Serviti, a petizione ed ordine di Monsignor Arcivescovo Don Andrea Manca».

A questa copia di relazione, scritta in lingua spagnuola, fa seguito in lingua italiana la seguente nota dello stesso carattere. La trascrivo fedelmente:

«Questa copia fu regalata dal molto Reverendo Padre M. Carlo Cotta, Carmelitano, ad un notaio (A. S.), la quale era una carta antichissima, e per mantenerla più bene l’avevano messa nella salmorra; infatti avvicinandola alla lingua pizzicava pel gran sale. Questa copia stampata, per somma famigliarità che teneva il suddetto notaio A.co S.las, capitò nelle mani del Duca della Sinara, avolo del vivente Don Vincenzo, ammogliato a Parigi (1832) il qual Duca, avolo, invece di restituirla a chi di ragione la fece in pezzi e la bruciò nello scaldino che teneva sotto i piedi; fortuna che il surriferito notaio A. S. conoscendo il soggetto ne estrasse in scritto una copia, la tenne per sé, e da quella trae origine la presente scritta da me notaio Salvatore Sechi Usai, sotto li 18 Agosto 1832 in Sassari».

Che vi ha di vero in questa bizzarra leggenda? Ben poco certo; ma non si può negare che la tela è ben ordita, e le varie circostanze che collegano questa favola sono in istretta relazione con molti dati che a noi somministra qua e là la Storia. Bisogna dunque convenire, che l’autore di questa storiella non era un ignorante. Prendendo le mosse da quanto scrissero gli antichi storici sui Tarati e Sossoinati che fondarono Sassari e Sorso, volle tessere una favoletta sulla falsariga dell’origine di Roma; il Vico co’ suoi Tartari gli diede la prima idea; creò due fratelli, uno sassarese e l’altro sorsinco – Remo fu cangiato in Sossonaiate, Arborialsote fece la parte di Remolo – successe la catastrofe, Caino uccise Abele, e, con una leggiera variante, terminò la commedia. Se la Storia fosse vera, i nostri primi padri non erano certo brava gente. Non si allarmino per ciò i miei concittadini: abbiamo comune l’origine con Roma, la regina del mondo, la quale fu popolata la prima volta da pastori, da oziosi e da vagabondi!